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Atlante della storia umana

Connessioni globaliCompagnie e guerre di religione

I Qing

I Manciù conquistano la Cina e la portano alla massima estensione territoriale della sua storia

esatto

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In breve

Nella primavera del 1644 crollò in poche settimane un ordine che sembrava saldo da quasi tre secoli. Un esercito di ribelli guidato da Li Zicheng prese Pechino il 25 aprile, e l’ultimo imperatore Ming, Chongzhen, si impiccò su una collina dietro la Città Proibita. Sei settimane dopo, Wu Sangui, il generale Ming che presidiava il passo di Shanhai, preferì aprire quel varco ai Manciù piuttosto che sottomettersi ai ribelli: le truppe manciù entrarono a Pechino il 6 giugno e non ne uscirono più. Nacque così la dinastia Qing, l’ultima dinastia imperiale cinese, che nell’arco di un secolo avrebbe governato da Pechino il territorio più vasto mai controllato da uno stato con capitale in Cina, includendo Manciuria, Mongolia, Xinjiang e un protettorato sul Tibet. La conquista della Cina vera e propria richiese però decenni, non un giorno, e passò attraverso carestia, epidemia e guerra civile prima ancora che i Manciù varcassero la Grande Muraglia.

Contesto

I Manciù discendevano dai Jurchen, popolazioni della Manciuria che allevavano cavalli, coltivavano miglio e cacciavano nelle foreste a nord della Corea. Nurhaci, capo di un piccolo lignaggio, unificò fra il 1583 e il 1616 le tribù jurchen rivali e organizzò i suoi uomini negli Otto Stendardi (baqi), unità insieme militari e amministrative che inquadravano famiglie intere e che in seguito si aprirono anche a reparti mongoli e a reparti cinesi Han. Nel 1616 Nurhaci si proclamò khan di un nuovo stato, il Jin posteriore, in aperta rivalità con la dinastia Ming, che considerava i Jurchen sudditi tributari. Suo figlio e successore Hong Taiji ribattezzò nel 1636 il popolo Manciù e lo stato Qing, «puro»: un nome scelto anche per marcare la distanza dalla prima dinastia Jin, che nel Duecento aveva già invaso la Cina settentrionale e ne era poi stata cacciata.

Sul versante Ming la crisi non nacque dai Manciù. Fra gli anni Venti e Quaranta del Seicento un raffreddamento globale, oggi noto come piccola era glaciale, colpì la Cina settentrionale con una successione di siccità e inverni anomali: nello Shaanxi, nello Shanxi e nell’Henan i raccolti fallirono più stagioni di fila, mentre un’epidemia — verosimilmente di peste — percorreva le stesse province a partire dal 1633, spopolando villaggi e guarnigioni. Il fisco Ming, che dagli anni Ottanta del secolo precedente riscuoteva le imposte in argento, dipendeva da un flusso di metallo che arrivava dal Giappone e, attraverso il galeone di Manila, dalle miniere americane: quando quel flusso rallentò negli anni Trenta e Quaranta, lo stato non riuscì più a pagare con regolarità né i soldati sul fronte manciù né le guarnigioni dell’interno. Contadini senza raccolto e soldati senza paga fornirono le reclute a capibanda diventati generali di eserciti regolari: Li Zicheng, ex corriere postale licenziato per un taglio di bilancio, e Zhang Xianzhong, che devastò il Sichuan.

Svolgimento

Li Zicheng occupò Xi’an all’inizio del 1644 e vi proclamò una nuova dinastia, gli Shun; da lì marciò su Pechino, che cadde il 25 aprile. Chongzhen, ultimo imperatore Ming, dopo aver ordinato — secondo le fonti di corte — l’uccisione di alcune delle figlie per non lasciarle ai vincitori, si impiccò su Meishan, la collina artificiale dietro la Città Proibita.

Il comando delle difese settentrionali contro i Manciù spettava a Wu Sangui, asserragliato con la sua armata al passo di Shanhai, dove la Grande Muraglia incontra il mare. Richiamato a soccorrere Pechino, si trovò la strada sbarrata dalla notizia che la città era già caduta e che Li Zicheng vi teneva prigioniero suo padre. Wu scelse di non consegnarsi ai ribelli e chiese aiuto al reggente manciù Dorgon, che governava in nome del nipote Shunzhi, salito al trono Qing l’anno prima a sei anni. Il 27 maggio 1644, nella battaglia del passo di Shanhai, le forze congiunte di Wu e dei Manciù sconfissero l’esercito di Li Zicheng, che si ritirò verso ovest e morì l’anno seguente in circostanze che le fonti non ricostruiscono in modo concorde.

I Manciù, entrati come alleati chiamati a ristabilire l’ordine, non se ne andarono. Occuparono Pechino il 6 giugno e in ottobre vi insediarono formalmente Shunzhi come imperatore, presentando la dinastia Qing non come conquistatrice ma come restauratrice del mandato del cielo contro i ribelli che lo avevano usurpato. Nel 1645 un editto impose a tutti gli uomini Han di radersi la fronte e portare il codino manciù, pena la morte: la formula corrente diceva «tieni i capelli, perdi la testa; perdi i capelli, tieni la testa». La resistenza a quell’ordine costò massacri a Yangzhou e a Jiading, mentre nel sud sopravvivevano corti Ming in esilio, l’ultima delle quali, quella dell’imperatore Yongli, fu inseguita fino in Birmania e catturata nel 1662 — per mano dello stesso Wu Sangui, ormai al servizio dei Qing. La resistenza marittima di Zheng Chenggong, noto in Occidente come Koxinga, tenne Taiwan fuori dal controllo Qing fino al 1683.

Conseguenze

Nel breve periodo la transizione Ming-Qing fu fra le più sanguinose della storia cinese: le stime dei morti per guerra, carestia ed epidemia divergono di un ordine di grandezza, da pochi milioni a oltre venti, perché dipendono da quanto della mortalità si attribuisca alla conquista e quanto al collasso che l’aveva preceduta. I nuovi sovrani mantennero però l’impianto amministrativo Ming: gli esami imperiali su base confuciana, la burocrazia di carriera, gran parte dei funzionari di medio livello. La continuità fu una scelta politica, non un’assenza di potere: presentarsi come restauratori costava meno che governare una Cina di funzionari ostili.

Accanto alla continuità amministrativa, i Qing mantennero una struttura etnica separata: guarnigioni di bannieristi manciù e mongoli, distinte da quelle Han, presidiavano le città maggiori come quartieri riservati, e l’amministrazione centrale operava in manciù oltre che in cinese. Nel secolo successivo, sotto gli imperatori Kangxi, Yongzheng e Qianlong, l’espansione territoriale proseguì verso ovest: la sconfitta del khanato dzungaro portò all’annessione dello Xinjiang nel 1759, e un protettorato si consolidò sul Tibet buddhista, retto da un residente imperiale accanto al governo dei lama. Fu questa, non la Pechino del 1644, l’estensione massima evocata dal titolo: la somma di Manciuria, Mongolia, Cina propriamente detta, Xinjiang e Tibet formò il territorio più vasto mai amministrato da una dinastia con capitale cinese, quasi il doppio di quello Ming.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La cronaca ufficiale della dinastia caduta, la Mingshi, fu compilata sotto supervisione Qing e completata solo nel 1739: un secolo di distanza, e l’interesse esplicito ad attribuire la caduta Ming alla corruzione degli eunuchi e alle fazioni di corte piuttosto che alla pressione manciù, serve alla legittimità di chi scrive. Gli archivi in lingua manciù dei primi decenni Qing — editti, resoconti militari — restano in parte non tradotti, e la loro riscoperta a partire dagli anni Novanta ha cambiato la ricostruzione della prima fase dinastica. Fra gli osservatori esterni, il gesuita Martino Martini, presente in Cina negli anni della conquista, pubblicò nel 1654 il Bellum Tartaricum, testimonianza ravvicinata ma scritta per un pubblico europeo interessato a un racconto di invasori «tartari» più che alla complessità della crisi Ming.

Due punti restano dibattuti. Il primo è quanto della caduta Ming si debba ai Manciù e quanto a un collasso interno già in corso: storici come Kenneth Swope insistono sul fatto che lo stato Ming era militarmente ed economicamente esausto prima ancora che Wu Sangui aprisse il passo di Shanhai, e che i Manciù raccolsero un potere già vacante più che conquistarlo con le armi. Il secondo, più recente, riguarda la natura dell’impero Qing: la storiografia più vecchia lo descriveva come una dinastia manciù rapidamente assimilata dalla cultura cinese; dagli anni Novanta storici come Evelyn Rawski e Mark Elliott, nella corrente chiamata «New Qing History», hanno mostrato con documenti manciù che i sovrani Qing si presentavano in modo diverso a sudditi diversi — imperatori confuciani per gli Han, khan per i mongoli, patroni del buddhismo tibetano per il Tibet — e mantennero un’identità manciù distinta ben oltre la conquista. È un dibattito con un’eco politica precisa, perché tocca la domanda se i confini rivendicati oggi su Xinjiang e Tibet ereditino i confini di un impero cinese o quelli di un impero manciù che ha governato anche la Cina.

Approfondimenti

  • Frederic Wakeman, The Great Enterprise (1985) — la ricostruzione più dettagliata della transizione, anno per anno, con tutto il peso della crisi fiscale e militare Ming.
  • Mark C. Elliott, The Manchu Way (2001) — il testo cardine della «New Qing History», su come i Qing restarono manciù pur governando la Cina.
  • Evelyn S. Rawski, The Last Emperors (1998) — la controparte istituzionale di Elliott, sul funzionamento della corte come impero multietnico.
  • Kenneth M. Swope, The Military Collapse of China’s Ming Dynasty, 1620-44 (2011) — la lettura che sposta il peso dal genio manciù al collasso Ming, con clima ed economia in primo piano.
  • Martino Martini, Bellum Tartaricum (1654) — la testimonianza europea più vicina agli eventi, utile anche per vedere come li leggeva un osservatore esterno interessato.

Riferimenti

  • Frederic Wakeman, The Great Enterprise: The Manchu Reconstruction of Imperial Order in Seventeenth-Century China, 1985, University of California Press
  • Mark C. Elliott, The Manchu Way, 2001, Stanford University Press
  • Evelyn S. Rawski, The Last Emperors, 1998, University of California Press
  • Kenneth M. Swope, The Military Collapse of China's Ming Dynasty, 1620-44, 2011, Routledge
  • Martino Martini, Bellum Tartaricum, 1654

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