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Atlante della storia umana

RivoluzioniLa scienza nuova

Il declino moghul

Alla morte di Aurangzeb l'impero si frammenta, aprendo la strada alle potenze regionali e poi agli europei

esatto

1650Rivoluzioni1850

In breve

Nel 1707 morì Aurangzeb, sesto imperatore moghul, dopo un regno di quasi cinquant’anni che aveva portato l’impero alla sua massima estensione territoriale nel subcontinente indiano. Nei quattro decenni successivi quell’edificio si sfaldò con una rapidità sorprendente: una guerra di successione aprì la strada a una sequenza di imperatori deboli, i regni Maratha del Deccan divennero la potenza dominante dell’India centrale, e province come il Bengala, l’Awadh e l’Hyderabad restarono formalmente suddite del trono di Delhi ma si governarono di fatto da sole. Il sacco di Delhi nel 1739 a opera di Nadir Shah di Persia, che si portò via il trono del Pavone e il diamante Koh-i-Noor, fu il colpo simbolico più netto inferto al prestigio imperiale. Nel vuoto politico che ne seguì si inserirono prima le potenze regionali indiane, poi, dalla metà del secolo, la Compagnia britannica delle Indie Orientali.

Contesto

Aurangzeb regnò dal 1658 al 1707 e sotto di lui l’impero moghul raggiunse l’estensione più vasta della sua storia, dopo l’annessione dei sultanati del Deccan di Bijapur nel 1686 e di Golconda nel 1687. Ma quell’apice territoriale nascondeva una tensione crescente. Dal 1681 Aurangzeb trasferì la corte e il grosso dell’esercito nel Deccan per condurre una guerra contro i regni Maratha, una potenza guerrigliera nata dall’ascesa di Shivaji negli anni Sessanta del Seicento: fu una campagna lunghissima — l’imperatore vi restò fino alla morte, ventisei anni dopo — e costosissima, che assorbì risorse fiscali e militari enormi senza mai arrivare a una vittoria definitiva. I Maratha non vennero mai sottomessi stabilmente; si dissolvevano e si riformavano, e ogni vittoria moghul si rivelava provvisoria.

A questo si aggiunse una politica religiosa più rigida. Nel 1679 Aurangzeb reintrodusse la jizya, la tassa personale sui sudditi non musulmani che l’imperatore Akbar aveva abolito nel 1564 come parte di una politica di integrazione delle élite indù nell’amministrazione; negli stessi anni vennero distrutti alcuni templi indù di rilievo. Queste misure allontanarono parte delle élite indù — in particolare alcuni lignaggi rajput — che fino ad allora avevano trovato posto nei ranghi dell’amministrazione e dell’esercito moghul. Non fu la causa unica del declino, ma un fattore che si sommò alla crisi fiscale del sistema dei mansab e dei jagir — il meccanismo con cui l’impero remunerava nobili e ufficiali assegnando loro il diritto a riscuotere le entrate di un territorio — messo sotto pressione da un numero di aspiranti ormai superiore alle terre disponibili da assegnare.

Svolgimento

Aurangzeb morì il 3 marzo 1707 ad Ahmadnagar, nel Deccan, senza aver designato un erede indiscusso. Ne seguì una guerra di successione tra i suoi figli, vinta da Bahadur Shah I, che regnò fino al 1712. Da lì in poi la sequenza di imperatori si fece rapida e instabile: Jahandar Shah durò meno di un anno; Farrukhsiyar (1713-1719) salì al trono grazie all’appoggio di due potenti nobili, i fratelli Sayyid, che lo fecero poi deporre e uccidere quando smise di essere loro utile. Nel solo 1719 sedettero sul trono due imperatori-fantoccio in successione rapidissima, prima che i Sayyid installassero Muhammad Shah, che avrebbe regnato fino al 1748 senza mai riconquistare un potere effettivo paragonabile a quello dei suoi predecessori.

Nel frattempo, nel Deccan, la morte di Aurangzeb liberò lo spazio per la riorganizzazione del potere Maratha: dopo una guerra civile interna, il potere si consolidò nelle mani dei peshwa, i primi ministri della dinastia, in particolare sotto Baji Rao I (1720-1740), che estese il dominio Maratha ben oltre il Deccan, fino all’India centrale e ai confini del Gujarat e del Malwa, riscuotendo tributi — il chauth e il sardeshmukhi — anche su territori nominalmente moghul. Contemporaneamente le grandi province settentrionali si trasformarono in stati ereditari autonomi pur senza mai rompere formalmente con Delhi: nel 1722 Saadat Khan fondò la dinastia dei nawab di Awadh; a Hyderabad, Nizam-ul-Mulk si affrancò dall’autorità imperiale nel 1724, dando origine allo stato dei Nizam; in Bengala l’amministrazione avviata da Murshid Quli Khan si rese di fatto indipendente pur continuando a inviare un tributo nominale.

Il colpo più clamoroso arrivò dall’esterno. Nel 1739 Nadir Shah, sovrano della Persia, invase il subcontinente, sconfisse l’esercito moghul nella battaglia di Karnal e occupò Delhi. Il sacco che seguì fu un evento immenso per portata simbolica: Nadir Shah si portò via il trono del Pavone, simbolo per eccellenza della sovranità moghul dai tempi di Shah Jahan, insieme al diamante Koh-i-Noor e a un tesoro stimato in decine di milioni di rupie dell’epoca. L’imperatore moghul restò sul trono, ma agli occhi dei sudditi e dei rivali regionali l’immagine di un potere invincibile si era spezzata in modo irreparabile.

Conseguenze

Nel breve periodo la corte di Delhi divenne sempre più un teatro di fazioni, con imperatori manovrati da nobili di corte e da governatori regionali, mentre le entrate fiscali dell’amministrazione centrale si assottigliavano di anno in anno. Nel lungo periodo emerse un ordine multipolare: un mosaico di stati regionali — la confederazione Maratha, Hyderabad, Awadh, il Bengala — che governavano di fatto in nome di un imperatore ormai privo di potere militare proprio, e che a loro volta competevano fra loro. Fu in questo spazio politico frammentato, e non in un vuoto di potere assoluto, che le compagnie commerciali europee — francese e britannica — trovarono margine per intervenire come alleate, creditrici e infine come attori militari nei conflitti regionali indiani, un processo che portò la Compagnia britannica delle Indie Orientali a diventare potere fiscale in Bengala dopo la battaglia di Plassey nel 1757. Il titolo imperiale moghul sopravvisse, puramente simbolico, fino al 1857, quando l’ultimo imperatore fu deposto dai britannici dopo la grande rivolta di quell’anno.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Per questo periodo si dispone di più tipi di fonti che si controllano a vicenda: gli akhbarat, le cronache-notiziario redatte quotidianamente a corte, i documenti amministrativi dei registri di jagir e di mansab che permettono di seguire la crisi fiscale in cifre, le monete coniate dai nuovi poteri regionali — un indicatore diretto di chi rivendicasse sovranità effettiva, anche quando il nome dell’imperatore moghul restava impresso sul conio per legittimità — e i resoconti di viaggiatori e funzionari europei, che vanno letti tenendo conto del loro interesse a descrivere l’India come un campo aperto all’intervento straniero.

Sul modo di raccontare questi decenni la storiografia si è divisa in profondità, ed è la cosa più importante da dire qui. La lettura tradizionale, elaborata già da storici coloniali britannici e a lungo ripresa anche da storici indiani, descrive un “declino” lineare e quasi inevitabile: un impero che si consuma dall’interno per l’eccesso di Aurangzeb e lascia un vuoto colmato dagli europei. Storici più recenti — fra cui Muzaffar Alam e C. A. Bayly — hanno complicato questo quadro: mostrano che gli stati successori, lungi dall’essere un semplice residuo del collasso, ebbero vita amministrativa ed economica propria, con una fiscalità funzionante, mercati in espansione ed élite locali capaci di negoziare il proprio potere. Il termine stesso “declino” è quindi usato in questa scheda in senso descrittivo — la dissoluzione dell’unità imperiale — e non come giudizio su un’intera epoca ridotta al caos: il XVIII secolo indiano fu insieme un tempo di frammentazione politica e di vitalità regionale, e le due cose non si escludono. Resta inoltre dibattuto il peso relativo dei fattori: quanto contò la politica religiosa di Aurangzeb rispetto alla crisi fiscale del sistema dei jagir o alla pressione militare Maratha è materia di discussione aperta, non di un consenso già scritto.

Approfondimenti

  • John F. Richards, The Mughal Empire (1993) — la sintesi di riferimento sull’intero arco moghul, con un capitolo finale dedicato proprio a questa dissoluzione.
  • Muzaffar Alam, The Crisis of Empire in Mughal North India: Awadh and the Punjab, 1707-1748 (1986) — il testo che ha aperto la lettura revisionista, mostrando come il collasso imperiale coincidesse con una riorganizzazione regionale vitale.
  • C. A. Bayly, Indian Society and the Making of the British Empire (1988) — colloca questi decenni dentro la storia più lunga della trasformazione coloniale, utile per capire cosa viene dopo e perché non fu un esito scontato.

Riferimenti

  • John F. Richards, The Mughal Empire, 1993, Cambridge University Press
  • Muzaffar Alam, The Crisis of Empire in Mughal North India: Awadh and the Punjab, 1707-1748, 1986, Oxford University Press
  • C. A. Bayly, Indian Society and the Making of the British Empire, 1988, Cambridge University Press

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