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Atlante della storia umana

RivoluzioniL'età delle rivoluzioni

L'abolizione della tratta

L'atlante aveva l'inizio della tratta atlantica e non la sua fine

esatto

1650Rivoluzioni1850

In breve

Fra il 1807 e il 1888 la tratta atlantica degli schiavi e poi la schiavitù stessa furono smantellate per legge, paese dopo paese, in un processo lungo ottant’anni e mai lineare. Cominciò a Londra, dove il parlamento britannico vietò la tratta con lo Slave Trade Act del 1807, frutto di vent’anni di campagna del movimento abolizionista guidato da William Wilberforce; proseguì con l’abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche nel 1833, con quella francese nel 1848, con l’emancipazione statunitense del 1865 dopo la guerra civile, e si chiuse in Brasile nel 1888, ultimo paese delle Americhe a farlo. Fu un processo che dichiarava illegale ciò che per tre secoli era stato lecito, ma che lasciò intatte, sotto altri nomi, molte delle condizioni materiali che voleva abolire.

Contesto

Il movimento che portò allo Slave Trade Act non nacque nel 1807, ma vent’anni prima. Nel 1787 un gruppo di quaccheri e anglicani evangelici fondò a Londra la Society for Effecting the Abolition of the Slave Trade, con l’obiettivo dichiarato di vietare non subito la schiavitù, ma il commercio che la riforniva: un obiettivo più ristretto, e per questo più raggiungibile in tempi brevi. William Wilberforce, deputato ed evangelico, ne divenne il portavoce parlamentare, presentando ripetutamente alla Camera dei Comuni mozioni che per anni furono respinte o rinviate.

La campagna non fu solo un affare di gentiluomini bianchi. Fra le voci che più influenzarono l’opinione pubblica britannica ci fu quella di Olaudah Equiano, un uomo che era stato ridotto in schiavitù da bambino e che nel 1789 pubblicò la propria autobiografia, raccontando in prima persona il Medio Passaggio e la vita da schiavo nei Caraibi e in America. Il libro ebbe più edizioni in pochi anni e diede al pubblico britannico qualcosa che i pamphlet abolizionisti da soli non potevano dare: una testimonianza diretta, non una condanna astratta.

A questo si aggiungeva un contesto rivoluzionario. La rivoluzione haitiana, cominciata nel 1791, aveva mostrato che una colonia di piantagione poteva essere rovesciata dal basso, e la notizia atterrì i proprietari terrieri delle Antille britanniche non meno di quanto incoraggiasse gli abolizionisti: un argomento in più per porre fine al commercio prima che altrove si ripetesse la stessa cosa. Sullo sfondo restava il calcolo economico delle colonie caraibiche, dove alla fine del Settecento diversi osservatori giudicavano i terreni impoveriti e la produzione di zucchero meno redditizia degli anni precedenti: quanto questo calcolo abbia pesato sulle decisioni di Westminster resta, come si dirà più avanti, un punto storiograficamente conteso.

Svolgimento

Il parlamento britannico approvò lo Slave Trade Act il 25 marzo 1807: da quella data, per una nave battente bandiera britannica, comprare o trasportare persone ridotte in schiavitù divenne reato. È una distinzione che va tenuta ferma: la legge vietava la tratta, non la schiavitù. Chi era già schiavo nelle colonie britanniche restò tale per altri ventisei anni. Nello stesso 1807 gli Stati Uniti vietarono a loro volta l’importazione di nuovi schiavi, benché il commercio interno fra stati continuasse.

Vietare la tratta sulla carta non bastava a fermarla sull’acqua, e la Gran Bretagna mise in mare uno strumento che pochi manuali ricordano con lo stesso rilievo del voto parlamentare: la West Africa Squadron della Royal Navy, istituita nel 1808 per pattugliare le coste dell’Africa occidentale, fermare le navi negriere di qualunque bandiera con cui Londra avesse trattati di perquisizione, e liberarne i prigionieri. Fra il 1808 e gli anni 1860 la squadra intercettò centinaia di navi e liberò decine di migliaia di persone, spesso sbarcate a Freetown, in Sierra Leone, colonia fondata proprio per accogliere schiavi liberati. Fu un’operazione costosa in vite dei marinai, falcidiati dalla febbre gialla e dalla malaria più che dagli scontri, e non fermò il traffico illegale verso Brasile e Cuba, che proseguì per decenni sotto bandiere di comodo.

L’abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche arrivò con lo Slavery Abolition Act del 1833, in vigore dal 1834: circa 800.000 persone furono legalmente liberate, e il governo britannico pagò ai proprietari un indennizzo di venti milioni di sterline, una somma enorme per l’epoca, mentre agli ex schiavi non andò nulla. La Francia abolì la schiavitù nelle proprie colonie nel 1848, nel clima delle rivoluzioni che quell’anno attraversarono l’Europa, per iniziativa del sottosegretario Victor Schoelcher e del governo provvisorio della Seconda Repubblica. Negli Stati Uniti la schiavitù finì nel 1865, con il tredicesimo emendamento alla costituzione, al termine di una guerra civile che aveva già visto Abraham Lincoln proclamare, nel 1863, la liberazione degli schiavi negli stati ribelli: una vicenda vasta, che riguarda soprattutto la storia interna statunitense e che questo atlante tocca solo per completare la sequenza. Il Brasile fu l’ultimo paese delle Americhe ad abolire la schiavitù, con la Lei Áurea firmata dalla principessa reggente Isabel il 13 maggio 1888, dopo un decennio di leggi che avevano già liberato gradualmente i figli degli schiavi e gli schiavi più anziani.

Conseguenze

Nel breve periodo, l’abolizione legale della tratta non significò la fine dello sfruttamento. Nelle colonie britanniche il 1833 fu seguito da un sistema di “apprendistato” forzato, in vigore dal 1834 al 1838, che obbligava gli ex schiavi a continuare a lavorare gratuitamente per i loro ex padroni per un numero fisso di ore: una schiavitù rinominata più che abolita, e fu solo la protesta contro questo sistema a portarne all’abbandono anticipato nel 1838. Dove la manodopera schiavizzata venne davvero a mancare, le piantagioni la sostituirono con lavoratori indiani e cinesi reclutati con contratti d’indenture pluriennali, spesso firmati sotto costrizione o inganno e con condizioni di vita paragonabili a quelle della schiavitù: un sistema che alimentò nuove diaspore, quella indiana nei Caraibi e in Africa orientale, quella cinese in America Latina.

Nel lungo periodo, la fine della tratta e della schiavitù non cancellò l’ideologia razziale che le aveva accompagnate per tre secoli, e che sopravvisse nelle leggi segregazioniste e nelle gerarchie sociali di molte delle società coinvolte ben oltre l’ultima abolizione legale. Restò anche un’eredità economica squilibrata: gli indennizzi, dove pagati, andarono ai proprietari e non a chi era stato schiavizzato, e le economie di piantagione dei Caraibi entrarono in una crisi da cui molte non si ripresero mai del tutto.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti si dividono in tre filoni. Gli atti parlamentari britannici — i dibattiti ai Comuni, il testo dello Slave Trade Act e dello Slavery Abolition Act — documentano la cronologia legislativa con precisione. I registri della West Africa Squadron e le sentenze delle corti miste istituite per giudicare le navi catturate permettono di quantificare l’enforcement, per quanto in modo incompleto: non sappiamo con certezza quante navi sfuggirono al pattugliamento. Le fonti in prima persona, come l’autobiografia di Equiano, restano rare e preziose, anche se sulla sua attendibilità biografica pesa un dibattito aperto, discusso più diffusamente nella voce sulla tratta atlantica.

Il punto più dibattuto riguarda le motivazioni stesse dell’abolizionismo britannico. La lettura tradizionale, di impronta umanitaria, la spiega come il successo di una campagna morale e religiosa: quaccheri ed evangelici convinsero l’opinione pubblica e poi il parlamento che la tratta era un peccato da fermare. Eric Williams, in Capitalism and Slavery (1944), oppose una lettura economica: il sistema delle piantagioni caraibiche era già in declino relativo rispetto ad altre forme di investimento, e diventava più facile abbandonare moralmente ciò che aveva smesso di essere pienamente redditizio. La tesi di Williams ha ricevuto obiezioni empiriche importanti — Seymour Drescher, fra gli altri, ha mostrato che l’economia degli zuccheri britannici non era affatto in crisi generalizzata al momento del 1807 — ma resta un riferimento imprescindibile per chiunque studi il tema, e la discussione fra le due letture, morale ed economica, è tuttora aperta: non sono necessariamente alternative, perché un movimento può avere successo politico proprio quando i suoi argomenti morali smettono di scontrarsi con interessi economici troppo forti.

Approfondimenti

  • Adam Hochschild, Bury the Chains (2005) — la ricostruzione più leggibile della campagna abolizionista britannica, dal 1787 al 1838, con ampio spazio a Equiano e ai suoi compagni.
  • Eric Williams, Capitalism and Slavery (1944) — il testo che ha aperto il dibattito economico sull’abolizione: da leggere per capire di cosa si discute ancora oggi, non solo per la tesi in sé.
  • Seymour Drescher, Abolition (2009) — la sintesi più aggiornata, e la controargomentazione più solida alla tesi di Williams sul declino economico delle piantagioni.
  • Robin Blackburn, The Overthrow of Colonial Slavery, 1776-1848 (1988) — copre l’intero arco dalle prime abolizioni atlantiche fino al 1848, utile per vedere la sequenza nel suo insieme.
  • Olaudah Equiano, The Interesting Narrative of the Life of Olaudah Equiano (1789) — la fonte diretta che più influenzò l’opinione pubblica britannica, e per questo un documento politico oltre che autobiografico.

Riferimenti

  • Adam Hochschild, Bury the Chains: Prophets and Rebels in the Fight to Free an Empire's Slaves, 2005, Houghton Mifflin
  • Eric Williams, Capitalism and Slavery, 1944, University of North Carolina Press
  • Seymour Drescher, Abolition: A History of Slavery and Antislavery, 2009, Cambridge University Press
  • Robin Blackburn, The Overthrow of Colonial Slavery, 1776-1848, 1988, Verso
  • Olaudah Equiano, The Interesting Narrative of the Life of Olaudah Equiano, 1789

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