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Atlante della storia umana

RivoluzioniL'età delle rivoluzioni

Il trattato di Waitangi

Due testi, māori e inglese, che non dicono la stessa cosa

esatto

1650Rivoluzioni1850

In breve

Il 6 febbraio 1840, a Waitangi, nella Baia delle Isole della Nuova Zelanda settentrionale, il tenente governatore britannico William Hobson e una quarantina di capi māori (rangatira) firmarono un trattato che, nei mesi successivi, altre copie portarono in giro per il resto del paese fino a raccogliere oltre cinquecento firme. Il documento esisteva in due versioni, una inglese e una māori, redatte in pochi giorni e non perfettamente equivalenti: dove l’inglese cedeva alla Corona la “sovereignty”, la versione māori parlava di “kawanatanga”, termine più vicino a un’amministrazione delegata, e garantiva ai capi la “tino rangatiratanga”, la piena autorità sulle loro terre e i loro beni. Su questa discrepanza mai risolta all’origine si fonda buona parte della storia costituzionale neozelandese successiva, fino ai giorni nostri.

Contesto

Dai primi decenni dell’Ottocento la Nuova Zelanda settentrionale vide arrivare un numero crescente di europei — balenieri, commercianti di lino e di legname, missionari anglicani e wesleyani — che gli iwi māori chiamavano collettivamente Pakeha. Erano insediamenti privi di qualunque autorità coloniale che li regolasse: nessuna corona europea rivendicava ancora sovranità sul paese, e i rapporti fra coloni e comunità māori si reggevano su accordi locali, spesso instabili.

Nello stesso periodo l’introduzione dei moschetti europei, acquisiti in cambio di lino, cibo e manodopera, alterò in modo drammatico l’equilibrio fra gli iwi. Nelle cosiddette guerre dei moschetti, che attraversarono il paese fra il 1807 e circa il 1837, capi come Hongi Hika del Ngāpuhi condussero campagne che costarono, secondo le stime correnti, decine di migliaia di morti e ridisegnarono i confini tribali su una scala mai vista prima dell’arrivo delle armi da fuoco.

A Londra la situazione preoccupava per ragioni diverse. Nel 1835 il residente britannico James Busby aveva fatto sottoscrivere a un gruppo di capi del nord una Dichiarazione d’indipendenza, He Whakaputanga, che affermava la sovranità collettiva degli iwi firmatari, ma senza creare alcun governo effettivo. Nel frattempo la New Zealand Company, fondata a Londra nel 1837 per organizzare la colonizzazione sistematica del paese, cominciò a vendere terre e a inviare coloni senza attendere alcun accordo con i māori. Cresceva inoltre il timore che la Francia, con propri interessi baleneri nel Pacifico e un tentativo di insediamento ad Akaroa l’anno successivo, potesse anticipare la Gran Bretagna. Fu in questo quadro che il Colonial Office decise di inviare in Nuova Zelanda un proprio rappresentante, con l’incarico di ottenere dai capi māori il consenso formale alla sovranità britannica.

Svolgimento

William Hobson, capitano della marina britannica, giunse alla Baia delle Isole il 29 gennaio 1840 e, con l’aiuto di Busby, redasse in inglese, in pochissimi giorni, un testo breve: i capi cedevano alla regina Vittoria “tutti i diritti e i poteri di sovranità”, in cambio della protezione della Corona e della garanzia del pieno possesso delle loro terre, dei loro villaggi e di tutti i loro beni.

Il testo andava tradotto in māori, compito affidato al missionario Henry Williams e a suo figlio Edward, che lo completarono in una sola notte, fra il 4 e il 5 febbraio, per l’assemblea di capi convocata per il giorno successivo. Fu in quella traduzione rapida che si giocò il nodo dell’intera vicenda. Per rendere “sovereignty” i Williams scelsero “kawanatanga”, parola coniata sul modello di “kawana” (governatore), già in uso per l’autorità britannica sul Nuovo Galles del Sud: ai capi māori suonava come una forma di amministrazione delegata, non come la cessione totale e irrevocabile di autorità che il termine inglese implicava. Lo stesso testo garantiva ai rangatira la “tino rangatiratanga” — l’autorità piena, l’assoluto governo di sé — sulle loro terre (whenua), i loro villaggi e tutti i loro “taonga”, termine che comprendeva non solo i beni materiali ma anche lingua e legami di parentela. Agli occhi di molti capi, mantenere quella tino rangatiratanga appariva incompatibile con l’aver ceduto la sovranità nel senso pieno che la Corona le attribuiva: due parole vicine per suono, kawanatanga e rangatiratanga, promettevano in pratica due cose diverse.

Il 6 febbraio, davanti a diverse centinaia di māori riuniti a Waitangi, Hobson presentò il trattato nella sua versione māori. Dopo un giorno di discussione, in cui alcuni capi si opposero apertamente mentre altri, fra cui Hone Heke, si dichiararono favorevoli, circa quaranta rangatira vi apposero la propria firma o il proprio moko, il tatuaggio facciale usato come segno personale. Copie del documento furono poi fatte circolare per mesi in tutto il paese, dal Northland fino a Otago: alla fine del 1840 il numero complessivo dei firmatari superava i cinquecento, quasi tutti sulla versione māori. Alcuni capi di peso, come Te Wherowhero del Waikato, si rifiutarono di firmare.

Hobson non attese che la raccolta fosse completa: il 21 maggio 1840 proclamò la sovranità britannica sull’intera Nuova Zelanda, per cessione sull’isola settentrionale e per diritto di scoperta su quella meridionale, dove poche o nessuna firma era stata ancora raccolta.

Conseguenze

Nel breve periodo la proclamazione della sovranità aprì la strada alla colonizzazione organizzata: la capitale si spostò da Kororareka (l’odierna Russell) ad Auckland nel 1841, e l’acquisizione di terre māori accelerò, spesso in condizioni di forte squilibrio contrattuale. Le due letture del trattato non tardarono a scontrarsi nella pratica: mentre coloni e governo coloniale agivano come se la sovranità fosse stata ceduta senza riserve, alcuni iwi rivendicavano l’autonomia che credevano di essersi garantita, e la tensione sfociò nelle guerre neozelandesi, che dagli anni Quaranta agli anni Settanta dell’Ottocento opposero forze coloniali e alleati māori a iwi che difendevano le proprie terre.

Per gran parte di un secolo il trattato ebbe scarsissimo peso legale. Nel 1877, nella causa Wi Parata contro il vescovo di Wellington, la Corte suprema neozelandese lo dichiarò una “semplice nullità” sul piano del diritto interno, sostenendo che un accordo con popolazioni prive di una forma organizzata di governo civile secondo i criteri europei non potesse vincolare la Corona: un giudizio che cristallizzò per quasi un secolo la marginalità pratica del documento, nonostante la sua firma solenne.

La svolta arrivò dagli anni Settanta del Novecento, in un clima di crescente attivismo māori. Il Parlamento approvò nel 1975 il Treaty of Waitangi Act, che istituì il Tribunale di Waitangi per esaminare le rivendicazioni māori sulle violazioni della Corona; un emendamento del 1985 estese la sua competenza a tutte le violazioni risalenti al 1840. Da allora il trattato è diventato uno dei riferimenti costituzionali più discussi della Nuova Zelanda contemporanea: decine di accordi di risarcimento fra la Corona e singoli iwi sono stati negoziati sulla base delle sue conclusioni, e il significato dei suoi principi resta materia di dibattito politico tuttora aperto — un documento non chiuso nel passato.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il trattato è documentato dai suoi stessi testi materiali: nove fogli — quello firmato a Waitangi e le copie fatte circolare per raccogliere altre firme — sono conservati oggi dagli Archivi Nazionali neozelandesi, insieme alla corrispondenza di Hobson, Busby e dei Williams. Sono fonti in gran parte di parte britannica: la voce dei capi che discussero e firmarono va ricostruita soprattutto attraverso resoconti indiretti e, per il testo māori, attraverso la storiografia māori sviluppatasi nei decenni successivi, come quella di Ranginui Walker.

Il confronto sistematico fra le due versioni fu messo a punto solo nel 1972, quando la storica Ruth Ross pubblicò «Te Tiriti o Waitangi: Texts and Translations», il primo studio a esaminare in dettaglio le differenze fra “sovereignty”, “kawanatanga” e “tino rangatiratanga”; il suo lavoro resta il punto di partenza di ogni ricostruzione successiva, compresa quella, più divulgativa, di Claudia Orange.

Resta genuinamente dibattuto se la discrepanza fra i due testi sia stata un errore in buona fede o un’ambiguità sfruttata deliberatamente. A favore della prima lettura si ricorda che Williams ebbe una sola notte per tradurre un testo giuridico europeo in una lingua priva di termini equivalenti per la sovranità nel senso del diritto internazionale ottocentesco, e che “kawanatanga” ricalcava un uso già corrente, quello di “kawana” per il governatore del Nuovo Galles del Sud. A favore della seconda si osserva che Hobson aveva ogni interesse a ottenere il maggior numero di firme nel minor tempo, e che né lui né Busby corressero la discrepanza nei mesi in cui le copie giravano per il paese, benché fosse in linea di principio verificabile da chiunque conoscesse entrambe le lingue. La storiografia neozelandese non ha raggiunto un consenso su questo punto, e difficilmente lo raggiungerà, perché riguarda intenzioni individuali di cui non restano prove dirette. Resta inoltre incerto il numero esatto dei firmatari complessivi: le cifre citate dagli storici oscillano a seconda di come si contano firme doppie o incerte.

Approfondimenti

  • Claudia Orange, The Treaty of Waitangi (1987) — la sintesi storica di riferimento su tutta la vicenda e sulla sua ricezione nei due secoli successivi.
  • Ranginui Walker, Ka Whawhai Tonu Matou: Struggle Without End (1990) — la storia della Nuova Zelanda scritta da uno storico māori, utile a bilanciare le fonti coloniali su cui si basa gran parte della ricostruzione.
  • Ruth Ross, «Te Tiriti o Waitangi: Texts and Translations», New Zealand Journal of History (1972) — lo studio che per primo confrontò sistematicamente i due testi: il punto di partenza di ogni dibattito successivo.
  • Treaty of Waitangi Act 1975 — il testo di legge che istituì il Tribunale di Waitangi, leggibile online, utile per capire come il trattato sia entrato nel diritto neozelandese oltre un secolo dopo la firma.

Riferimenti

  • Ruth M. Ross, Te Tiriti o Waitangi: Texts and Translations, 1972, New Zealand Journal of History
  • Claudia Orange, The Treaty of Waitangi, 1987, Allen & Unwin / Port Nicholson Press
  • Ranginui Walker, Ka Whawhai Tonu Matou: Struggle Without End, 1990, Penguin Books
  • Treaty of Waitangi Act 1975 collegamento

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