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Atlante della storia umana

RivoluzioniL'età delle rivoluzioni

L'Algeria francese

Comincia la colonizzazione moderna dell'Africa, con espropri di terre e insediamento europeo

esatto

1650Rivoluzioni1850

In breve

Nel giugno del 1830 un corpo di spedizione francese sbarcò presso Algeri e in poche settimane abbatté il governo del dey, ponendo fine a tre secoli di reggenza ottomana nordafricana. Fu l’inizio di quella che molti storici considerano la fase inaugurale della colonizzazione moderna dell’Africa: a differenza degli empori commerciali costieri che le potenze europee avevano mantenuto fino ad allora, la conquista dell’Algeria si trasformò in un progetto di insediamento di massa, con espropri sistematici di terre agricole e l’arrivo di decine di migliaia di coloni europei, non solo francesi. La conquista militare richiese quasi vent’anni, contro una resistenza organizzata guidata dall’emiro Abd al-Qadir, arresosi solo nel 1847. Il pretesto immediato, un incidente diplomatico minore del 1827, copriva ragioni di politica interna francese assai più pressanti.

Contesto

Dal 1518, quando i corsari Barbarossa si posero sotto la sovranità del sultano ottomano in cambio di protezione contro la Spagna, Algeri era nominalmente una provincia ottomana, una delle reggenze barbaresche insieme a Tunisi e Tripoli. Il potere reale era nelle mani del dey, un governatore eletto dal corpo dei giannizzeri locali, che rendeva a Istanbul un’obbedienza ormai solo formale: la reggenza batteva moneta propria e faceva politica estera autonoma. Per secoli l’economia di Algeri si era retta in parte sulla guerra di corsa contro le navi cristiane nel Mediterraneo — la “pirateria barbaresca”, con equipaggi catturati e rivenduti come schiavi o tenuti per il riscatto — ma quel sistema era in forte declino: il bombardamento anglo-olandese di Algeri nel 1816 e le precedenti guerre barbaresche degli Stati Uniti avevano già ridimensionato pesantemente le flotte corsare.

Il pretesto della crisi con la Francia risaliva a un debito di vecchia data: nel 1799 due mercanti ebrei di Algeri, Bacri e Busnach, avevano fornito grano all’armata francese in Egitto, anticipando somme che Parigi non aveva mai saldato, e di cui il dey rivendicava una parte come credito proprio. Il 30 aprile 1827, ricevendo l’ennesimo rifiuto del console francese Pierre Deval a discutere il debito, il dey Hussein lo colpì con il proprio scacciamosche dopo una risposta giudicata offensiva verso l’islam: fu il cosiddetto “incidente del ventaglio”. La Francia lo trattò come un casus belli e impose un blocco navale che durò tre anni senza piegare il dey.

Dietro l’incidente c’era una crisi politica ben più grave, interna alla Francia. Il re Carlo X, salito al trono nel 1824, guidava un governo ultrarealista impopolare, in rotta con una Camera ostile e con un’opinione pubblica insofferente verso la censura di stampa e i tentativi di restaurare privilegi d’ancien régime. Un’impresa militare vittoriosa fuori dai confini offriva un modo per distogliere l’attenzione dalla crisi interna e restituire prestigio alla corona: la decisione di invadere l’Algeria, presa nella primavera del 1830, va letta soprattutto in questa chiave. Il ventaglio del dey fu il pretesto, non la causa.

Svolgimento

Il 25 maggio 1830 salpò da Tolone una flotta di oltre cento navi da guerra e quasi quattrocento imbarcazioni da trasporto, con circa trentasettemila soldati al comando del generale Louis de Bourmont. Lo sbarco avvenne il 14 giugno a Sidi Ferruch, pochi chilometri a ovest di Algeri. Le truppe del dey, prive di un’artiglieria paragonabile a quella francese, furono sconfitte il 19 giugno; il 5 luglio Algeri capitolò e il dey Hussein fu esiliato con la sua famiglia. La reggenza ottomana di tre secoli cessò di esistere in pochi giorni.

L’ironia della vicenda è che la vittoria non salvò Carlo X: fra il 27 e il 29 luglio 1830, meno di un mese dopo la caduta di Algeri, una rivoluzione a Parigi lo depose in favore di Luigi Filippo d’Orléans. Il nuovo regime ereditò comunque la conquista e, dopo un dibattito interno fra chi voleva limitarla a poche basi costiere e chi ne voleva l’espansione, scelse gradualmente la seconda strada.

Occupare la fascia costiera non equivalse a conquistare l’Algeria. A est il bey di Costantina, Ahmed Bey, resistette fino alla caduta della città nel 1837. A ovest la resistenza più organizzata fu quella di Abd al-Qadir, capo religioso della confraternita qadiriyya, proclamato emiro dalle tribù dell’Oranese nel 1832. Attorno alla propria autorità costruì uno stato in armi, con capitale prima a Mascara e poi a Tagdempt: esercito regolare, amministrazione fiscale, zecca propria. Due trattati con la Francia — quello di Desmichels nel 1834 e quello della Tafna nel 1837 — gli riconobbero temporaneamente il controllo di gran parte dell’interno, ma si ruppero entrambi quando Parigi decise di estendere l’occupazione. Dal 1840, sotto il generale Thomas Bugeaud, la Francia adottò una guerra totale: le razzias, incursioni che bruciavano i raccolti e decimavano il bestiame delle tribù sospettate di sostenere l’emiro, tattica che Bugeaud giustificò come l’unico modo di piegare un avversario imprendibile in campo aperto. Abd al-Qadir resistette fino al dicembre del 1847, quando si arrese al generale Lamoricière, dopo essersi rifugiato in Marocco e avervi subito, nel 1844, la sconfitta dell’Isly, che convinse il sultano marocchino a cessare il proprio sostegno.

Parallelamente alla guerra, la Francia trasformò l’Algeria in qualcosa di diverso da un possedimento militare. Già nei primi anni Trenta le autorità confiscarono le terre del beylik, il demanio della reggenza ottomana, e i beni religiosi islamici, gli habous, dichiarandoli proprietà francese a disposizione dei coloni: un meccanismo ripetuto su scala crescente nei decenni successivi, che spesso formalizzava come “vacanti” o “indivise” terre in realtà possedute collettivamente dalle tribù. Furono incoraggiate ondate di immigrazione europea non solo francese — spagnoli, soprattutto nell’Oranese, italiani, maltesi — attirate da concessioni di terra e sussidi. Già nel 1848 gli europei residenti erano oltre centomila, una cifra che nessun avamposto commerciale precedente aveva mai raggiunto in Africa: nasceva una colonia di popolamento, non un’amministrazione di sfruttamento con pochi funzionari. Nello stesso anno l’Algeria fu dichiarata parte integrante del territorio francese, divisa in tre dipartimenti — Algeri, Orano, Costantina — con la popolazione autoctona esclusa dalla cittadinanza piena.

Conseguenze

Nel breve periodo la conquista produsse un crollo demografico algerino di entità gravissima, per violenza diretta ma anche per fame ed epidemie legate alla distruzione dei sistemi agricoli tradizionali: le cifre esatte restano dibattute, e se ne parla più oltre. Produsse anche l’integrazione amministrativa del 1848 e una comunità di coloni già consistente.

Nel lungo periodo la spoliazione fondiaria si consolidò per via legislativa: il sénatus-consulte del 1863 e soprattutto la legge Warnier del 1873, che impose la divisibilità individuale delle terre collettive arch, resero possibile il trasferimento su larga scala di terreni ai coloni, la cui popolazione superò il milione nel corso del Novecento. L’Algeria restò un caso particolare nella colonizzazione africana: quando, dagli anni 1880, le potenze europee si spartirono il resto del continente, lo fecero perlopiù con amministrazioni leggere, senza replicare altrove quella scala di insediamento. La frattura fra una minoranza europea proprietaria della terra migliore e una maggioranza esclusa dalla cittadinanza piena restò aperta fino alla guerra d’indipendenza del 1954-1962, la cui storia si racconta altrove.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La documentazione sul lato francese è abbondante: dispacci militari della spedizione, memorie e direttive di Bugeaud, atti amministrativi delle confische fondiarie, conservati negli archivi militari e coloniali. Sul lato algerino la fonte più ricca è la corrispondenza dello stesso Abd al-Qadir, che documenta l’organizzazione del suo stato in armi. La storiografia successiva si è divisa a lungo: una tradizione francese più antica raccontò per decenni la conquista come opera di civilizzazione; quella sviluppatasi dopo l’indipendenza del 1962, algerina e francese insieme — Stora ne è l’esempio più noto — l’ha ricostruita a partire dai suoi costi umani e dallo spossessamento fondiario.

Resta genuinamente dibattuta la scala della catastrofe demografica algerina fra il 1830 e gli anni 1870: le stime, ricavate da censimenti incompleti e da ricostruzioni indirette su guerra, carestie ed epidemie, variano su un ordine di grandezza fra loro, e nessuna è definitiva. È discusso anche quanto la crisi del 1827-1830 fosse premeditata: alcuni storici leggono l’incidente del ventaglio come la scintilla di una decisione presa quasi per caso, altri sottolineano che l’ipotesi di un’impresa in Algeria circolava nei ministeri francesi già da anni, e che l’incidente fu colto più che cercato. Resta infine convenzionale la data del 1848 usata qui come chiusura del processo: la trasformazione in colonia di popolamento continuò oltre, con la legge Warnier del 1873 come tappa successiva.

Approfondimenti

  • Benjamin Stora, Histoire de l’Algérie coloniale (1830-1954) (1991) — la sintesi più citata, scritta da uno storico nato in Algeria da famiglia ebrea, utile per capire come l’indipendenza del 1962 abbia riscritto la memoria della conquista.
  • John Ruedy, Modern Algeria: The Origins and Development of a Nation (1992) — il riferimento in inglese più completo sul lungo periodo, dalla reggenza ottomana all’indipendenza.
  • Raphael Danziger, Abd al-Qadir and the Algerians (1977) — la ricostruzione di riferimento della resistenza dell’emiro, utile per non ridurla a una nota a margine della conquista francese.
  • David Prochaska, Making Algeria French: Colonialism in Bône, 1870-1920 (1990) — uno studio di caso locale che mostra concretamente come si formò, città per città, la società coloniale di coloni ed espropri di cui questa scheda racconta l’origine.

Riferimenti

  • Benjamin Stora, Histoire de l'Algérie coloniale (1830-1954), 1991, La Découverte
  • John Ruedy, Modern Algeria: The Origins and Development of a Nation, 1992, Indiana University Press
  • Raphael Danziger, Abd al-Qadir and the Algerians: Resistance to the French and Internal Consolidation, 1977, Holmes and Meier
  • David Prochaska, Making Algeria French: Colonialism in Bône, 1870-1920, 1990, Cambridge University Press

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