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Atlante della storia umana

Età industrialeNazioni e industria

La rivolta dei sepoy

Un ammutinamento militare diventa insurrezione, e la repressione porta al governo diretto della corona sull'India

esatto

1850Età industriale1914

In breve

Nel maggio 1857 i soldati indiani (sepoy) dell’esercito della Compagnia delle Indie Orientali si ribellarono a Meerut e marciarono su Delhi, dove proclamarono di nuovo imperatore l’ultimo Moghul, Bahadur Shah Zafar. La rivolta si allargò in gran parte dell’India settentrionale, coinvolgendo principi spodestati, proprietari terrieri e contadini, prima di essere schiacciata dalla riconquista britannica fra il 1857 e il 1858. La repressione fu durissima e cambiò radicalmente l’assetto di potere: la Compagnia fu sciolta e l’India passò sotto il governo diretto della Corona britannica.

Contesto

Dalla metà del Settecento la Compagnia britannica delle Indie Orientali aveva smesso di essere solo un’impresa commerciale ed era diventata una potenza territoriale, con un proprio esercito composto in gran parte da soldati indiani — i sepoy, dall’urdu sipahi, “soldato” — comandati da ufficiali britannici. Nella prima metà dell’Ottocento la Compagnia aveva accelerato l’espansione: nel 1849 aveva annesso il Punjab, e nel 1856 il governatore generale Lord Dalhousie aveva incorporato il regno di Awadh (Oudh), applicando la cosiddetta “dottrina della decadenza” (doctrine of lapse), che permetteva di annettere gli stati principeschi privi di erede maschio diretto. Questa politica aveva colpito duramente l’aristocrazia terriera e i principi locali, molti dei quali persero rendite, titoli e legittimità.

Sul piano sociale, l’esercito della Presidenza del Bengala reclutava soprattutto fra le caste alte dell’India settentrionale e centrale, sensibili a questioni di purezza rituale e di casta. Le riforme amministrative e fiscali britanniche — nuove imposte fondiarie, codici penali uniformi, la diffusione di missionari cristiani — alimentavano il sospetto che il governo della Compagnia mirasse a minare religione e costumi locali. Circolavano da tempo voci e presagi, come la leggenda secondo cui il dominio britannico sarebbe durato cent’anni dalla battaglia di Plassey (1757) e sarebbe dunque finito nel 1857; e la misteriosa circolazione di focacce di farina (chapati) di villaggio in villaggio, il cui significato resta dibattuto.

La scintilla immediata fu tecnica e religiosa insieme: l’introduzione del nuovo fucile Enfield, le cui cartucce dovevano essere aperte a morsi e — secondo una voce diffusa fra i soldati — erano lubrificate con grasso di maiale e di vacca, sostanze rispettivamente impure per i musulmani e sacre per gli indù. La percezione di un attacco deliberato alla fede dei soldati si sommò al malcontento economico e politico accumulato negli anni precedenti.

Svolgimento

Le prime avvisaglie si ebbero a gennaio e febbraio 1857, con episodi isolati di insubordinazione e incendi dolosi in diverse guarnigioni del Bengala. Il punto di rottura arrivò a Meerut, il 9 maggio 1857, quando 85 soldati del 3° reggimento di cavalleria leggera, che avevano rifiutato di usare le nuove cartucce, furono processati, spogliati delle uniformi e messi ai ferri davanti all’intera guarnigione. Il giorno seguente, 10 maggio 1857, i loro commilitoni si ammutinarono, liberarono i prigionieri, uccisero diversi ufficiali britannici e civili europei, e marciarono nella notte verso Delhi.

L’11 maggio i sepoy entrarono a Delhi e si presentarono al palazzo del Forte Rosso, chiedendo al vecchio imperatore moghul Bahadur Shah Zafar — sovrano ormai solo nominale, pensionato dalla Compagnia — di assumere la guida della rivolta. Zafar, ottantaduenne e riluttante, accettò, dando alla ribellione una legittimità dinastica che ne allargò la portata ben oltre una semplice mutiny militare.

La rivolta si propagò rapidamente attraverso le pianure del Gange: Kanpur (Cawnpore), dove il rajah Nana Sahib, erede diseredato dell’ultimo Peshwa maratha, guidò l’assedio della guarnigione britannica; dopo la resa concordata, il massacro di prigionieri e civili europei nel Bibighar (luglio 1857) divenne uno degli episodi più citati e strumentalizzati dalla propaganda britannica successiva. A Lucknow, capitale del deposto regno di Awadh, la guarnigione britannica e i civili si asserragliarono nella Residency, sottoposta a un assedio che durò da giugno a novembre 1857, prima di essere soccorsa e poi definitivamente liberata.

La riconquista britannica fu organizzata metodicamente: Delhi fu ripresa il 20 settembre 1857 dopo settimane di assedio e furiosi combattimenti casa per casa; Bahadur Shah Zafar fu catturato, i suoi figli furono giustiziati sommariamente, e l’anziano imperatore fu processato e deportato a Rangoon, in Birmania, dove morì nel 1862, ultimo sovrano della dinastia moghul. Lucknow fu riconquistata in modo definitivo nel marzo 1858. La repressione proseguì fino alla metà del 1858, con esecuzioni sommarie, villaggi incendiati e, in alcuni casi documentati, prigionieri legati alla bocca dei cannoni e fatti esplodere — una pratica punitiva di particolare ferocia simbolica.

Conseguenze

L’effetto istituzionale più immediato fu la fine della Compagnia delle Indie Orientali come potere di governo: il Government of India Act del 1858 trasferì l’amministrazione dell’India direttamente alla Corona britannica, inaugurando il Raj britannico. La regina Vittoria, con un proclama diffuso nel novembre 1858, promise (con applicazione disomogenea) il rispetto delle pratiche religiose locali e la fine delle ulteriori annessioni territoriali indiscriminate.

L’esercito indiano fu riorganizzato profondamente: si ridusse la proporzione di soldati indiani rispetto a quelli britannici, si abbandonò il reclutamento concentrato in poche caste del Bengala a favore delle cosiddette “razze marziali” (sikh, gurkha, punjabi), e si tennero separati i reparti per etnia e religione, per rendere più difficile una futura solidarietà fra soldati.

Sul piano politico e simbolico, la rivolta segnò una rottura nei rapporti fra colonizzatori e colonizzati: crebbe la diffidenza razziale britannica verso gli indiani, mentre nella memoria indiana l’episodio fu progressivamente reinterpretato — soprattutto dal nazionalismo del Novecento, con Vinayak Damodar Savarkar che nel 1909 lo definì “la prima guerra d’indipendenza indiana” — come precedente di resistenza nazionale, sebbene gli storici concordino che nel 1857 mancasse ancora un’idea unitaria di nazione indiana.

A lungo termine, l’esperienza del 1857 alimentò sia la burocratizzazione più rigida del dominio britannico sia, per reazione, la nascita di un ceto colto indiano che negli decenni successivi avrebbe fondato organizzazioni come il Congresso nazionale indiano (1885), cercando canali politici diversi dalla rivolta armata.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La documentazione sulla rivolta è estremamente ricca ma sbilanciata verso la prospettiva britannica: rapporti militari, corrispondenza ufficiale, memorie di ufficiali e civili assediati, e una vasta produzione a stampa vittoriana che, negli anni immediatamente successivi, costruì una narrazione di eroismo coloniale imperniata sugli assedi di Lucknow e Kanpur. Solo più di recente gli storici hanno lavorato sistematicamente sulle fonti in urdu e persiano prodotte a Delhi — editti, corrispondenza di corte, atti processuali del tribunale che giudicò Bahadur Shah Zafar, petizioni e memoriali — restituendo una prospettiva indiana che a lungo era rimasta in secondo piano nella storiografia in lingua inglese.

Restano diversi punti dibattuti. Il grado di premeditazione: se la rivolta fosse in parte pianificata (come sostenne inizialmente la propaganda britannica, parlando di una “cospirazione”) o se sia stata soprattutto un’esplosione di panico e voci incontrollate, tesi sostenuta con particolare forza dagli studi più recenti sulla circolazione delle chapati e delle dicerie. La natura sociale della partecipazione contadina nelle campagne di Awadh: quanto fosse guidata dalla lealtà verso i vecchi proprietari terrieri (i taluqdar) spodestati dalle riforme fondiarie britanniche, e quanto da rivendicazioni proprie. L’entità delle vittime civili indiane durante la repressione, che le fonti britanniche dell’epoca tendevano a minimizzare e che gli storici contemporanei stimano assai più alta di quanto a lungo riportato. Infine, l’etichettatura stessa dell’evento — “ammutinamento” (mutiny), “rivolta” o “prima guerra d’indipendenza” — resta oggetto di discussione storiografica, perché ciascun termine porta con sé un giudizio implicito sulla natura dell’evento.

Approfondimenti

  • William Dalrymple, The Last Mughal: The Fall of a Dynasty, Delhi, 1857 (2006) — ricostruisce la rivolta a Delhi attraverso fonti in urdu e persiano rimaste a lungo inesplorate, restituendo la prospettiva della corte moghul.
  • Eric Stokes, The Peasant Armed: The Indian Revolt of 1857 (1986) — analisi delle basi sociali e agrarie della rivolta nelle campagne dell’India settentrionale.
  • Kim A. Wagner, The Great Fear of 1857: Rumours, Conspiracies and the Making of the Indian Uprising (2010) — indaga il ruolo di voci, panico e presunte cospirazioni nell’innesco della rivolta.
  • Rudrangshu Mukherjee, Awadh in Revolt 1857-58: A Study of Popular Resistance (1984) — studio di riferimento sulla resistenza popolare nella regione di Awadh, cuore della rivolta.

Riferimenti

  • William Dalrymple, The Last Mughal: The Fall of a Dynasty, Delhi, 1857, 2006, Bloomsbury
  • Eric Stokes, The Peasant Armed: The Indian Revolt of 1857, 1986, Oxford University Press
  • Kim A. Wagner, The Great Fear of 1857: Rumours, Conspiracies and the Making of the Indian Uprising, 2010, Peter Lang
  • Rudrangshu Mukherjee, Awadh in Revolt 1857-58: A Study of Popular Resistance, 1984, Oxford University Press

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