In breve
Quattro anni, oltre seicentomila morti e l’abolizione della schiavitù. Il paese resta però segregato per un secolo. È la guerra più sanguinosa mai combattuta dagli Stati Uniti, e nasce dallo scontro fra un’economia industriale del Nord e un’economia schiavista del Sud che non riescono più a condividere la stessa Unione.
Contesto
Dalla fondazione degli Stati Uniti, il Nord e il Sud avevano costruito due economie incompatibili: il Nord si industrializza, urbanizza e attira immigrazione europea; il Sud resta agricolo, fondato sulla piantagione di cotone e su una manodopera di persone ridotte in schiavitù, quasi quattro milioni nel 1860. Una serie di compromessi politici — il Compromesso del Missouri del 1820, quello del 1850, il Kansas-Nebraska Act del 1854 — avevano rimandato lo scontro sull’estensione della schiavitù ai nuovi territori dell’Ovest, senza risolverlo. Nel 1857 la Corte Suprema, con la sentenza Dred Scott, nega che le persone di origine africana possano essere cittadine e dichiara incostituzionale ogni limite federale alla schiavitù nei territori: una vittoria del Sud che radicalizza l’opinione del Nord.
Il Partito Repubblicano, fondato nel 1854, si oppone all’espansione della schiavitù senza per questo, nella maggioranza dei casi, chiederne l’abolizione immediata dove già esisteva. Alla sua elezione a presidente, il 6 novembre 1860, gli stati schiavisti del Sud vedono una minaccia esistenziale al proprio ordine sociale ed economico, anche se Lincoln non ha alcun potere costituzionale per abolire la schiavitù negli stati in cui già vige. La Carolina del Sud si stacca dall’Unione il 20 dicembre 1860; entro il febbraio 1861 la seguono Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana e Texas, che formano gli Stati Confederati d’America con capitale a Montgomery e poi Richmond, e Jefferson Davis come presidente.
Svolgimento
La guerra comincia il 12 aprile 1861, quando le batterie confederate aprono il fuoco su Fort Sumter, una guarnigione federale nella baia di Charleston: il forte si arrende il giorno dopo, senza vittime dirette nello scontro. Lincoln chiama alle armi 75.000 volontari, e altri quattro stati — Virginia, Arkansas, Tennessee e Carolina del Nord — si uniscono alla Confederazione piuttosto che fornire truppe contro stati consorelle. Entrambe le parti si aspettano una guerra breve: la sconfitta unionista nella prima battaglia di Bull Run, il 21 luglio 1861, smentisce subito questa illusione.
I due fronti principali sono quello orientale, fra Washington e Richmond, e quello occidentale lungo il Mississippi, dove Ulysses S. Grant conquista posizioni chiave e prende Vicksburg il 4 luglio 1863, spezzando in due la Confederazione. Il 17 settembre 1862 la battaglia di Antietam, nel Maryland, resta il giorno più sanguinoso della storia militare americana con oltre 22.000 caduti; è un pareggio tattico ma basta a Lincoln per annunciare, e poi promulgare il 1° gennaio 1863, il Proclama di Emancipazione, che libera le persone schiavizzate nei territori in ribellione e apre l’arruolamento di soldati afroamericani nell’esercito unionista — saranno quasi 180.000 entro la fine della guerra. Da questo momento la guerra non è più soltanto per l’Unione, ma esplicitamente contro la schiavitù.
Il punto di svolta militare arriva all’inizio di luglio 1863: mentre a Vicksburg cade il Mississippi, a Gettysburg, in Pennsylvania, l’Armata del Potomac respinge il 1-3 luglio l’invasione confederata del generale Robert E. Lee, nella battaglia più sanguinosa mai combattuta sul suolo nordamericano. Nel 1864 Grant assume il comando generale delle forze unioniste e lancia una guerra di logoramento contro Lee in Virginia, mentre William T. Sherman conquista Atlanta il 2 settembre 1864 e marcia poi verso il mare devastando le infrastrutture e le piantagioni della Georgia. Richmond cade il 2 aprile 1865; Lee si arrende a Grant il 9 aprile 1865 ad Appomattox Court House, un accordo che prevede condizioni relativamente clementi per i soldati confederati. Cinque giorni dopo, il 14 aprile 1865, Lincoln viene ucciso a colpi d’arma da fuoco al Ford’s Theatre di Washington dall’attore secessionista John Wilkes Booth; muore il mattino seguente. Le ultime forze confederate, nel Trans-Mississippi, si arrendono il 2 giugno 1865.
Conseguenze
Il costo umano è enorme: le stime tradizionali parlano di circa 620.000 morti fra le due parti, ma una revisione demografica pubblicata nel 2011 dallo storico J. David Hacker alza la cifra a circa 750.000, più delle perdite americane in tutte le altre guerre del paese messe insieme fino alla Seconda guerra mondiale. Il Sud esce economicamente distrutto, con le sue infrastrutture e il suo sistema di lavoro forzato annientati; il Nord, al contrario, consolida la propria industria bellica e ferroviaria e ne esce con un potere federale enormemente rafforzato rispetto al 1861.
Sul piano costituzionale, il tredicesimo emendamento (ratificato nel dicembre 1865) abolisce la schiavitù su tutto il territorio nazionale; il quattordicesimo (1868) garantisce cittadinanza ed eguale protezione delle leggi; il quindicesimo (1870) estende il voto agli uomini afroamericani. Ma la Ricostruzione del Sud, gestita con truppe federali fino al 1877, viene poi smantellata da un compromesso politico che restituisce il potere locale alle élite bianche del Sud: nascono le leggi Jim Crow, la segregazione legale e un regime di violenza e disuguaglianza razziale che dura fino al movimento per i diritti civili del Novecento, oltre un secolo dopo l’abolizione formale della schiavitù. La guerra resta, ancora oggi, l’evento più divisivo nella memoria pubblica statunitense, riletto in modi opposti a seconda di chi ne discute le cause e il significato.
Nel frattempo altrove
- 1840Il trattato di Waitangi — Oceania
- 1857La rivolta dei sepoy — Asia meridionale
- 1859L'origine delle specie — Europa
- 1861Italia e Germania — Europa
- 1867Ukiyo-e e japonisme — Asia orientale
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
- 1884La conferenza di Berlino — Africa
Come lo sappiamo
La guerra civile è probabilmente il conflitto più documentato dell’Ottocento: gli archivi ufficiali dell’esercito e della marina, raccolti nella monumentale serie The War of the Rebellion: Official Records pubblicata dal governo statunitense fra il 1880 e il 1901, riempiono oltre 130 volumi con ordini, rapporti e corrispondenza militare. A questo si aggiungono decine di migliaia di lettere e diari di soldati e civili, i censimenti federali del 1860 e del 1870 usati per stimare popolazione schiavizzata e perdite demografiche, e un vasto corpus fotografico — le immagini di Mathew Brady e dei suoi collaboratori sui campi di battaglia sono fra le prime fotografie di guerra della storia. L’archeologia dei campi di battaglia, da Antietam a Gettysburg, ha permesso di verificare posizioni delle truppe e traiettorie di fuoco descritte nei rapporti ufficiali.
Restano dibattuti diversi punti. Il numero esatto dei morti è tuttora oggetto di revisione: le cifre ottocentesche, basate su registri incompleti soprattutto per il Sud, sono state riviste al rialzo dagli storici demografici contemporanei. Più controverso è il dibattito pubblico sulle cause della guerra: mentre gli storici professionali concordano ampiamente, sulla base dei documenti di secessione degli stati del Sud, che la difesa della schiavitù ne fu la causa centrale, una narrazione alternativa nata nel dopoguerra — la cosiddetta “Causa Perduta” — ha per decenni presentato il conflitto come una guerra sui diritti degli stati, influenzando manuali scolastici e memoria pubblica fino a tempi recenti, come ha mostrato lo storico David Blight.
Approfondimenti
- Battle Cry of Freedom: The Civil War Era, James M. McPherson, 1988, Oxford University Press
- The Fiery Trial: Abraham Lincoln and American Slavery, Eric Foner, 2010, W. W. Norton & Company
- Race and Reunion: The Civil War in American Memory, David W. Blight, 2001, Harvard University Press (Belknap Press)
- Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, Doris Kearns Goodwin, 2005, Simon & Schuster