Salta al contenuto
Atlante della storia umana

Età industrialeSpartizione del mondo

La conferenza di Berlino

Le potenze europee si dividono l'Africa su una mappa

esatto

1850Età industriale1914

In breve

Fra il novembre 1884 e il febbraio 1885 quattordici potenze si riuniscono a Berlino, su invito di Bismarck, per fissare le regole con cui l’Europa avrebbe rivendicato l’Africa: nessun africano siede al tavolo. L’Atto generale che ne esce non traccia confini, ma stabilisce il principio decisivo, quello dell’occupazione effettiva, e riconosce lo Stato Libero del Congo come dominio personale di Leopoldo II del Belgio. Nei trent’anni successivi la “corsa per l’Africa” già in corso accelera fino a occupare quasi l’intero continente.

Contesto

Nel 1870 le potenze europee controllavano poco più del dieci per cento del territorio africano, concentrato soprattutto sulle coste: presidi commerciali, colonie di insediamento come quelle francesi in Algeria o britanniche al Capo, stazioni missionarie. L’interno restava in gran parte fuori dalla sovranità europea diretta, anche se non ignoto: le spedizioni di esploratori come David Livingstone e Henry Morton Stanley negli anni 1860 e 1870 avevano già cartografato il corso del Congo e aperto la strada a interessi commerciali e politici concreti.

Fu proprio il bacino del Congo a far precipitare la crisi diplomatica. Leopoldo II, re dei belgi, non riuscendo a ottenere per il suo paese una colonia attraverso i canali ufficiali, aveva finanziato in proprio, dal 1876, l’Associazione Internazionale Africana e poi l’Associazione Internazionale del Congo, presentandole come imprese filantropiche e scientifiche mentre in realtà costruivano una rete di trattati con capi locali per rivendicare il territorio a titolo personale. Contemporaneamente l’esploratore Pierre Savorgnan de Brazza firmava trattati per la Francia sulla sponda opposta del fiume, ponendo le basi di quello che sarebbe diventato il Congo francese. Il Portogallo, che rivendicava diritti storici sulla foce del Congo risalenti al Cinquecento, si opponeva a entrambi. Nessuna regola internazionale stabiliva quale di queste rivendicazioni sovrapposte fosse valida, né come si dovesse trattare la libertà di navigazione e di commercio su un fiume conteso da tre potenze.

Bismarck, che fino a quel momento aveva mostrato scarso interesse per le colonie d’oltremare, decise di convocare una conferenza a Berlino: gli storici discutono ancora se lo fece per calcolo di politica interna, per riavvicinarsi alla Francia in funzione anti-britannica, o per genuino interesse coloniale tedesco, appena affacciatosi in Africa sudoccidentale, in Togo e in Camerun nella seconda metà del 1884.

Svolgimento

La conferenza si aprì il 15 novembre 1884 nella cancelleria del Reich a Berlino e si chiuse il 26 febbraio 1885. Vi parteciparono quattordici stati: Germania, Austria-Ungheria, Belgio, Danimarca, Spagna, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Russia, Svezia-Norvegia e Impero ottomano. Nessun rappresentante africano fu invitato a discutere il destino del proprio continente.

I lavori si concentrarono su tre nodi. Il primo era la libertà di commercio e di navigazione nel bacino del Congo e lungo il fiume Niger, che le potenze concordarono di garantire a tutti gli stati firmatari, in un’area dichiarata “zona di libero scambio” convenzionale. Il secondo era la sorte del Congo stesso: grazie a un’intensa attività diplomatica, e dopo che Stati Uniti e Germania lo avevano già riconosciuto separatamente nell’aprile e nel novembre 1884, l’Associazione Internazionale del Congo di Leopoldo II ottenne il riconoscimento come Stato Libero del Congo, formalmente indipendente ma di fatto proprietà personale del sovrano belga, non una colonia dello stato belga.

Il terzo nodo, quello con le conseguenze più durature, fu l’articolo 34 dell’Atto generale, firmato il 26 febbraio 1885: qualunque potenza che avesse preso possesso di un tratto di costa africana, o vi avesse assunto un protettorato, doveva notificarlo alle altre potenze firmatarie, perché queste potessero far valere eventuali rivendicazioni concorrenti. L’articolo 35 aggiungeva l’obbligo di garantire un’autorità sufficiente a far rispettare i diritti acquisiti e, se esistenti, la libertà di commercio e di transito: la base di quello che sarebbe passato alla storia come principio di “occupazione effettiva”. Contrariamente a un’idea diffusa, la conferenza non tracciò confini sulla carta: stabilì solo le regole procedurali con cui le potenze si sarebbero notificate a vicenda le proprie rivendicazioni, lasciando la spartizione vera e propria a trattati bilaterali successivi.

Conseguenze

Nell’immediato l’Atto di Berlino trasformò una corsa già in atto in una procedura regolata: dal 1885 le cancellerie europee si scambiarono decine di trattati bilaterali per delimitare sfere di influenza, spesso senza alcuna cognizione del terreno o delle popolazioni coinvolte. Fra il 1885 e il 1902 la Francia occupò gran parte dell’Africa occidentale e sahariana, il Regno Unito consolidò Egitto, Sudan, Africa orientale e Africa australe, la Germania rivendicò Togo, Camerun, Africa sudoccidentale e Tanganica, il Portogallo cercò di unire Angola e Mozambico in una fascia continua (il progetto della “mappa rosa”, bloccato dall’ultimatum britannico del 1890), e il Belgio amministrò il Congo attraverso la persona di Leopoldo II. Entro il 1914 solo l’Etiopia, che nel 1896 avrebbe sconfitto l’esercito italiano ad Adua, e la Liberia restavano formalmente indipendenti: oltre il novanta per cento del continente era sotto controllo europeo.

Lo Stato Libero del Congo divenne il caso più estremo di questo regime: privo di controlli statali reali, il dominio personale di Leopoldo II impose alla popolazione un sistema di raccolta forzata del caucciù sostenuto da violenze sistematiche, mutilazioni e requisizioni che provocarono un crollo demografico stimato in milioni di morti fra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. Le denunce dell’attivista Edmund Dene Morel e il rapporto ufficiale del console britannico Roger Casement, pubblicato nel 1904, produssero uno scandalo internazionale che costrinse il Belgio ad annettere il Congo come colonia statale nel 1908, sottraendolo alla proprietà privata del re.

Nel lungo periodo l’eredità più duratura della conferenza non furono le clausole sul libero scambio, presto disattese, ma la logica dei confini: linee tracciate a tavolino da funzionari europei che ignoravano quasi sempre i confini fra popoli, lingue e regni preesistenti, spesso spaccando in due gruppi etnici o unendone di rivali entro lo stesso territorio coloniale. Quelle linee, ereditate quasi senza modifiche dagli stati africani indipendenti dopo la decolonizzazione del Novecento, restano oggi la mappa politica del continente e una fonte ricorrente di tensioni.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il testo dell’Atto generale di Berlino del 26 febbraio 1885 è un documento diplomatico pubblico, conservato negli archivi del ministero degli esteri tedesco e pubblicato all’epoca in più lingue: le sue clausole, comprese quelle sulla libertà di navigazione e sull’occupazione effettiva, non sono in discussione nella lettera. Restano invece dibattute le intenzioni di Bismarck nel convocarla, un nodo su cui gli storici si dividono fra letture di politica interna tedesca, calcolo diplomatico europeo e interesse coloniale genuino, senza che le fonti d’archivio permettano di sciogliere l’alternativa in modo definitivo.

Per il Congo di Leopoldo II le fonti si fanno più dirette e più scomode: rapporti missionari, fotografie delle mutilazioni inflitte ai lavoratori inadempienti, e soprattutto il rapporto Casement del 1904, redatto da un funzionario consolare britannico dopo un’inchiesta sul campo, restano la base documentaria principale delle stime sulla violenza del regime. Le cifre complessive delle vittime, tuttavia, restano oggetto di dibattito storiografico: le stime demografiche per un territorio privo di censimenti affidabili prima dell’arrivo europeo oscillano su un ordine di grandezza di milioni di morti, ma la loro precisione resta necessariamente approssimativa. Un equivoco diffuso, che la ricerca storica ha corretto ma che continua a circolare, è l’idea che a Berlino sia stata letteralmente disegnata una mappa dell’Africa con le matite colorate: i confini effettivi furono negoziati, quasi sempre in Europa e senza consultare le popolazioni interessate, nei decenni successivi attraverso trattati bilaterali fra le singole potenze, non nella sala della cancelleria berlinese.

Approfondimenti

  • Thomas Pakenham, The Scramble for Africa (1991) — la ricostruzione narrativa più ampia della corsa coloniale, dal Congo di Leopoldo alla sconfitta italiana ad Adua.
  • Adam Hochschild, King Leopold’s Ghost: A Story of Greed, Terror, and Heroism in Colonial Africa (1998) — la storia dello Stato Libero del Congo e dello scandalo che ne seguì, con particolare attenzione al ruolo di Morel e Casement.
  • Stig Förster, Wolfgang J. Mommsen, Ronald Robinson (a cura di), Bismarck, Europe, and Africa: The Berlin Africa Conference 1884-1885 and the Onset of Partition (1988) — il volume collettivo di riferimento sulla conferenza stessa, con saggi di storici europei e africani sulle sue premesse diplomatiche.
  • H. L. Wesseling, Divide and Rule: The Partition of Africa, 1880-1914 (1996) — una storia comparata della spartizione potenza per potenza, utile per seguire i trattati bilaterali successivi a Berlino.

Riferimenti

  • Thomas Pakenham, The Scramble for Africa, 1991, Weidenfeld & Nicolson
  • Adam Hochschild, King Leopold's Ghost: A Story of Greed, Terror, and Heroism in Colonial Africa, 1998, Houghton Mifflin
  • Stig Förster, Wolfgang J. Mommsen, Ronald Robinson (a cura di), Bismarck, Europe, and Africa: The Berlin Africa Conference 1884-1885 and the Onset of Partition, 1988, Oxford University Press / German Historical Institute London
  • H. L. Wesseling, Divide and Rule: The Partition of Africa, 1880-1914, 1996, Praeger

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.