In breve
Tra l’agosto 1894 e l’aprile 1895 l’impero Qing e il Giappone Meiji si scontrano per il controllo della Corea, formalmente un regno tributario cinese ma da tempo conteso dalle ambizioni giapponesi. La guerra, innescata dalla rivolta contadina Donghak in Corea, si risolve in una vittoria giapponese rapida e a senso unico, che sorprende gli osservatori internazionali abituati a considerare la Cina la potenza asiatica di riferimento. Il trattato di Shimonoseki (aprile 1895) sancisce l’indipendenza formale della Corea dall’influenza cinese, cede al Giappone Taiwan e la penisola del Liaodong, e impone a Pechino una pesante indennità di guerra. Pochi giorni dopo, Russia, Francia e Germania costringono il Giappone a restituire il Liaodong: un’umiliazione diplomatica che alimenta il risentimento giapponese verso la Russia e prepara la guerra russo-giapponese del 1904-05.
Contesto
Per secoli la Corea della dinastia Joseon aveva occupato, nel sistema tributario dell’Asia orientale, la posizione di regno vassallo dell’impero cinese: riconosceva la supremazia simbolica di Pechino, ne riceveva in cambio protezione e legittimazione, e restava per il resto largamente autonoma nella propria amministrazione interna. Era un rapporto gerarchico ma non coloniale, radicato in una concezione dell’ordine internazionale che il Giappone della restaurazione Meiji, dagli anni 1870 in poi, non era più disposto ad accettare.
Il Giappone, uscito dall’isolamento forzato degli anni 1850 e impegnato in una rapida industrializzazione e modernizzazione militare, guardava alla Corea come a una posizione strategica di primaria importanza: un territorio che, in mani ostili o instabili, veniva descritto da alcuni strateghi giapponesi come “un pugnale puntato al cuore del Giappone”. Tokyo cercò quindi di sottrarre la Corea all’orbita cinese e di aprirla, con metodi non troppo diversi da quelli subiti pochi decenni prima: nel 1876 il trattato di Ganghwa, imposto con la diplomazia delle cannoniere, costrinse la Corea ad aprire porti al commercio giapponese e ne riconobbe implicitamente l’indipendenza formale dalla Cina, pur senza risolvere la questione.
Negli anni successivi la Corea divenne il terreno di una rivalità crescente fra fazioni di corte filo-cinesi e filo-giapponesi, con la Cina Qing che rafforzava la propria presenza attraverso figure come il residente Yuan Shikai, inviato a Seul a sorvegliare da vicino gli affari coreani. Nel 1894 questo equilibrio instabile fu travolto dalla rivolta Donghak, un movimento contadino e religioso che si sollevò contro la corruzione dell’amministrazione coreana e la penetrazione economica straniera. Incapace di contenere la rivolta con le proprie forze, il governo coreano chiese aiuto militare alla Cina, che inviò truppe in base ai propri obblighi di potenza tutrice; il Giappone rispose inviando a sua volta un contingente, invocando un trattato del 1885 che prevedeva la notifica reciproca di ogni intervento militare in Corea. Con la rivolta ormai in via di soluzione, nessuna delle due potenze ritirò le proprie truppe: fu questa presenza militare parallela e non pacificata a fornire l’innesco immediato del conflitto.
Svolgimento
Le ostilità aperte iniziarono nell’estate del 1894, con un attacco navale giapponese non dichiarato contro navi cinesi che trasportavano rinforzi verso la Corea, seguito dalla dichiarazione formale di guerra ad agosto. Sul terreno coreano le truppe giapponesi ottennero rapidamente il controllo di Seul e inflissero alle forze Qing una sconfitta decisiva nella battaglia di Pyongyang, nel settembre 1894, costringendo i cinesi a ritirarsi oltre il fiume Yalu, che segnava il confine con la Manciuria.
Sul mare l’esito fu altrettanto netto. Nella battaglia del fiume Yalu, combattuta anch’essa nel settembre 1894, la flotta giapponese, più moderna e meglio addestrata nelle tattiche di tiro e di manovra, inflisse gravi perdite alla flotta cinese di Beiyang, pur senza distruggerla del tutto. La superiorità navale giapponese permise poi lo sbarco di truppe sulla penisola del Liaodong, dove caddero in rapida successione Dalian e, nel novembre 1894, la fortezza di Port Arthur (Lüshun), considerata una delle piazzeforti meglio difese dell’Asia orientale: la sua caduta, accompagnata da un massacro della popolazione civile a opera delle truppe giapponesi che suscitò indignazione nella stampa internazionale, fu un colpo durissimo al prestigio militare cinese. Nella primavera del 1895 le forze giapponesi presero anche la base navale di Weihaiwei, sulla costa dello Shandong, dove la flotta di Beiyang, ormai bloccata in porto, fu costretta alla resa: fu la fine della marina moderna che la Cina Qing aveva costruito nei due decenni precedenti come punta di diamante del proprio programma di autorafforzamento.
La rapidità e la nettezza della vittoria giapponese sorpresero gli osservatori dell’epoca, che generalmente consideravano la Cina, per popolazione, territorio e tradizione, la potenza di riferimento dell’Asia orientale. La guerra rivelò invece un divario profondo fra le due modernizzazioni militari: quella giapponese, centralizzata, coerente e sostenuta da riforme istituzionali di ampio respiro, contro quella cinese, frammentata fra comandi regionali rivali, sottofinanziata rispetto alle intenzioni dichiarate e priva di un comando unificato capace di coordinare esercito e marina.
Conseguenze
Il trattato di Shimonoseki, firmato il 17 aprile 1895 dal primo ministro giapponese Ito Hirobumi e dal plenipotenziario cinese Li Hongzhang, impose condizioni durissime alla Cina Qing: il riconoscimento della piena indipendenza della Corea, che usciva così dall’orbita tributaria cinese pur restando esposta all’influenza giapponese; la cessione al Giappone di Taiwan, delle isole Penghu e della penisola del Liaodong; l’apertura di nuovi porti al commercio giapponese; e il pagamento di un’indennità di guerra di entità colossale rispetto alle finanze Qing.
Pochi giorni dopo la firma, Russia, Francia e Germania intervennero congiuntamente presso Tokyo per chiedere la restituzione della penisola del Liaodong alla Cina, ufficialmente in nome della stabilità regionale ma in realtà per proteggere i propri interessi strategici nell’area, in particolare quelli russi in Manciuria. Il Giappone, non ancora in grado di sfidare militarmente tre potenze europee insieme, dovette cedere e restituire il Liaodong in cambio di un’indennità aggiuntiva: fu la cosiddetta Triplice Intervenzione (Triple Intervention). L’episodio lasciò in Giappone un risentimento profondo e duraturo, alimentato dal fatto che, pochi anni dopo, fu proprio la Russia a ottenere concessioni su quello stesso territorio, incluso l’affitto di Port Arthur: un’umiliazione che la dirigenza giapponese non dimenticò e che contribuì a preparare, meno di un decennio più tardi, la guerra russo-giapponese del 1904-05.
Per la Cina Qing la sconfitta fu un trauma che accelerò la percezione, già diffusa fra i riformatori, di un declino irreversibile rispetto alle potenze moderne, Giappone compreso: se persino un vicino considerato minore aveva potuto infliggere una simile disfatta, il modello di modernizzazione parziale perseguito fino ad allora appariva chiaramente insufficiente. Questa consapevolezza alimentò il breve e fallito tentativo di riforma radicale dei Cento giorni di riforma del 1898, e più in generale contribuì ad approfondire quello che la storiografia e la memoria pubblica cinesi chiamano il secolo dell’umiliazione, un’epoca di concessioni territoriali e ingerenze straniere crescenti che culminerà pochi anni dopo nella rivolta dei Boxer e nella spartizione di fatto delle sfere di influenza straniere sul territorio cinese.
Per il Giappone la vittoria confermò invece, agli occhi delle potenze occidentali e dei paesi vicini, l’ingresso a pieno titolo fra le potenze militari moderne: Taiwan divenne la prima colonia dell’impero giapponese, gestita con metodi amministrativi che sarebbero poi serviti da modello per l’espansione successiva in Corea e in Manciuria. La guerra segnò così l’avvio di un’espansione coloniale giapponese in Asia orientale che si sarebbe consolidata nei decenni successivi con l’annessione formale della Corea nel 1910 e con la crescente presenza giapponese in Manciuria.
Nel frattempo altrove
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
- 1885Il Congresso nazionale indiano — Asia meridionale
- 1893Il suffragio femminile — Oceania
- 1895Il cinema — Europa
- 1896Adua — Africa
- 1900Freud e Planck — Europa
- 1903Il volo — Americhe
Come lo sappiamo
Nota editoriale su questa voce: le fonti elencate qui sotto sono opere che l’autore ricorda con buona sicurezza come reali e pertinenti, ma in questa sessione di stesura non è stato possibile condurre alcuna ricerca web di verifica (budget di ricerca esaurito). Titoli, autori, anni ed editori vanno quindi controllati sull’originale prima di portare la voce a stato: completa, e nessuna citazione qui presente deve essere considerata verificata.
Con questa cautela, la ricostruzione della guerra si basa tipicamente su tre tipi di fonti che si controllano a vicenda: la documentazione diplomatica e militare giapponese, relativamente abbondante e sistematizzata già a fine Ottocento dal governo Meiji stesso come parte della propria narrazione di modernizzazione riuscita; gli archivi e i memoriali della corte Qing e dei comandi regionali coinvolti, in particolare quelli legati a Li Hongzhang, che di quella modernizzazione militare incompiuta era stato il principale artefice e che pagò politicamente la sconfitta; e la stampa e i resoconti diplomatici delle potenze occidentali presenti nella regione, che seguirono la guerra con grande attenzione proprio perché ne intuivano le implicazioni per gli equilibri regionali.
Restano dibattuti, nella storiografia, almeno due punti. Il primo è quanto la sconfitta cinese vada attribuita a un divario tecnologico reale fra le due flotte e i due eserciti, e quanto invece a problemi di comando, coordinamento e corruzione amministrativa che affliggevano lo sforzo bellico Qing indipendentemente dalla qualità del materiale bellico disponibile: sul piano puramente tecnico la flotta di Beiyang non era nettamente inferiore a quella giapponese, il che sposta buona parte della spiegazione verso i fattori organizzativi. Il secondo è il peso relativo della rivolta Donghak come causa scatenante rispetto alle tensioni strutturali già presenti da anni fra Cina e Giappone sulla questione coreana: la rivolta fu con ogni probabilità l’occasione più che la causa profonda di un conflitto che entrambe le potenze, in misura diversa, consideravano ormai probabile.
Approfondimenti
- S. C. M. Paine, The Sino-Japanese War of 1894-1895: Perception, Power, and Primacy (2003) — lo studio in lingua inglese più ampio e recente sulla guerra, con particolare attenzione alla percezione reciproca delle due potenze prima del conflitto.
- Marius B. Jansen, The Making of Modern Japan (2000) — colloca la guerra nel percorso più lungo della modernizzazione Meiji e della sua proiezione militare in Asia orientale.
- Jonathan D. Spence, The Search for Modern China (1990) — utile per il contesto della crisi Qing di fine Ottocento e per il collegamento con le riforme e i rivolgimenti successivi.