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Atlante della storia umana

Età industrialeLa belle époque armata

Cade l'impero cinese

Duemila anni di sistema imperiale finiscono in una repubblica fragile, seguita da decenni di frammentazione

esatto

1850Età industriale1914

In breve

Il 10 ottobre 1911 una rivolta militare a Wuchang innesca la rivoluzione Xinhai, che in pochi mesi travolge duemila anni di sistema imperiale cinese. Il 12 febbraio 1912 l’ultimo imperatore, il bambino Puyi, abdica; la nuova Repubblica di Cina, proclamata a Nanchino con Sun Yat-sen presidente provvisorio, passa quasi subito nelle mani del generale Yuan Shikai. La sua morte nel 1916 lascia un potere centrale vuoto: il paese si frammenta in feudi militari rivali, l’epoca dei signori della guerra, che dura fino alla fine degli anni Venti.

Contesto

Alla fine dell’Ottocento la dinastia Qing, al potere dal 1644, era un impero già logorato. Le guerre dell’oppio (1839-42, 1856-60) avevano imposto trattati ineguali, porti aperti al commercio straniero e concessioni extraterritoriali; la rivolta dei Taiping (1850-64) aveva devastato l’interno del paese costando decine di milioni di vite; la sconfitta nella guerra sino-giapponese del 1894-95 aveva mostrato che perfino il Giappone, uscito da un isolamento simile a quello cinese appena una generazione prima, superava ormai la Cina in potenza militare. La rivolta dei Boxer (1899-1901) e la repressione a opera di una coalizione di otto potenze straniere avevano ulteriormente umiliato la corte e svuotato le casse imperiali con un’indennità di guerra colossale.

Di fronte a questo tracollo, la corte Qing tentò negli anni Duemila del Novecento un pacchetto di riforme tardive: abolizione degli esami imperiali basati sui classici confuciani (1905), promessa di una costituzione e di assemblee provinciali elettive, creazione di un moderno Nuovo Esercito addestrato ed equipaggiato secondo modelli occidentali e giapponesi. Le riforme, però, arrivarono troppo tardi e crearono più problemi di quanti ne risolvessero: le nuove élite urbane e gli ufficiali del Nuovo Esercito, spesso istruiti all’estero o esposti a idee costituzionali e repubblicane, si sentivano esclusi da un potere ancora concentrato nella corte manciù, percepita come straniera e incapace, mentre la nazionalizzazione delle ferrovie decisa nel 1911 per finanziare i progetti con prestiti stranieri infiammò le province, che vi videro un attacco ai propri interessi economici.

In questo clima operava da tempo un’opposizione rivoluzionaria organizzata all’estero, di cui la figura più nota era Sun Yat-sen, medico formatosi a Hong Kong, che dal 1905 guidava la Tongmenghui, un’alleanza di società segrete e gruppi nazionalisti con base a Tokyo dedicata al rovesciamento dei Qing e alla fondazione di una repubblica. Le sue insurrezioni, però, erano fallite ripetutamente: la scintilla finale sarebbe arrivata non da un suo piano, ma da un incidente.

Svolgimento

Il 9 ottobre 1911, nella concessione russa di Hankou, l’esplosione accidentale di una bomba in un covo di cospiratori rivoluzionari costrinse le autorità Qing a scoprire liste di nomi di soldati affiliati alla causa repubblicana all’interno del Nuovo Esercito di stanza a Wuchang. Temendo l’arresto, la notte del 10 ottobre 1911 unità dell’esercito si ammutinarono, occuparono l’arsenale della città e issarono la bandiera repubblicana: è la sollevazione di Wuchang, data che la Repubblica di Cina avrebbe poi celebrato come “Doppio Dieci”. In pochi giorni la rivolta si propagò a Hanyang e Hankou (le tre città che oggi formano Wuhan) e, nell’arco di due mesi, quattordici delle diciotto province della Cina propriamente detta dichiararono l’indipendenza dai Qing.

La corte, priva di generali fidati capaci di guidare la repressione, fu costretta a richiamare Yuan Shikai, l’artefice del Nuovo Esercito che era stato messo da parte tre anni prima, e a nominarlo primo ministro con pieni poteri militari. Yuan, però, negoziò su due tavoli: da un lato trattò con i rivoluzionari, dall’altro con la corte, calcolando che la propria posizione sarebbe stata più forte alla guida di una repubblica che come servitore di una dinastia morente. Sun Yat-sen, rientrato dagli Stati Uniti, fu eletto presidente provvisorio della Repubblica di Cina, proclamata a Nanchino il 1° gennaio 1912; ma Sun stesso, consapevole di non controllare né esercito né finanze, accettò di cedere la carica a Yuan a condizione che questi garantisse l’abdicazione dei Qing e la forma repubblicana di governo.

Il 12 febbraio 1912 l’imperatrice vedova Longyu, reggente per l’imperatore bambino Puyi (sei anni, salito al trono nel 1908), firmò l’editto di abdicazione a Pechino: si chiudeva così un sistema imperiale che, con dinastie diverse, risaliva almeno al 221 a.C. e all’unificazione di Qin Shi Huang. L’accordo concedeva a Puyi di mantenere titolo, residenza nella Città Proibita e una lauta pensione annuale, in un compromesso pensato per rendere la transizione meno traumatica. Yuan Shikai divenne presidente della nuova repubblica, ma ne tradì rapidamente lo spirito costituzionale: fece assassinare nel 1913 l’avversario politico Song Jiaoren, sciolse il parlamento, epurò il Guomindang di Sun Yat-sen e, nel dicembre 1915, tentò di proclamarsi imperatore di una nuova dinastia, scatenando una rivolta delle province meridionali che lo costrinse a rinunciare al progetto nel marzo 1916. Yuan morì pochi mesi dopo, il 6 giugno 1916, senza aver mai ricostituito un’autorità centrale credibile.

Conseguenze

Nell’immediato la morte di Yuan lasciò un vuoto di potere che nessuna istituzione repubblicana era in grado di colmare: l’esercito che lui stesso aveva costruito si frammentò in fazioni fedeli a singoli generali, dando inizio all’epoca dei signori della guerra (1916-1928 circa), un periodo in cui il governo di Pechino, formalmente riconosciuto all’estero, controllava poco più della capitale, mentre il resto del paese era diviso fra cricche militari regionali — la cricca del Fengtian in Manciuria, quella dell’Anhui, quella dello Zhili — spesso in guerra fra loro e appoggiate da potenze straniere concorrenti.

Nel medio periodo questa frammentazione impedì alla Cina di presentarsi unita di fronte al mondo proprio mentre gli eventi internazionali ne chiedevano conto: alla Conferenza di pace di Parigi (1919) le concessioni tedesche nello Shandong furono assegnate al Giappone anziché restituite alla Cina, scatenando il Movimento del Quattro Maggio, un’ondata di proteste studentesche e nazionaliste che avrebbe alimentato tanto il nazionalismo del Guomindang quanto la nascita, nel 1921, del Partito Comunista Cinese. La repubblica sopravvisse solo nel nome fino a quando il Guomindang di Chiang Kai-shek, con la Spedizione del Nord (1926-28), non riunificò formalmente il paese sotto un unico governo, senza però eliminare del tutto il potere dei militari regionali.

Nel lungo periodo la fine dell’impero segnò una cesura che va oltre la Cina: fu la scomparsa dell’ultima grande monarchia dell’Asia orientale di tradizione millenaria e l’inizio di un secolo di ricerca, spesso violenta, di una nuova forma statale capace di tenere insieme un territorio e una popolazione di quella scala — ricerca che sarebbe passata per la guerra civile fra nazionalisti e comunisti, l’invasione giapponese e infine, nel 1949, la fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Sulla rivoluzione Xinhai esistono fonti d’archivio relativamente abbondanti: i dispacci dei consolati stranieri di stanza a Hankou e Wuchang, i verbali della corte Qing conservati oggi negli Archivi di Stato di Pechino e Taipei, e la stampa in lingua cinese e straniera dell’epoca, che seguì l’evento con grande attenzione proprio perché toccava interessi commerciali e diplomatici stranieri consolidati. Sun Yat-sen e diversi protagonisti rivoluzionari lasciarono memorie e scritti politici, ma vanno letti come testi militanti, scritti per giustificare la propria linea politica agli occhi dei sostenitori, non come cronaca imparziale.

Resta dibattuto quanto la rivolta di Wuchang fosse davvero un’insurrezione pianificata e quanto invece un incidente — l’esplosione accidentale della bomba a Hankou — precipitato in rivoluzione dalla reazione a catena che innescò: la storiografia più recente, a partire dal lavoro di Joseph Esherick sulle radici sociali della rivolta in Hunan e Hubei, tende a leggere l’evento come il detonatore di tensioni locali già mature, più che come un colpo di mano riuscito per calcolo. È discussa anche la figura di Yuan Shikai: la storiografia repubblicana e poi comunista lo ha per lo più dipinto come un traditore opportunista della causa repubblicana, mentre studi più recenti, penso a quello di Ernest Young, ne rivalutano il tentativo iniziale di governo costituzionale, schiacciato più dalla debolezza delle istituzioni che creò lui stesso che da un disegno dispotico fin dall’inizio. Incerta resta anche la reale entità del sostegno popolare alla causa repubblicana fuori dalle città e dalle guarnigioni, in un paese in gran parte rurale dove il cambiamento di regime a Pechino ebbe per anni un impatto limitato sulla vita quotidiana dei villaggi.

Approfondimenti

  • Jonathan D. Spence, The Search for Modern China (1990) — la sintesi di riferimento sulla storia cinese moderna, con un ampio capitolo dedicato al crollo dei Qing e alla prima repubblica.
  • Joseph W. Esherick, Reform and Revolution in China: The 1911 Revolution in Hunan and Hubei (1976) — lo studio classico sulle radici sociali locali della rivoluzione Xinhai.
  • Ernest P. Young, The Presidency of Yuan Shih-k’ai (1977) — la ricostruzione più approfondita del breve e controverso governo di Yuan.
  • Edward A. McCord, The Power of the Gun (1993) — come il potere militare regionale, nato dalla frammentazione post-1916, produsse l’epoca dei signori della guerra.
  • Marie-Claire Bergère, Sun Yat-sen (1998) — biografia di riferimento del padre fondatore della repubblica, nel contesto della Cina tardo-Qing e repubblicana.

Riferimenti

  • Jonathan D. Spence, The Search for Modern China, 1990, W. W. Norton
  • Joseph W. Esherick, Reform and Revolution in China: The 1911 Revolution in Hunan and Hubei, 1976, University of California Press
  • Ernest P. Young, The Presidency of Yuan Shih-k'ai: Liberalism and Dictatorship in Early Republican China, 1977, University of Michigan Press
  • Edward A. McCord, The Power of the Gun: The Emergence of Modern Chinese Warlordism, 1993, University of California Press
  • Marie-Claire Bergère, Sun Yat-sen, 1998, Stanford University Press

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