In breve
Il 12 marzo 1930 Gandhi lasciò l’ashram di Sabarmati con 78 compagni per marciare 385 chilometri fino al villaggio costiero di Dandi e infrangere pubblicamente il monopolio britannico sul sale. Il gesto, apparentemente minimo, incendiò una campagna di disobbedienza civile di massa che coinvolse centinaia di migliaia di persone in tutta l’India e costrinse per la prima volta l’opinione pubblica mondiale a occuparsi del movimento indipendentista indiano. Il metodo messo a punto in quelle settimane — legge infranta apertamente, repressione accettata senza reagire, notizia della repressione fatta circolare il più possibile — diventò un modello che altri movimenti avrebbero ripreso esplicitamente nei decenni successivi, da quello per i diritti civili negli Stati Uniti alle lotte anticoloniali in Africa e Asia.
Contesto
Dal 1882 la legge britannica sul sale (Salt Act) vietava agli indiani di produrre o vendere sale senza autorizzazione e imponeva una tassa sul suo acquisto, riservando alla Corona il monopolio di fatto su un bene che in un clima tropicale è indispensabile alla sopravvivenza quanto l’acqua. La tassa colpiva tutti indistintamente, poveri più dei ricchi, contadini quanto cittadini, indù quanto musulmani: proprio per questo Gandhi la scelse come bersaglio, dopo aver scartato altre opzioni discusse nel Congresso nazionale indiano. Non era la prima campagna di questo tipo: il movimento di non collaborazione del 1920-1922, guidato dallo stesso Gandhi, si era chiuso bruscamente quando la violenza di una folla a Chauri Chaura nel febbraio 1922 lo aveva convinto a sospendere l’azione, temendo che la disobbedienza si trasformasse in insurrezione incontrollata.
Nel gennaio 1930 il Congresso, riunito a Lahore, aveva proclamato la Purna Swaraj, l’indipendenza completa, come obiettivo dichiarato, e aveva affidato a Gandhi il compito di scegliere la forma della prossima campagna. Il 2 marzo 1930 Gandhi scrisse al viceré Lord Irwin annunciando l’intenzione di infrangere la legge sul sale se non fossero state accolte alcune richieste minime, offrendogli così un’ultima possibilità di evitare lo scontro. Non arrivò una risposta sostanziale. La scelta del sale aveva anche un vantaggio tattico preciso: bastava raccogliere acqua di mare ed evaporarla per commettere il reato, un’azione che chiunque poteva ripetere senza bisogno di armi, denaro o istruzione, e che quindi si prestava a essere imitata su scala di massa in villaggi lontanissimi da Dandi.
Svolgimento
La marcia partì il 12 marzo 1930 dall’ashram di Sabarmati, vicino ad Ahmedabad, con 78 satyagrahi selezionati personalmente da Gandhi tra i residenti dell’ashram. Il gruppo attraversò a piedi decine di villaggi del Gujarat, percorrendo circa 385 chilometri in 24 giorni, con Gandhi che si fermava a parlare in ogni tappa e i numeri dei partecipanti che crescevano lungo il percorso. La stampa indiana e internazionale, compresi corrispondenti americani, seguì la marcia passo per passo, in quella che è considerata una delle prime campagne politiche pensate anche in funzione della copertura mediatica.
Il gruppo raggiunse Dandi il 5 aprile 1930. La mattina del 6 aprile Gandhi raccolse dalla spiaggia un pugno di fango salato, infrangendo formalmente la legge coloniale davanti a una folla e ai fotografi. L’atto fu il segnale per una disobbedienza diffusa: in tutta l’India si moltiplicarono la produzione illegale di sale, i boicottaggi dei tessuti britannici, i rifiuti di pagare le tasse e le dimissioni collettive di funzionari e insegnanti dagli incarichi legati all’amministrazione coloniale. Migliaia di persone furono arrestate nelle settimane seguenti; le stime complessive per l’intera campagna del 1930 parlano di decine di migliaia di arresti, in alcune ricostruzioni fino a circa 60.000.
Gandhi stesso fu arrestato il 5 maggio 1930, senza processo, in base a un regolamento del 1827 che permetteva la detenzione preventiva. La sua assenza non fermò la campagna: il 21 maggio 1930 un gruppo di satyagrahi guidato dalla poetessa e attivista Sarojini Naidu tentò di occupare pacificamente i saline di Dharasana. La polizia rispose colpendo i manifestanti con bastoni ferrati mentre questi, disposti in file ordinate, si lasciavano percuotere senza reagire e senza arretrare. Il resoconto del giornalista americano Webb Miller, ripreso da centinaia di giornali nel mondo, rese quella scena uno dei simboli più diffusi della nonviolenza gandhiana e mise in imbarazzo il governo britannico di fronte all’opinione pubblica internazionale.
La fase più acuta dello scontro si chiuse con il patto Gandhi-Irwin del 5 marzo 1931: il governo coloniale liberò i detenuti politici e concesse agli abitanti delle zone costiere il diritto di produrre sale per uso personale, mentre il Congresso accettò di sospendere la disobbedienza civile e di partecipare alla seconda Conferenza della Tavola Rotonda di Londra, dove Gandhi si recò come unico rappresentante del Congresso più tardi nello stesso 1931.
Conseguenze
Nell’immediato la campagna non ottenne l’abolizione della tassa sul sale né alcuna concessione costituzionale sostanziale: la Conferenza della Tavola Rotonda del 1931 si concluse senza risultati concreti e, tornato in India, Gandhi fu arrestato di nuovo pochi mesi dopo. Sul piano politico interno, però, la marcia dimostrò che il Congresso poteva mobilitare in modo organizzato milioni di persone comuni, comprese per la prima volta su larga scala le donne, che parteciparono in massa a picchetti, boicottaggi e produzione clandestina di sale, entrando così stabilmente nella vita pubblica del movimento indipendentista.
Sul piano internazionale l’effetto fu più immediato: la rivista Time nominò Gandhi uomo dell’anno per il 1930, e la vicenda di Dharasana contribuì a incrinare l’immagine morale del dominio britannico agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Nel lungo periodo la marcia del sale divenne il caso di riferimento della disobbedienza civile nonviolenta come strategia politica ripetibile: Martin Luther King citò esplicitamente Gandhi e la campagna del sale come modello per il movimento per i diritti civili statunitense, e lo stesso schema — legge ingiusta infranta pubblicamente, repressione subita senza violenza, risonanza internazionale cercata attivamente — fu ripreso, con adattamenti, da numerosi movimenti anticoloniali e per i diritti civili nel resto del secolo. La traiettoria aperta a Dandi nel 1930 si sarebbe chiusa solo nel 1947, con l’indipendenza e la partizione dell’India.
Nel frattempo altrove
- 1923Dopo gli ottomani — Medio Oriente
- 1928La penicillina — Europa
- 1929La grande depressione — Americhe
- 1931La Manciuria — Asia orientale
- 1933Il nazismo al potere — Europa
- 1946I test nucleari nel Pacifico — Oceania
- 1957L'anno dell'Africa — Africa
Come lo sappiamo
La marcia è tra gli eventi meglio documentati della storia coloniale indiana: fu seguita da fotografi e cineoperatori, e le immagini di Gandhi in cammino con il bastone sono tra le più riprodotte del Novecento. Esistono resoconti diretti di partecipanti e osservatori, i dispacci della stampa indiana e internazionale dell’epoca — compreso quello di Webb Miller su Dharasana, diffuso in oltre mille testate — e gli archivi amministrativi e di polizia britannici, oggi consultabili, che registrano arresti, rapporti sull’ordine pubblico e la corrispondenza tra il viceré e Londra. Gandhi stesso e molti dei suoi collaboratori lasciarono memorie, lettere e articoli sulla campagna.
Restano dibattuti, tra gli storici, il peso relativo della marcia in sé rispetto alla più ampia campagna di disobbedienza civile che ne seguì — se cioè il gesto simbolico a Dandi o la mobilitazione diffusa nei mesi successivi sia stato il fattore politicamente decisivo — e il numero esatto di arresti e partecipanti, che varia sensibilmente a seconda delle fonti e dei criteri di conteggio usati dall’amministrazione coloniale e dal Congresso. È materia di discussione anche quanto la scelta della marcia fosse un calcolo tattico di Gandhi pensato fin dall’inizio in funzione della stampa internazionale, oppure una strategia il cui effetto mediatico globale sia stato in parte fortuito e amplificato solo con l’episodio di Dharasana.
Approfondimenti
- Thomas Weber, On the Salt March: The Historiography of Gandhi’s March to Dandi, HarperCollins Publishers India, 1997
- Judith M. Brown, Gandhi: Prisoner of Hope, Yale University Press, 1989
- Ramachandra Guha, Gandhi: The Years That Changed the World, 1914-1948, Alfred A. Knopf, 2018
- Dennis Dalton, Mahatma Gandhi: Nonviolent Power in Action, Columbia University Press, 1993