Salta al contenuto
Atlante della storia umana

Secolo delle masseLe due guerre

La grande depressione

Il crollo di Wall Street diventa crisi mondiale, apre la strada ai regimi autoritari e a un nuovo ruolo dello stato in economia

esatto

1914Secolo delle masse1991

In breve

Nell’ottobre 1929 il crollo della borsa di New York innescò la crisi economica più lunga e più profonda del Novecento, che dagli Stati Uniti si propagò a gran parte del mondo attraverso il commercio, il credito e il sistema aureo. La produzione industriale crollò, la disoccupazione toccò livelli mai visti e i governi risposero con protezionismo, svalutazioni e, negli Stati Uniti dal 1933, il New Deal di Franklin D. Roosevelt. In Europa la crisi indebolì le democrazie appena uscite dalla guerra e contribuì all’ascesa dei regimi autoritari, in primo luogo il nazismo in Germania.

Contesto

Gli anni Venti americani, i cosiddetti “anni ruggenti”, erano stati un decennio di crescita rapida: nuove industrie come l’automobile e l’elettrodomestico, credito al consumo diffuso, e una borsa che sembrava salire senza limiti. Fra il 1921 e il 1929 l’indice della borsa di New York si moltiplicò più volte, alimentato anche dall’acquisto di azioni a margine, cioè con denaro preso in prestito: bastava una piccola quota in contanti per comprare titoli, scommettendo che il loro valore sarebbe salito abbastanza da ripagare il debito.

Sotto la crescita apparente si accumulavano squilibri strutturali. L’agricoltura americana era già in crisi da anni per il crollo dei prezzi delle materie prime, mentre la distribuzione del reddito si polarizzava: la domanda dei consumatori non teneva il passo con l’aumento della capacità produttiva. Il sistema bancario era frammentato in migliaia di piccoli istituti locali, privi di una rete di sicurezza comune, fragili di fronte a un singolo shock. A livello internazionale, il ripristino del gold standard dopo la Prima guerra mondiale — con parità spesso scelte per prestigio politico più che per realismo economico, come la sterlina britannica tornata alla parità prebellica nel 1925 — legava le politiche monetarie dei diversi paesi a una rigidità che si sarebbe rivelata pericolosa: difendere il cambio in oro costringeva i governi a stringere il credito proprio quando l’economia avrebbe avuto bisogno del contrario.

Svolgimento

Il primo campanello d’allarme suonò il 24 ottobre 1929, il “giovedì nero”: un’ondata di vendite travolse il New York Stock Exchange. Un gruppo di banchieri intervenne per sostenere i corsi, ma il sollievo fu breve. Il 28 e il 29 ottobre (“lunedì nero” e “martedì nero”) le vendite ripresero su scala molto più ampia: in poche sedute l’indice perse una parte enorme del suo valore, e il crollo sarebbe proseguito, con oscillazioni, fino al 1932, quando la borsa aveva perso circa l’ottanta per cento rispetto ai massimi del 1929.

Il crollo borsistico da solo non avrebbe prodotto una depressione di questa portata: fu la sua interazione con il sistema bancario e con l’economia reale a trasformarlo in catastrofe. Migliaia di banche americane, esposte su prestiti e titoli, fallirono fra il 1930 e il 1933, in ondate successive di panico dei depositanti che ritiravano i risparmi. La contrazione del credito bancario, secondo l’analisi che Milton Friedman e Anna Schwartz avrebbero proposto decenni dopo, amplificò il crollo trasformando una recessione in una depressione: la massa monetaria in circolazione si ridusse di circa un terzo fra il 1929 e il 1933.

La crisi si diffuse rapidamente oltre gli Stati Uniti. Le banche americane richiamarono i prestiti concessi all’estero, in particolare alla Germania, che dipendeva da capitali statunitensi per pagare le riparazioni di guerra e ripagare i propri debiti. Nel maggio 1931 il fallimento della banca austriaca Creditanstalt innescò una crisi bancaria che si propagò alla Germania e da lì al resto d’Europa. Il commercio internazionale si contrasse pesantemente, aggravato dalle tariffe protezionistiche: negli Stati Uniti la legge Smoot-Hawley del 1930 alzò i dazi doganali e provocò ritorsioni a catena. Il Regno Unito abbandonò il gold standard nel settembre 1931, seguito da altri paesi, in una sequenza di svalutazioni competitive che frammentò l’economia mondiale in blocchi valutari.

Negli Stati Uniti la disoccupazione salì da circa il 3% del 1929 a oltre il 24% nel 1933; la produzione industriale si dimezzò. L’amministrazione Hoover rispose con misure limitate, giudicate insufficienti dall’opinione pubblica. Alle elezioni del novembre 1932 Franklin Delano Roosevelt vinse con un ampio margine e si insediò nel marzo 1933. Nei “cento giorni” iniziali fece approvare una raffica di provvedimenti che presero il nome di New Deal: la chiusura temporanea delle banche per riorganizzare il sistema, la creazione della Federal Deposit Insurance Corporation per assicurare i depositi, agenzie per il lavoro pubblico come la Works Progress Administration e la Civilian Conservation Corps, il sostegno ai prezzi agricoli, il Social Security Act del 1935 che introdusse pensioni pubbliche e sussidi di disoccupazione. Il New Deal non pose fine da solo alla depressione — la disoccupazione restò a due cifre per tutti gli anni Trenta e tornò a salire nella recessione del 1937-38 — ma ridefinì il ruolo dello stato nell’economia americana in modo duraturo.

Conseguenze

Nel breve periodo la crisi produsse povertà di massa, migrazioni interne negli Stati Uniti (le famiglie in fuga dalle zone rurali colpite dalla siccità del Dust Bowl), e la fine della fiducia nell’autoregolazione dei mercati che aveva dominato il decennio precedente. Il commercio mondiale si contrasse drasticamente e non sarebbe tornato ai livelli del 1929 fino a dopo la Seconda guerra mondiale.

Le conseguenze politiche furono probabilmente le più durature. In Germania la disoccupazione di massa e il collasso economico distrussero il consenso verso la Repubblica di Weimar e alimentarono la crescita elettorale del partito nazionalsocialista, che Adolf Hitler avrebbe portato al potere nel gennaio 1933. In altri paesi europei e in America Latina la crisi favorì regimi autoritari o politiche fortemente protezionistiche e autarchiche, con stati che intervenivano direttamente nell’economia per garantire l’autosufficienza nazionale. Negli Stati Uniti stessi la crisi legittimò un intervento statale nell’economia — regolazione bancaria, opere pubbliche, previdenza sociale — che sarebbe rimasto il quadro di riferimento per decenni.

Sul piano intellettuale, la depressione alimentò un ripensamento profondo della teoria economica, di cui l’opera di John Maynard Keynes fu l’espressione più influente: l’idea che in una crisi da domanda insufficiente lo stato dovesse intervenire attivamente, invece di attendere che il mercato si riequilibrasse da solo. Sul piano internazionale, il ricordo del protezionismo degli anni Trenta avrebbe pesato sulle scelte istituzionali del secondo dopoguerra, dagli accordi di Bretton Woods al Fondo Monetario Internazionale, pensati per evitare che si ripetesse la stessa spirale di svalutazioni e dazi.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Per gli Stati Uniti la ricostruzione statistica della crisi si basa su serie storiche relativamente solide: i dati di borsa del New York Stock Exchange, le statistiche bancarie della Federal Reserve, i censimenti sull’occupazione e la produzione industriale raccolti da agenzie federali e poi riorganizzati da economisti come Friedman e Schwartz nella loro storia monetaria degli Stati Uniti. Per l’Europa e il resto del mondo le fonti sono più eterogenee: bilanci di banche centrali, dati di commercio estero, resoconti parlamentari e diplomatici sulle crisi bancarie del 1931.

Restano dibattuti il peso relativo delle diverse cause. La linea monetarista, associata a Friedman e Schwartz, attribuisce il ruolo decisivo al collasso della massa monetaria causato dai fallimenti bancari e da una Federal Reserve che non intervenne a sufficienza. Una linea diversa, più vicina a Keynes e ripresa da Kindleberger nella sua analisi della dimensione internazionale, insiste sul crollo della domanda aggregata e sulla mancanza di un “prestatore di ultima istanza” globale dopo il declino della Gran Bretagna come potenza egemone. Barry Eichengreen ha spostato l’attenzione sul vincolo del gold standard, mostrando come i paesi che ne uscirono prima si ripresero prima. Resta inoltre aperto, e ampiamente studiato dagli storici della Germania, quanto la crisi economica sia stata condizione sufficiente o solo concausa dell’ascesa del nazismo, accanto a fattori politici e ideologici indipendenti dalla congiuntura economica.

Approfondimenti

  • John Kenneth Galbraith, The Great Crash, 1929 (1955) — il racconto classico e più letto del crollo di borsa, scritto con ironia tagliente.
  • Charles P. Kindleberger, The World in Depression, 1929-1939 (1973) — la ricostruzione di riferimento della dimensione internazionale della crisi.
  • Barry Eichengreen, Golden Fetters: The Gold Standard and the Great Depression, 1919-1939 (1992) — la tesi sul ruolo del vincolo aureo, tecnica ma fondamentale.
  • Milton Friedman, Anna Jacobson Schwartz, A Monetary History of the United States, 1867-1960 (1963) — l’analisi monetarista che ha riscritto l’interpretazione della crisi.

Riferimenti

  • John Kenneth Galbraith, The Great Crash, 1929, 1955, Houghton Mifflin
  • Charles P. Kindleberger, The World in Depression, 1929-1939, 1973, University of California Press
  • Barry Eichengreen, Golden Fetters: The Gold Standard and the Great Depression, 1919-1939, 1992, Oxford University Press
  • Milton Friedman, Anna Jacobson Schwartz, A Monetary History of the United States, 1867-1960, 1963, Princeton University Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.