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Atlante della storia umana

Secolo delle masseLe due guerre

Dopo gli ottomani

Mandati europei, confini tracciati a tavolino e la Turchia repubblicana di Atatürk ridisegnano il Medio Oriente

esatto

1914Secolo delle masse1991

In breve

Nel giro di un decennio l’impero ottomano, che per sei secoli aveva governato dai Balcani al Golfo Persico, cessò di esistere. Dalle sue spoglie nacquero i mandati britannico e francese in Medio Oriente, con confini spesso tracciati da funzionari europei senza riguardo per le comunità che vi abitavano, e una repubblica turca costruita da Mustafa Kemal Atatürk sulle rovine di una sconfitta militare. Il sultanato fu abolito nel 1922, la repubblica proclamata il 29 ottobre 1923, e il trattato di Losanna dello stesso anno fissò confini che, a differenza di quelli imposti agli arabi, la Turchia aveva imposto da vincitrice sul campo.

Contesto

Alla vigilia della Prima guerra mondiale l’impero ottomano era già definito, da decenni, il «grande malato d’Europa»: aveva perso quasi tutti i suoi possedimenti balcanici e nordafricani, e sopravviveva grazie a un equilibrio fra le potenze europee che preferivano indebolirlo piuttosto che spartirselo apertamente. La sua popolazione era multietnica e multireligiosa — turchi, arabi, curdi, armeni, greci, ebrei — tenuta insieme da un’amministrazione centrale a Costantinopoli e da un sultano che era anche califfo, guida religiosa nominale dei musulmani sunniti.

Nel 1908 i Giovani Turchi avevano imposto una costituzione e ridimensionato il potere del sultano, ma il vero potere passò presto a un triumvirato militare, quello che guidò l’impero nella guerra a fianco degli imperi centrali nel 1914. Fu una scelta rovinosa: gli ottomani combatterono su più fronti, dai Dardanelli al Caucaso alla Mesopotamia, e nel 1915 il governo giovane-turco organizzò lo sterminio della popolazione armena, un evento che segnò per sempre la memoria della fine dell’impero.

Già durante la guerra, mentre l’impero era ancora in piedi, Gran Bretagna e Francia iniziarono a dividersi sulla carta le sue province arabe. Fu un negoziato segreto, condotto da un diplomatico britannico e da uno francese, che si sovrappose ad altre promesse contraddittorie fatte agli arabi e ai sionisti nello stesso periodo.

Svolgimento

L’accordo Sykes-Picot, negoziato fra Mark Sykes e François Georges-Picot e firmato nella sua forma definitiva nel maggio 1916, con l’assenso russo, divideva le future province arabe dell’impero ottomano in zone di influenza diretta e indiretta franco-britanniche: alla Francia andava una fascia che comprendeva la costa siro-libanese e l’entroterra fino a Mosul, alla Gran Bretagna la Mesopotamia meridionale e una zona che assicurava l’accesso al Golfo, mentre la Palestina veniva prevista sotto amministrazione internazionale. L’accordo restò segreto fino a quando i bolscevichi, dopo la rivoluzione del 1917, lo resero pubblico dagli archivi zaristi, con enorme imbarazzo per Londra, che nel frattempo aveva anche promesso l’indipendenza agli arabi tramite la corrispondenza Hussein-McMahon e, con la dichiarazione Balfour del novembre 1917, un «focolare nazionale ebraico» in Palestina.

L’impero ottomano crollò militarmente nell’autunno 1918 e firmò l’armistizio di Mudros il 30 ottobre. Le potenze vincitrici imposero nel 1920 il trattato di Sèvres, che smembrava quasi ogni residuo territorio ottomano: zone di occupazione greca e italiana in Anatolia, uno stretto controllato internazionalmente, uno stato armeno e uno curdo previsti sulla carta. Alla Società delle Nazioni furono affidati come mandati i territori arabi: alla Gran Bretagna Iraq, Palestina e Transgiordania, alla Francia Siria e Libano — una forma giuridica nuova, che presentava come tutela transitoria verso l’autogoverno quella che nei fatti era amministrazione coloniale diretta, con confini che univano comunità rivali (sunniti, sciiti e curdi in Iraq) o ne separavano altre lungo linee arbitrarie.

Sèvres, però, non fu mai applicato in Anatolia. Il generale Mustafa Kemal, sbarcato a Samsun nel maggio 1919 in teoria per disarmare le forze irregolari, organizzò invece la resistenza nazionale: i congressi di Erzurum e Sivas nel 1919 posero le basi politiche, mentre un nuovo parlamento (la Grande Assemblea Nazionale) si riunì ad Ankara nell’aprile 1920, in aperta rottura con il governo del sultano, ormai sotto occupazione alleata a Costantinopoli. Seguì una guerra su più fronti fra il 1919 e il 1922: contro i greci, che erano sbarcati a Smirne nel 1919 con l’appoggio britannico e furono respinti fino al mare nell’agosto-settembre 1922, e contro le forze francesi e armene in Cilicia e nel Caucaso.

La vittoria militare permise a Kemal di forzare la mano sul piano politico. Il 1º novembre 1922 la Grande Assemblea Nazionale abolì il sultanato, separandolo dal califfato che sopravvisse ancora un anno come carica puramente religiosa; l’ultimo sultano, Mehmed VI, lasciò Costantinopoli su una nave da guerra britannica. Il 29 ottobre 1923 la Grande Assemblea proclamò la Repubblica di Turchia, con Ankara capitale e Mustafa Kemal primo presidente. L’anno seguente, il 3 marzo 1924, fu abolito anche il califfato, chiudendo tredici secoli di istituzione islamica.

Il trattato di Losanna, firmato il 24 luglio 1923 dopo mesi di negoziato guidato per parte turca da İsmet İnönü, sostituì Sèvres e riconobbe i confini della Turchia repubblicana quasi per intero, senza reparazioni di guerra né zone di occupazione straniera, in cambio della rinuncia turca alle province arabe. Previde inoltre un massiccio scambio di popolazioni fra Grecia e Turchia su base religiosa, che coinvolse oltre un milione di persone.

Conseguenze

Nel breve periodo la Turchia repubblicana intraprese un programma di riforme radicali guidato da Atatürk: abolizione dei tribunali religiosi e del velo obbligatorio, adozione dell’alfabeto latino nel 1928, codice civile ispirato a quello svizzero, diritto di voto alle donne nel 1934, laicizzazione dello stato dichiarata costituzionalmente nel 1937. Fu un progetto di modernizzazione imposto dall’alto, spesso con metodi autoritari e a scapito delle minoranze curda e non musulmana.

Nei mandati arabi le conseguenze furono opposte: confini imposti da Londra e Parigi produssero stati la cui legittimità restò debole per decenni. In Iraq una monarchia hashemita installata dagli inglesi governò su una popolazione divisa per settarismo e frontiere disegnate senza considerare quella divisione; in Siria la Francia frammentò il mandato in entità confessionali per meglio controllarlo; in Palestina la contraddizione fra promessa araba e focolare ebraico sionista si incancrenì fino alla guerra del 1948. La rivolta araba della Grande Siria del 1925-27 e quella irachena del 1920 mostrarono da subito quanto quella tutela fosse contestata sul terreno.

Nel lungo periodo la fine dell’impero ottomano segnò il passaggio, in tutta la regione, da un ordine multietnico sotto sovranità imperiale islamica a un sistema di stati-nazione di modello europeo, spesso incongruenti con le identità reali delle popolazioni: una tensione strutturale che attraversa ancora oggi la storia del Medio Oriente, dall’Iraq alla Siria alla questione curda irrisolta nei quattro stati in cui la nazione curda restò divisa.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La ricostruzione si basa su fonti diplomatiche pubbliche e d’archivio: il testo dell’accordo Sykes-Picot, reso noto dai bolscevichi nel dicembre 1917 e poi confermato dagli archivi britannici e francesi; i verbali della conferenza di Losanna, pubblicati dal governo britannico; gli atti della Grande Assemblea Nazionale turca, conservati ad Ankara. A questi si aggiungono le memorie dei protagonisti — Atatürk pronunciò nel 1927 un discorso-fiume di trentasei ore, il Nutuk, che resta la fonte più citata e insieme la più autocelebrativa sulla guerra d’indipendenza — e la stampa dell’epoca, sia turca sia delle potenze mandatarie.

Restano dibattuti diversi punti. Il primo è quanto le promesse britanniche a Hussein ibn Ali fossero davvero incompatibili con Sykes-Picot e con la dichiarazione Balfour, oppure se le ambiguità fossero in parte deliberate: gli storici si dividono fra chi vede un doppio o triplo gioco calcolato e chi vede piuttosto un’amministrazione britannica frammentata, con uffici diversi che negoziavano senza coordinarsi. Il secondo è la cifra delle vittime dello scambio di popolazioni greco-turco e delle violenze che lo precedettero, su cui le fonti greche e turche restano distanti. Il terzo, più recente, riguarda il peso relativo della vittoria militare di Kemal contro la Grecia e della sua abilità diplomatica a Losanna nello spiegare perché la Turchia, sola fra le potenze sconfitte della Grande guerra, riuscì a rinegoziare un trattato di pace già firmato.

Approfondimenti

  • David Fromkin, A Peace to End All Peace (1989) — la ricostruzione più citata di come le potenze europee smembrarono l’impero ottomano fra 1914 e 1922.
  • Erik Jan Zürcher, Turkey: A Modern History (2004) — storia turca di riferimento, dalla crisi ottomana tardo-ottocentesca alla repubblica.
  • Andrew Mango, Atatürk (1999) — la biografia più ampia e documentata del fondatore della repubblica.
  • James Barr, A Line in the Sand (2012) — il conflitto anglo-francese per il controllo del Medio Oriente mandatario, dal 1914 al 1948.

Riferimenti

  • David Fromkin, A Peace to End All Peace: The Fall of the Ottoman Empire and the Creation of the Modern Middle East, 1989, Henry Holt
  • Erik Jan Zürcher, Turkey: A Modern History, 2004, I.B. Tauris
  • Andrew Mango, Atatürk: The Biography of the Founder of Modern Turkey, 1999, John Murray
  • James Barr, A Line in the Sand: Britain, France and the Struggle that Shaped the Middle East, 2012, Simon & Schuster

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