In breve
Alla mezzanotte tra il 14 e il 15 agosto 1947 l’India britannica cessò di esistere e nacquero due stati indipendenti, l’Unione Indiana e il Pakistan, divisi da un confine tracciato in poche settimane da un giurista che non aveva mai messo piede nel subcontinente. La partizione scatenò un’ondata di violenze comunitarie tra indù, musulmani e sikh e la più grande migrazione forzata di massa della storia, con circa quindici milioni di persone in fuga da una parte all’altra della nuova frontiera e un numero di morti stimato tra le centinaia di migliaia e i due milioni. Mahatma Gandhi, che aveva guidato il movimento indipendentista per un quarto di secolo, fu assassinato a Delhi il 30 gennaio 1948, meno di sei mesi dopo l’indipendenza, da un nazionalista indù che gli rimproverava la conciliazione verso i musulmani.
Contesto
Dopo la seconda guerra mondiale il Regno Unito uscì economicamente prostrato e privo della forza politica per continuare a governare un impero di oltre 400 milioni di persone che da decenni chiedeva l’autogoverno. Il Congresso nazionale indiano, guidato da Jawaharlal Nehru sotto l’autorità morale di Gandhi, rivendicava l’indipendenza di un’India unita; la Lega musulmana di Muhammad Ali Jinnah, che nella risoluzione di Lahore del marzo 1940 aveva per la prima volta chiesto stati separati per le regioni a maggioranza musulmana, sosteneva che gli indù e i musulmani costituissero due nazioni distinte e non potessero convivere in sicurezza in un unico stato a guida indù. I tentativi britannici di mediazione, come la missione Cripps del 1942, erano falliti, e il rifiuto del Congresso di collaborare allo sforzo bellico aveva portato alla repressione del movimento Quit India.
Il punto di non ritorno arrivò nell’agosto 1946, quando Jinnah proclamò la “Giornata di azione diretta” per rivendicare il Pakistan: a Calcutta ne seguirono quattro giorni di massacri comunitari con migliaia di morti, seguiti da altre violenze a Noakhali, Bihar e nel Punjab. Di fronte a un paese sull’orlo della guerra civile, il governo laburista di Clement Attlee decise di accelerare il trasferimento del potere e nel marzo 1947 inviò come ultimo viceré Lord Louis Mountbatten, con l’incarico di lasciare l’India entro il giugno 1948. Mountbatten, convinto che ogni ritardo avrebbe moltiplicato le vittime, anticipò la data di quasi un anno: il 3 giugno 1947 annunciò il piano che divideva l’India britannica in due stati, e fissò l’indipendenza per la metà di agosto dello stesso anno, appena dieci settimane dopo.
Svolgimento
Il Parlamento britannico approvò l’Indian Independence Act il 18 luglio 1947, e la questione più delicata — dove tracciare il confine — fu affidata a una commissione presieduta dal giurista britannico Cyril Radcliffe, che non era mai stato in India e ricevette cinque settimane per dividere il Punjab e il Bengala sulla base dei censimenti del 1941 e della composizione religiosa distretto per distretto. Radcliffe consegnò le sue mappe il 9 agosto, ma Mountbatten ne rinviò la pubblicazione fino al 17 agosto, due giorni dopo l’indipendenza, per non farla ricadere sotto la responsabilità britannica: per quarantotto ore milioni di persone non seppero in quale dei due nuovi stati si sarebbero ritrovate a vivere.
L’indipendenza fu proclamata a mezzanotte tra il 14 e il 15 agosto 1947: il Pakistan nacque il 14, con Jinnah come primo governatore generale a Karachi, e l’India il 15, quando a Delhi Nehru pronunciò dall’Assemblea costituente il discorso “Tryst with Destiny” per il primo governo indipendente. La gioia per l’indipendenza si intrecciò quasi subito con il caos della linea Radcliffe: nel Punjab, dove il confine tagliava in due province a popolazione mista, e in misura minore in Bengala, scoppiarono ondate di violenza comunitaria tra indù, sikh e musulmani, con massacri, incendi di villaggi e rapimenti di donne su scala di massa. Milioni di sikh e indù del Punjab occidentale, ormai pakistano, e milioni di musulmani del Punjab orientale, rimasto indiano, si misero in marcia o presero i cosiddetti “treni fantasma”, convogli che talvolta arrivavano a destinazione carichi di cadaveri. Città come Lahore e Amritsar, poste ai due lati della nuova frontiera, divennero epicentri della violenza e crocevia della fuga. Le stime complessive parlano di circa quindici milioni di profughi nel giro di pochi mesi e di un numero di morti compreso, a seconda delle fonti, fra le duecentomila e i due milioni di persone.
Gandhi, che non partecipò alle celebrazioni dell’indipendenza, passò quei mesi a Calcutta e poi a Delhi cercando di fermare i massacri, anche con digiuni a oltranza che contribuirono a placare la violenza nella capitale bengalese e in quella indiana. La sua insistenza sul rispetto per la minoranza musulmana e sul pagamento all’India di una quota di beni concordata con il Pakistan gli attirò l’odio di settori del nazionalismo indù radicale: il 30 gennaio 1948 fu ucciso a colpi di pistola a Nuova Delhi da Nathuram Godse, un militante legato all’organizzazione Hindu Mahasabha.
Conseguenze
Nell’immediato la partizione lasciò milioni di profughi da sistemare in campi di accoglienza improvvisati, un apparato statale duplicato da costruire da zero a Karachi e la sorte degli oltre 560 principati indiani da definire con l’adesione forzata o negoziata all’uno o all’altro stato. Il principato a maggioranza musulmana del Kashmir, il cui maharaja indù scelse di aderire all’India sotto pressione di un’invasione di miliziani pakistani nell’ottobre 1947, divenne il primo teatro di guerra tra i due nuovi stati e resta oggi la disputa territoriale più duratura ereditata dalla partizione. L’assassinio di Gandhi, appena cinque mesi dopo l’indipendenza, privò l’India del suo padre spirituale proprio nella fase più delicata della transizione e consolidò per reazione il prestigio politico di Nehru e del Congresso laico contro il nazionalismo indù organizzato.
Nel lungo periodo la rivalità tra India e Pakistan, alimentata dal contenzioso sul Kashmir, ha prodotto altre tre guerre dichiarate (1965, 1971, 1999) oltre a un confronto nucleare dagli anni Novanta; la guerra del 1971 portò alla secessione del Pakistan orientale e alla nascita del Bangladesh, mostrando che la logica della partizione su base religiosa non aveva risolto le tensioni linguistiche ed etniche del Pakistan unito. Sul piano sociale, la memoria della partizione resta un trauma fondativo per intere famiglie su entrambi i lati del confine e un tema politico tuttora vivo, evocato ciclicamente nel dibattito pubblico indiano e pakistano. Sul piano storico globale, l’indipendenza indiana accelerò la decolonizzazione britannica altrove in Asia e in Africa, offrendo al tempo stesso un precedente ammonitore sui rischi di tracciare confini su basi religiose o etniche in tempi troppo brevi.
Nel frattempo altrove
- 1945Hiroshima e Nagasaki — Asia orientale
- 1945ONU e ordine postbellico — Americhe
- 1946I test nucleari nel Pacifico — Oceania
- 1948La nascita di Israele — Medio Oriente
- 1949La Cina popolare — Asia orientale
- 1953La struttura del DNA — Europa
- 1957L'anno dell'Africa — Africa
Come lo sappiamo
L’indipendenza e la partizione sono documentate da un’ampia base di fonti d’archivio: i verbali del governo britannico e del India Office, le carte private di Mountbatten depositate presso la British Library, il rapporto della Boundary Commission e le mappe di Radcliffe, i censimenti coloniali del 1931 e del 1941 su cui la commissione si basò, e la stampa indiana, pakistana e internazionale dell’epoca. A questo si sono aggiunte, dagli anni Duemila, grandi raccolte di storia orale come il “1947 Partition Archive”, che ha raccolto migliaia di testimonianze di sopravvissuti prima che la generazione che visse gli eventi si estinguesse.
Restano dibattuti diversi punti. Il numero delle vittime è tuttora oggetto di stime molto divergenti, da poco più di 200.000 a oltre due milioni, perché nessuna autorità censì sistematicamente i morti nel caos del 1947 e i conteggi successivi si basano su proiezioni demografiche indirette. È discusso quanto la violenza comunitaria fosse spontanea o pianificata da milizie organizzate su entrambi i lati, e quanto le autorità britanniche e indiane fossero consapevoli in anticipo della portata dei massacri che la fretta del trasferimento di potere avrebbe innescato. Gli storici discutono inoltre se la partizione fosse davvero inevitabile una volta arrivati al 1947, o se scelte diverse di Jinnah, del Congresso o del governo britannico negli anni precedenti — a partire dal fallimento del Cabinet Mission Plan del 1946, che pure avrebbe potuto mantenere un’India unita in forma federale — avrebbero potuto evitarla o attenuarne le conseguenze.
Approfondimenti
- Yasmin Khan, The Great Partition: The Making of India and Pakistan, Yale University Press, 2007
- Nisid Hajari, Midnight’s Furies: The Deadly Legacy of India’s Partition, Houghton Mifflin Harcourt, 2015
- Ayesha Jalal, The Sole Spokesman: Jinnah, the Muslim League and the Demand for Pakistan, Cambridge University Press, 1985
- Stanley Wolpert, Shameful Flight: The Last Years of the British Empire in India, Oxford University Press, 2006