In breve
Il 6 marzo 1957 il Ghana di Kwame Nkrumah diventa il primo paese dell’Africa subsahariana a ottenere l’indipendenza da una potenza coloniale, aprendo una stagione che culmina nel 1960, il cosiddetto “anno dell’Africa”, quando diciassette nuovi stati issano la propria bandiera. I nuovi confini ricalcano quasi ovunque quelli tracciati dalle potenze europee alla conferenza di Berlino del 1884-85, senza tener conto di lingue, etnie e regni preesistenti. Quella scelta, dettata dal timore di guerre tra i nuovi stati, lascia in eredità tensioni etniche e territoriali che attraversano ancora oggi buona parte del continente.
Contesto
Alla fine dell’Ottocento le potenze europee si erano spartite quasi l’intero continente africano a tavolino, in una manciata di anni e senza quasi mai consultare le popolazioni che vi abitavano. I confini disegnati allora - rette tirate su mappe scarsamente conosciute, fiumi e paralleli usati come comodi segnavia - tagliavano in due regni e gruppi etnici preesistenti, ne accorpavano altri sotto un’unica amministrazione, e ignoravano sistematicamente le geografie politiche africane. Nei decenni successivi il dominio coloniale prese forme diverse (colonie dirette, protettorati, mandati) ma la cornice territoriale restò quella.
La Seconda guerra mondiale cambiò i rapporti di forza: le potenze coloniali ne uscirono indebolite economicamente e moralmente, mentre centinaia di migliaia di soldati africani, arruolati nei conflitti europei, tornarono a casa con un’esperienza diretta della fragilità dei loro dominatori. La Carta atlantica del 1941, che parlava genericamente di autodeterminazione dei popoli, e poi la fondazione dell’ONU nel 1945 con la sua retorica anticoloniale diedero copertura politica ai movimenti indipendentisti già attivi da tempo. In parallelo, l’indipendenza dell’India e del Pakistan nel 1947 dimostrò che un impero poteva davvero smobilitare un possedimento vasto e popoloso, e la Conferenza di Bandung del 1955, che riunì leader asiatici e africani intorno al non allineamento, diede ai movimenti africani una piattaforma e un linguaggio comuni.
Fu la Costa d’Oro britannica, sotto la guida di Kwame Nkrumah - tornato in patria nel 1947 dopo studi negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove aveva assorbito il panafricanismo di W. E. B. Du Bois e George Padmore - a muoversi per prima con decisione, attraverso una campagna di disobbedienza civile e scioperi organizzata dal Convention People’s Party a partire dal 1949.
Svolgimento
Il 6 marzo 1957 la Costa d’Oro britannica diventa indipendente col nome di Ghana, scelto in omaggio all’antico impero africano dello stesso nome situato più a nord-ovest: è il primo paese dell’Africa subsahariana a liberarsi formalmente da una potenza coloniale europea, e Nkrumah ne diventa primo ministro (poi presidente dal 1960). Nel discorso della mezzanotte a Old Polo Ground, ad Accra, Nkrumah dichiara che l’indipendenza del Ghana non ha senso se non è collegata alla totale liberazione del continente africano, fissando da subito l’orizzonte panafricanista che accompagnerà il decennio seguente.
Negli anni successivi il processo si allarga rapidamente: la Guinea francese di Ahmed Sékou Touré ottiene l’indipendenza nel 1958, unica colonia francese a rifiutare nel referendum del generale de Gaulle l’adesione alla Comunità francese, pagando la scelta con un brusco ritiro dell’amministrazione coloniale. È però il 1960 a passare alla storia come “l’anno dell’Africa”: in un solo anno diciassette paesi diventano indipendenti, quattordici dei quali ex colonie francesi (tra cui Senegal, Costa d’Avorio, Alto Volta, Niger, Ciad, Mali, Camerun, Madagascar), oltre alla Nigeria britannica (1° ottobre) e al Congo belga, che si emancipa in modo particolarmente affrettato e caotico il 30 giugno, dopo appena pochi mesi di preparazione a fronte di decenni di colonizzazione belga tra le più dure del continente.
L’indipendenza del Congo, guidato dal giovane Patrice Lumumba, degenera quasi subito in crisi: l’esercito si ammutina, la provincia mineraria del Katanga proclama la secessione con l’appoggio di interessi belgi e minerari, e nel giro di pochi mesi si apre una guerra civile che attira anche l’intervento delle Nazioni Unite e, sullo sfondo, delle due superpotenze della Guerra fredda. Lumumba viene deposto ed è assassinato nel gennaio 1961, un episodio che diventa il simbolo più amaro dei limiti reali dell’indipendenza africana. Alla conferenza panafricana di Addis Abeba del 1963, che fonda l’Organizzazione dell’unità africana, i nuovi stati sanciscono formalmente il principio dell’uti possidetis iuris: i confini ereditati dal colonialismo, per quanto arbitrari, vengono dichiarati intangibili, nel timore che rimetterli in discussione avrebbe aperto una stagione di guerre territoriali su tutto il continente.
Conseguenze
Nel breve periodo la decolonizzazione produce un’ondata di entusiasmo panafricanista, simboleggiata dai vertici di Accra e dalla nascita di organizzazioni continentali, e un ingresso massiccio dei nuovi stati nell’ONU, che ne moltiplica il peso diplomatico nell’Assemblea generale. Ma il mantenimento dei confini coloniali, pensato per evitare conflitti tra stati, finisce per incubare conflitti dentro gli stati: gruppi etnici divisi da una frontiera o costretti a condividere un’unica amministrazione con rivali storici alimentano guerre civili, secessioni e colpi di stato che segnano gran parte della seconda metà del Novecento, dal Biafra nigeriano (1967-70) al Ruanda, dal Sudan al Congo stesso, che dopo Lumumba scivola nella lunga dittatura di Mobutu Sese Seko.
Sul piano economico l’indipendenza politica non coincide quasi mai con l’indipendenza economica: le ex potenze coloniali mantengono spesso legami stretti con le proprie ex colonie (la Françafrique francese ne è l’esempio più istituzionalizzato), le economie restano orientate all’esportazione di materie prime fissata in epoca coloniale, e la Guerra fredda trasforma diversi paesi africani in teatri di scontro per procura tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Sul lungo periodo, tuttavia, il 1960 resta lo spartiacque che chiude l’epoca degli imperi territoriali europei in Africa e apre quella degli stati-nazione africani, con tutte le loro fragilità istituzionali ma anche con un’autonoma vita politica, culturale e diplomatica che nei decenni successivi porterà, tra alti e bassi, fino alla fine dell’apartheid sudafricano nel 1994 e alla piena sovranità formale sull’intero continente.
Nel frattempo altrove
- 1946I test nucleari nel Pacifico — Oceania
- 1948La nascita di Israele — Medio Oriente
- 1949La Cina popolare — Asia orientale
- 1953La struttura del DNA — Europa
- 1956Il container — Americhe
- 1957Sputnik — Asia meridionale
- 1959Cuba e i missili — Americhe
Come lo sappiamo
La cronologia delle indipendenze africane è tra le meglio documentate della storia contemporanea: si basa su archivi coloniali britannici, francesi e belgi (atti di trasferimento di sovranità, dispacci diplomatici, verbali dei referendum), sui discorsi e gli scritti degli stessi protagonisti - a partire dal discorso di Nkrumah del 6 marzo 1957 e dalla sua autobiografia pubblicata lo stesso anno - e sugli atti delle Nazioni Unite, che registrano l’ingresso di ogni nuovo stato membro con data precisa. Fotografie e filmati delle cerimonie di ammainabandiera sono numerosi e ben conservati, così come la stampa internazionale dell’epoca, che seguì da vicino soprattutto la crisi congolese.
Restano invece dibattuti il peso relativo delle diverse cause dell’accelerazione del 1960 (pressione interna dei movimenti indipendentisti, calcolo costi-benefici delle potenze coloniali, competizione da Guerra fredda) e il giudizio storiografico sul principio dell’uti possidetis: alcuni storici lo considerano una scelta pragmatica che ha evitato guerre di ridefinizione dei confini su scala continentale, altri lo leggono come la causa strutturale di gran parte dei conflitti etnici e civili africani successivi. Anche la responsabilità diretta nell’assassinio di Lumumba, a lungo attribuita in modo generico alla Guerra fredda, è stata definita con maggiore precisione solo dopo il declassamento di documenti belgi e statunitensi avvenuto a fine anni Novanta e nei primi anni Duemila.
Approfondimenti
- Martin Meredith, The Fate of Africa: A History of Fifty Years of Independence, PublicAffairs, 2005.
- Frederick Cooper, Africa Since 1940: The Past of the Present, Cambridge University Press, 2002.
- Dane Kennedy, Decolonization: A Very Short Introduction, Oxford University Press, 2016.
- Kwame Nkrumah, Ghana: The Autobiography of Kwame Nkrumah, Thomas Nelson, 1957.
- David Van Reybrouck, Congo: The Epic History of a People, Ecco, 2014.