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Atlante della storia umana

Secolo delle masseRicostruzione e decolonizzazione

Cuba e i missili

La rivoluzione cubana e la crisi del 1962 portano il mondo più vicino che mai alla guerra nucleare

esatto

1914Secolo delle masse1991

In breve

Il 1° gennaio 1959 Fidel Castro rovescia il dittatore Fulgencio Batista e instaura a Cuba un governo rivoluzionario che, in meno di tre anni, si schiera apertamente con l’Unione Sovietica. Il fallito sbarco anticastrista alla Baia dei Porci nell’aprile 1961 e la scoperta, nell’ottobre 1962, di missili nucleari sovietici installati sull’isola portano Stati Uniti e URSS a tredici giorni di confronto diretto: il momento in cui il mondo è stato più vicino, nella storia, a una guerra nucleare. La crisi si chiude con il ritiro dei missili sovietici da Cuba in cambio della promessa americana di non invadere l’isola e del ritiro, tenuto segreto per anni, dei missili statunitensi Jupiter dalla Turchia.

Contesto

Dagli anni Trenta Cuba viveva sotto l’influenza politica ed economica degli Stati Uniti, sancita fin dal 1901 dall’Emendamento Platt e mai davvero superata nella sostanza dopo la sua abrogazione formale nel 1934: capitali statunitensi controllavano gran parte dello zucchero, delle raffinerie e del turismo dell’Avana, mentre la vita politica dell’isola era dominata da governi corrotti o apertamente dittatoriali. Fulgencio Batista, già presidente eletto negli anni Quaranta, tornò al potere con un colpo di stato nel 1952 e governò con repressione crescente, appoggiato da Washington nonostante la corruzione diffusa e i legami con la criminalità organizzata che gestiva i casinò dell’Avana.

Contro Batista si formò il Movimento 26 Luglio, dal nome dell’assalto alla caserma Moncada compiuto nel 1953 da un gruppo guidato dal giovane avvocato Fidel Castro. Dopo il carcere e l’esilio in Messico, Castro sbarcò a Cuba nel dicembre 1956 con un piccolo gruppo di uomini, tra cui il fratello Raúl e l’argentino Ernesto “Che” Guevara, e da un rifugio sulla Sierra Maestra condusse per due anni una guerriglia che, complice il crescente isolamento internazionale del regime, ne provocò il collasso.

Sullo sfondo si allargava intanto la guerra fredda: dopo lo Sputnik del 1957 e l’incidente del volo spia U-2 abbattuto sui cieli sovietici nel 1960, Stati Uniti e URSS vivevano una fase di tensione acuta, culminata nella crisi di Berlino del 1958-61 e nella costruzione del Muro nell’agosto 1961. Per Nikita Kruscev, che scontava un reale svantaggio strategico nei missili intercontinentali rispetto agli Stati Uniti, un’alleanza con Cuba — a poche decine di chilometri dalle coste della Florida — rappresentava sia un’occasione ideologica sia una scorciatoia militare per riequilibrare il confronto globale.

Svolgimento

Il 1° gennaio 1959 Batista fuggì da Cuba e le colonne ribelli, guidate da Castro, Guevara e Camilo Cienfuegos, entrarono nell’Avana pochi giorni dopo. Il nuovo governo avviò subito una riforma agraria che colpiva anche i grandi latifondi statunitensi e nazionalizzò progressivamente imprese americane, tra cui, nel giugno 1960, le raffinerie che si erano rifiutate di lavorare petrolio grezzo sovietico. Washington rispose tagliando le quote d’importazione dello zucchero cubano e, nell’ottobre 1960, imponendo un embargo commerciale quasi totale; Cuba, dal canto suo, strinse un accordo commerciale con l’URSS già nel febbraio 1960, in occasione della visita del vice primo ministro sovietico Anastas Mikoyan, e ristabilì relazioni diplomatiche piene con Mosca in maggio. Nel gennaio 1961 l’amministrazione Eisenhower ruppe del tutto i rapporti diplomatici con l’Avana.

Il 17 aprile 1961 circa 1.400 esuli cubani addestrati e armati dalla CIA (la Brigata 2506) sbarcarono a Playa Girón e Playa Larga, nella Baia dei Porci, con l’obiettivo di rovesciare Castro. Privi del sostegno aereo americano promesso e attesi da forze cubane ben più numerose, gli invasori furono sconfitti in meno di tre giorni: fu un disastro politico per la neoeletta amministrazione Kennedy e una vittoria che consolidò Castro, il quale nel dicembre 1961 dichiarò pubblicamente il carattere marxista-leninista della rivoluzione, accelerando l’integrazione cubana nel blocco sovietico.

Nella primavera-estate del 1962 Kruscev decise, con l’accordo di Castro, di installare a Cuba missili balistici a raggio medio e intermedio (SS-4 e SS-5, capaci di colpire gran parte del territorio statunitense) nell’ambito dell’operazione segreta Anadyr, camuffata come assistenza tecnica e agricola. Il 14 ottobre 1962 un aereo spia U-2 pilotato dal maggiore Richard Heyser fotografò rampe di lancio in costruzione presso San Cristóbal; il 16 ottobre il presidente John F. Kennedy fu informato e riunì un gruppo ristretto di consiglieri, l’ExComm, per valutare la risposta.

Il 22 ottobre, in un discorso televisivo alla nazione, Kennedy annunciò un blocco navale dell’isola, definito «quarantena» per evitare l’implicazione giuridica di un atto di guerra, e chiese il ritiro dei missili. Seguirono giorni di altissima tensione: navi sovietiche dirette a Cuba si fermarono o invertirono rotta davanti alla linea di quarantena, mentre a bordo del sottomarino sovietico B-59, isolato e creduto sotto attacco il 27 ottobre («sabato nero»), l’ufficiale Vasilij Archipov si oppose al lancio di un siluro a testata nucleare, evitando forse da solo un’escalation incontrollabile. Lo stesso giorno un U-2 fu abbattuto sui cieli cubani, uccidendo il pilota Rudolf Anderson.

Parallelamente ai canali pubblici, il fratello del presidente Robert Kennedy negoziò in segreto con l’ambasciatore sovietico Anatolij Dobrynin: gli Stati Uniti si impegnarono a non invadere Cuba e, in via riservata, a ritirare entro pochi mesi i propri missili Jupiter dalla Turchia, in cambio del ritiro sovietico da Cuba sotto verifica ONU. Il 28 ottobre 1962 Kruscev annunciò pubblicamente il ritiro dei missili; i bombardieri Il-28 sovietici lasciarono l’isola entro novembre e il blocco navale fu revocato il 20 novembre 1962, chiudendo formalmente la crisi.

Conseguenze

Nell’immediato la crisi allontanò lo spettro di uno scontro nucleare diretto e portò, nel giugno 1963, all’istituzione della «linea rossa» telefonica diretta tra Washington e Mosca, pensata per evitare futuri equivoci di comunicazione in situazioni di emergenza; due mesi dopo le due superpotenze, insieme al Regno Unito, firmarono il Trattato di messa al bando parziale dei test nucleari, primo passo di un lungo processo di controllo degli armamenti che avrebbe segnato i decenni successivi della guerra fredda.

Cuba uscì dalla crisi risentita per essere stata esclusa dalla trattativa diretta tra Washington e Mosca, un fatto che alimentò per anni il sospetto cubano verso l’affidabilità sovietica, pur senza intaccare una dipendenza economica dall’URSS che sarebbe durata fino al collasso di quest’ultima nel 1991. L’embargo statunitense contro Cuba, formalizzato proprio in quegli anni, non fu mai revocato e resta in vigore, nella sua sostanza, ancora oggi. Sul piano internazionale Cuba divenne negli anni successivi un attore attivo nell’esportazione della rivoluzione in America Latina e, dagli anni Settanta, in Africa, con l’invio di truppe in Angola ed Etiopia.

Sul piano interno alle due superpotenze, il ritiro dei missili Jupiter dalla Turchia (e dall’Italia) fu completato silenziosamente entro l’aprile 1963, senza che l’accordo segreto con Mosca venisse reso pubblico per oltre un decennio: agli occhi dell’opinione pubblica occidentale la crisi apparve a lungo come una vittoria unilaterale di Kennedy, un’immagine che rafforzò la sua statura politica ma che gli storici hanno in seguito ridimensionato. In URSS, al contrario, l’esito fu percepito come un’umiliazione che indebolì Kruscev e contribuì, insieme ad altri fattori, alla sua destituzione nell’ottobre 1964. La crisi dei missili di Cuba è rimasta da allora il caso di scuola per eccellenza degli studi sulla deterrenza nucleare e sui processi decisionali in condizioni di crisi.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La cronologia pubblica della crisi — il discorso di Kennedy, il blocco navale, l’annuncio di Kruscev — è documentata da resoconti giornalistici, dichiarazioni ufficiali e dalla vasta memorialistica dei protagonisti, a partire da Thirteen Days, il resoconto di Robert Kennedy pubblicato postumo nel 1969, per decenni il riferimento più citato sulla gestione americana dei tredici giorni. Una svolta decisiva è arrivata dalla desecretazione, a partire dagli anni Ottanta e Novanta, delle registrazioni segrete che lo stesso Kennedy fece degli incontri dell’ExComm nella Casa Bianca: gli storici che le hanno trascritte e analizzate hanno mostrato un processo decisionale assai più incerto, diviso e tattico di quanto raccontato dalla memorialistica ufficiale, evidenziando anche alcune imprecisioni nel resoconto dello stesso Robert Kennedy.

Dopo il crollo dell’URSS, l’apertura parziale degli archivi sovietici — verbali del Presidium, rapporti del KGB, corrispondenza con Cuba — ha permesso a storici come Aleksandr Fursenko e Timothy Naftali di ricostruire per la prima volta anche il punto di vista e le motivazioni di Mosca, confermando quanto la decisione di installare i missili fosse legata al timore di una nuova invasione di Cuba dopo la Baia dei Porci non meno che al riequilibrio strategico globale. L’esistenza dell’accordo segreto sui missili Jupiter in Turchia, a lungo negata o minimizzata dai protagonisti americani, è stata confermata solo con la pubblicazione di documenti e testimonianze successive, cambiando in modo sostanziale l’interpretazione della crisi: non più una resa sovietica unilaterale, ma uno scambio negoziato tenuto nascosto per ragioni di politica interna statunitense.

Resta dibattuto quanto il mondo si sia effettivamente trovato sull’orlo della guerra nucleare: l’episodio del sottomarino B-59, reso noto pubblicamente solo in una conferenza del 2002, ha rafforzato la tesi di chi vede nella crisi un evento in cui l’esito dipese anche da singole decisioni individuali e da un margine di casualità difficile da quantificare a posteriori. Discusso resta anche il peso relativo delle diverse componenti della leadership americana — «falchi» e «colombe» dentro l’ExComm — e quanto la gestione della crisi da parte di Kennedy fosse motivata da calcoli di politica interna, in vista delle elezioni di metà mandato del novembre 1962, oltre che da considerazioni di sicurezza nazionale.

Approfondimenti

  • One Hell of a Gamble: Khrushchev, Castro, and Kennedy, 1958-1964, Aleksandr Fursenko, Timothy Naftali, 1997, W. W. Norton
  • Essence of Decision: Explaining the Cuban Missile Crisis, Graham Allison, Philip Zelikow, 1999, Longman
  • Thirteen Days: A Memoir of the Cuban Missile Crisis, Robert F. Kennedy, 1969, W. W. Norton
  • Cuba: An American History, Ada Ferrer, 2021, Scribner

Riferimenti

  • Aleksandr Fursenko, Timothy Naftali, One Hell of a Gamble: Khrushchev, Castro, and Kennedy, 1958-1964, 1997, W. W. Norton
  • Graham Allison, Philip Zelikow, Essence of Decision: Explaining the Cuban Missile Crisis, 1999, Longman
  • Robert F. Kennedy, Thirteen Days: A Memoir of the Cuban Missile Crisis, 1969, W. W. Norton
  • Ada Ferrer, Cuba: An American History, 2021, Scribner

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