In breve
Tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, varietà di grano e riso nane ad alta resa, unite a fertilizzanti chimici, irrigazione e pesticidi, raddoppiarono o triplicarono le rese cerealicole in gran parte dell’Asia meridionale, smentendo le previsioni di carestie di massa che pesavano su paesi come l’India. Il pacchetto tecnologico nacque dal lavoro dell’agronomo statunitense Norman Borlaug in Messico, negli anni Quaranta e Cinquanta, e fu adottato su scala di massa in Punjab, tra India e Pakistan, a partire dal 1965-66. Borlaug ricevette il premio Nobel per la pace nel 1970; la “rivoluzione verde”, termine coniato proprio in quegli anni, restò da allora al centro di un dibattito su dipendenza chimica, impatto ambientale e disuguaglianze fra grandi e piccoli agricoltori.
Contesto
Dopo la seconda guerra mondiale la crescita demografica dell’Asia e dell’America Latina, unita a raccolti stagnanti legati a varietà tradizionali di grano e riso, alimentava il timore diffuso di carestie ricorrenti su scala continentale. Il Messico, dove dagli anni Dieci la rivoluzione e le riforme agrarie non avevano risolto una cronica dipendenza dalle importazioni di grano, divenne nel 1943 il laboratorio di un programma di cooperazione tecnica fra il governo messicano e la Fondazione Rockefeller, il Mexican Agricultural Program, pensato per elevare le rese dei cereali di base attraverso la ricerca genetica e agronomica applicata.
Norman Borlaug, agronomo statunitense formatosi in patologia vegetale all’Università del Minnesota, si unì al programma nel 1944 con l’incarico di combattere la ruggine del grano, una malattia fungina che periodicamente distruggeva i raccolti messicani. Lavorando fra due stazioni sperimentali a latitudini e altitudini diverse — quella invernale di Ciudad Obregón, nello stato settentrionale di Sonora, e quella estiva degli altipiani presso Toluca — Borlaug mise a punto la tecnica del “shuttle breeding”, la selezione a staffetta: seminando due generazioni all’anno anziché una, dimezzava i tempi necessari per ottenere nuove varietà e, incrociando piante di climi opposti, otteneva ceppi insensibili alla lunghezza del giorno e quindi adattabili a un ventaglio più ampio di latitudini. Il passaggio decisivo arrivò quando queste linee resistenti alla ruggine furono incrociate con varietà giapponesi portatrici di un gene di nanismo, il Norin 10, già introdotto negli Stati Uniti dall’agronomo Orville Vogel: gli steli corti che ne risultavano reggevano il peso di spighe molto più cariche di chicchi senza piegarsi a terra, il difetto — l’allettamento — che vanificava ogni tentativo di spingere le rese con più fertilizzante sulle varietà tradizionali, alte e dagli steli sottili.
Svolgimento
Fra il 1962 e il 1964 il programma messicano rilasciò le prime varietà di grano nano ad alta resa su scala commerciale, fra cui Pitic 62, Penjamo 62, Sonora 64 e Lerma Rojo 64: nel giro di pochi anni la produzione granaria messicana triplicò e il paese, da importatore netto, divenne esportatore. Nel 1963 il programma fu riorganizzato nel Centro Internazionale de Mejoramiento de Maíz y Trigo (CIMMYT), formalizzato come istituto autonomo nel 1966 con sede principale a El Batán, vicino a Città del Messico, e stazioni sperimentali fra cui quella di Ciudad Obregón. In parallelo, un centro gemello per il riso, l’International Rice Research Institute, era stato fondato nel 1960 a Los Baños, nelle Filippine, sempre con fondi Rockefeller e Ford: nel 1966 l’istituto rilasciò IR8, la prima varietà nana di riso ad alta resa, presto ribattezzata dalla stampa “riso miracoloso”.
A metà degli anni Sessanta l’India e il Pakistan sembravano avviati verso la catastrofe alimentare temuta da anni: due monsoni deboli consecutivi, nel 1965 e nel 1966, provocarono una crisi dei raccolti che spinse l’India a importare milioni di tonnellate di grano statunitense attraverso il programma di aiuti alimentari PL-480, e alimentò previsioni di carestie di massa negli anni successivi — la più nota delle quali, pubblicata nel 1968 da Paul Ehrlich in “The Population Bomb”, dichiarava ormai perduta la battaglia per sfamare l’India. Fu in questo clima che il ministro dell’agricoltura indiano C. Subramaniam, con il sostegno dello scienziato agrario M.S. Swaminathan, decise di importare su larga scala le sementi messicane: nel 1966 circa 18.000 tonnellate di seme di Sonora 64 e Lerma Rojo 64 furono spedite in India e in Pakistan, dove l’agronomo pachistano-americano Manzoor Ahmad Bajwa e altri tecnici locali ne curarono l’adattamento. Il Punjab, punjabi da entrambi i lati del confine indo-pachistano, si rivelò il terreno ideale per l’adozione: una rete di canali e pozzi tubolari già relativamente sviluppata garantiva l’irrigazione necessaria a sfruttare il potenziale delle nuove varietà, a patto di abbinarle a dosi massicce di fertilizzanti azotati e a pesticidi per contenere i parassiti favoriti dalle monocolture fitte e concimate.
Il “pacchetto tecnologico” — seme nano, fertilizzante chimico, irrigazione controllata, pesticidi — funzionava solo se applicato per intero: le nuove varietà da sole rendevano poco più delle tradizionali, ma rispondevano in modo eccezionale a dosi di azoto che le varietà alte non avrebbero retto senza allettarsi. Fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta la produzione di grano indiana raddoppiò abbondantemente, il Punjab si trasformò nel granaio del paese e l’India, dopo un ultimo anno di importazioni massicce nel 1966-67, si avviò verso l’autosufficienza cerealicola dichiarata all’inizio degli anni Settanta. Il termine “rivoluzione verde” fu coniato nel marzo 1968 da William Gaud, allora direttore dell’agenzia statunitense per gli aiuti allo sviluppo USAID, in un discorso che la contrapponeva esplicitamente alla rivoluzione violenta temuta dai governi occidentali in un’Asia affamata durante la guerra fredda. Nel 1970 Norman Borlaug ricevette il premio Nobel per la pace, unico scienziato agrario insignito del riconoscimento, con una motivazione che lo indicava come l’uomo che aveva “dato più di chiunque altro al mondo affamato”.
Conseguenze
Nel breve periodo la rivoluzione verde scongiurò le carestie di massa previste per l’Asia meridionale negli anni Sessanta e Settanta: l’India costituì riserve statali di cereali sufficienti a superare crisi successive senza ricorrere agli aiuti esteri, e paesi come le Filippine e l’Indonesia replicarono con proprie varietà di riso nano. Il modello fu esportato con successo limitato in America Latina e, soprattutto, incontrò forti resistenze agronomiche in gran parte dell’Africa subsahariana, dove piovosità irregolare, suoli poveri e la scarsità di reti irrigue resero il pacchetto tecnologico molto meno efficace che in Asia.
Nel lungo periodo emersero i costi. L’uso intensivo di fertilizzanti azotati e di pesticidi degradò la qualità dei suoli e inquinò falde e corsi d’acqua in Punjab e altrove; l’irrigazione a pompaggio abbassò progressivamente le falde acquifere, mentre in alcune aree l’eccesso di acqua d’irrigazione provocò salinizzazione dei terreni. La sostituzione di numerose varietà locali con poche cultivar ad alta resa ridusse drasticamente la biodiversità agricola, rendendo i sistemi colturali più vulnerabili a nuovi parassiti e patogeni. Sul piano sociale, il pacchetto tecnologico richiedeva capitali per acquistare sementi certificate, fertilizzanti e accesso all’irrigazione: i grandi proprietari terrieri ne beneficiarono per primi e più a lungo, mentre piccoli coltivatori e mezzadri, spesso privi di credito o di terre irrigue, restarono indietro o si indebitarono per tenere il passo, alimentando disuguaglianze rurali che critiche successive, in particolare quelle della fisica e ambientalista indiana Vandana Shiva, hanno collegato anche a tensioni sociali nel Punjab dei decenni successivi. Il dibattito fra chi vede nella rivoluzione verde la prova che l’innovazione tecnologica può vincere la fame e chi ne denuncia i costi ambientali e distributivi non si è mai sopito, ed è tornato centrale quando, dagli anni Novanta, si è posta la stessa domanda per gli organismi geneticamente modificati.
Nel frattempo altrove
- 1946I test nucleari nel Pacifico — Oceania
- 1953La struttura del DNA — Europa
- 1957L'anno dell'Africa — Africa
- 1964I diritti civili — Americhe
- 1969La luna e la rete — Americhe
- 1973La crisi petrolifera — Medio Oriente
- 1975La fine del Vietnam — Asia orientale
Come lo sappiamo
La ricostruzione poggia su archivi istituzionali ben conservati: i registri del CIMMYT e dell’International Rice Research Institute, le carte della Fondazione Rockefeller e della Fondazione Ford relative ai programmi agricoli in Messico e in Asia, i documenti dell’agenzia statunitense USAID, le statistiche di produzione agricola raccolte dalla FAO e dai ministeri dell’agricoltura indiano e pachistano, e gli scritti e la corrispondenza dello stesso Borlaug, incluso il suo discorso di accettazione del Nobel del 1970. A questo si aggiunge una letteratura storiografica e critica ampia, che spazia dalla biografia autorizzata di Borlaug alle storie della diplomazia agricola della guerra fredda fino alle analisi ambientaliste ed ecofemministe.
Diversi punti restano dibattuti. La cifra, spesso citata nella pubblicistica, di “un miliardo di vite salvate” dalla rivoluzione verde non nasce da un calcolo epidemiologico rigoroso ma da una stima divulgativa impossibile da verificare con precisione, perché richiederebbe di ricostruire uno scenario controfattuale su scala globale; storici come Nick Cullather invitano a considerarla con cautela. È discusso anche quanto la scampata carestia indiana degli anni Sessanta si debba specificamente alle nuove varietà rispetto ad altri fattori concorrenti, come gli aiuti alimentari statunitensi del programma PL-480, le politiche di prezzo garantito introdotte dal governo indiano o il semplice ritorno di monsoni più favorevoli dopo il 1966. Infine, resta aperto il giudizio storiografico complessivo: se la rivoluzione verde vada letta soprattutto come un successo tecnico-umanitario che ha evitato milioni di morti, come sostenuto dalla tradizione che continua l’eredità di Borlaug, oppure, come argomenta Vandana Shiva, come l’imposizione di un modello agricolo dipendente da input chimici e capitali esterni i cui costi ambientali e sociali di lungo periodo sono stati sistematicamente sottovalutati rispetto ai suoi benefici immediati.
Approfondimenti
- Leon Hesser, The Man Who Fed the World: Nobel Peace Prize Laureate Norman Borlaug and His Battle to End World Hunger, Durban House, 2006
- John H. Perkins, Geopolitics and the Green Revolution: Wheat, Genes, and the Cold War, Oxford University Press, 1997
- Nick Cullather, The Hungry World: America’s Cold War Battle against Poverty in Asia, Harvard University Press, 2010
- Vandana Shiva, The Violence of the Green Revolution: Third World Agriculture, Ecology and Politics, Zed Books, 1991