In breve
Il 30 aprile 1975 i carri armati nordvietnamiti sfondano i cancelli del palazzo presidenziale di Saigon e pongono fine a trent’anni di guerra ininterrotta in Vietnam. Il paese si riunifica sotto un governo comunista, mentre gli Stati Uniti incassano la prima sconfitta militare della loro storia dopo essersi ritirati due anni prima con gli accordi di Parigi. La riunificazione apre una fase di repressione, fuga di massa via mare e destabilizzazione regionale che culmina, quasi in contemporanea, nel genocidio cambogiano dei Khmer rossi.
Contesto
La guerra affonda le radici nella decolonizzazione francese dell’Indocina. Ho Chi Minh proclama l’indipendenza del Vietnam già nel settembre 1945, ma la Francia cerca di riprendersi la colonia e scatena la prima guerra d’Indocina (1946-1954), persa clamorosamente con la disfatta di Dien Bien Phu del maggio 1954. Gli accordi di Ginevra dello stesso anno dividono provvisoriamente il paese lungo il 17° parallelo, con un governo comunista guidato da Ho Chi Minh a Hanoi, nel nord, e un regime anticomunista appoggiato dagli Stati Uniti a Saigon, nel sud, in attesa di elezioni di riunificazione mai tenute.
Washington, ossessionato dalla “teoria del domino” secondo cui la caduta di un paese al comunismo ne avrebbe trascinati altri, sostiene progressivamente il Vietnam del Sud con consiglieri militari, poi con truppe di combattimento: l’incidente del Golfo del Tonchino nell’agosto 1964 fornisce il pretesto per un’escalation che porta oltre 500.000 soldati americani sul terreno alla fine degli anni Sessanta. Il Vietnam del Nord, sostenuto militarmente ed economicamente da Unione Sovietica e Cina popolare, arma e infiltra nel sud il Fronte di Liberazione Nazionale, i cosiddetti Vietcong, lungo la rete di sentieri e piste nota come Sentiero di Ho Chi Minh, che attraversa anche Laos e Cambogia. L’offensiva del Tet del gennaio 1968, pur respinta militarmente, dimostra all’opinione pubblica americana che la vittoria non è vicina e avvia la lenta erosione del sostegno interno alla guerra, che si somma alle sue conseguenze già enormi in termini di vittime civili, bombardamenti e diserzioni.
Svolgimento
Dal 1969 la presidenza Nixon persegue la “vietnamizzazione” del conflitto: ritiro graduale delle truppe americane e trasferimento del peso dei combattimenti all’esercito sudvietnamita, mentre i bombardamenti si estendono segretamente a Cambogia e Laos per tagliare le vie di rifornimento nordvietnamite. I negoziati di Parigi, condotti per gli Stati Uniti da Henry Kissinger e per Hanoi da Le Duc Tho, si trascinano per anni tra offensive sul campo e stalli diplomatici, finché il 27 gennaio 1973 le parti firmano gli Accordi di pace di Parigi: cessate il fuoco, ritiro completo delle forze americane entro sessanta giorni e rimpatrio dei prigionieri di guerra. L’ultimo soldato statunitense lascia il Vietnam nel marzo 1973, ma la guerra tra nord e sud continua senza sosta, e sia Hanoi sia Saigon violano ripetutamente il cessate il fuoco.
Privato del sostegno aereo e degli aiuti militari americani, ridotti drasticamente dal Congresso dopo lo scandalo Watergate che indebolisce Nixon fino alle dimissioni dell’agosto 1974, l’esercito sudvietnamita si trova sempre più isolato. Nel dicembre 1974 il Politburo nordvietnamita approva un’offensiva su larga scala: le truppe del generale Van Tien Dung sfondano nella regione degli altipiani centrali e conquistano Ban Me Thuot il 10 marzo 1975. La decisione del presidente sudvietnamita Nguyen Van Thieu di ritirare le forze dagli altipiani si trasforma in una rotta incontrollata; cadono in rapida successione Hue (25 marzo) e Da Nang (30 marzo), mentre centinaia di migliaia di profughi si riversano verso sud lungo le strade. Thieu si dimette il 21 aprile e fugge il 25, lasciando il potere al generale Duong Van Minh.
L’offensiva finale, ribattezzata “campagna Ho Chi Minh”, converge su Saigon nelle ultime settimane di aprile. Il 29 e 30 aprile 1975 si svolge l’operazione Frequent Wind, l’evacuazione via elicottero di cittadini americani e di migliaia di vietnamiti collaborazionisti dall’ambasciata statunitense e da altri punti della città, in scene di caos che diventano l’immagine simbolo della disfatta americana. Alle 11:30 del 30 aprile 1975 un carro armato T-54 nordvietnamita sfonda i cancelli del Palazzo dell’Indipendenza a Saigon; Duong Van Minh annuncia la resa incondizionata poche ore dopo. La città viene ribattezzata Ho Chi Minh City. Il 2 luglio 1976 nord e sud vengono formalmente unificati nella Repubblica Socialista del Vietnam, con Hanoi capitale del nuovo stato.
Conseguenze
Nell’immediato il nuovo governo comunista avvia una capillare epurazione politica: centinaia di migliaia di ex funzionari, militari e collaboratori del regime sudvietnamita vengono internati nei cosiddetti “campi di rieducazione”, spesso per anni, mentre l’economia meridionale viene collettivizzata forzatamente. La repressione, unita al crollo economico e alle tensioni con la minoranza cinese Hoa, spinge dalla fine degli anni Settanta centinaia di migliaia di persone a fuggire via mare su imbarcazioni di fortuna: i “boat people”, di cui si stima che decine di migliaia siano morti in mare, diventano una crisi umanitaria internazionale e portano all’istituzione di campi profughi in tutto il Sud-est asiatico.
La vittoria comunista in Vietnam ha ripercussioni immediate sull’intera Indocina: nell’aprile 1975, pochi giorni prima della caduta di Saigon, i Khmer rossi di Pol Pot conquistano Phnom Penh e instaurano in Cambogia un regime che nel giro di quattro anni provoca la morte per fame, lavoro forzato ed esecuzioni di circa un quarto della popolazione del paese, uno dei genocidi più rapidi del Novecento. Le tensioni tra il nuovo Vietnam unificato e la Cambogia dei Khmer rossi, aggravate dal riallineamento di Hanoi con l’Unione Sovietica contro una Cina sempre più ostile, sfociano nell’invasione vietnamita della Cambogia nel dicembre 1978 e nella breve guerra sino-vietnamita del 1979.
Per gli Stati Uniti la sconfitta lascia una ferita politica e culturale duratura, la cosiddetta “sindrome del Vietnam”: per una generazione l’opinione pubblica e la classe politica americana restano riluttanti a impegnare truppe di terra in conflitti prolungati all’estero, un’eredità che pesa sulle decisioni presidenziali fino alla guerra del Golfo del 1991 e oltre. Il Vietnam riunificato resta per oltre un decennio isolato ed economicamente arretrato, finché le riforme di mercato del Doi Moi, avviate nel 1986, non ne avviano la lenta integrazione nell’economia regionale.
Nel frattempo altrove
- 1946I test nucleari nel Pacifico — Oceania
- 1966La rivoluzione verde — Asia meridionale
- 1969La luna e la rete — Americhe
- 1973La crisi petrolifera — Medio Oriente
- 1979La rivoluzione iraniana — Medio Oriente
- 1980Il vaiolo eradicato — Africa
- 1986Chernobyl — Europa
Come lo sappiamo
La guerra del Vietnam è tra i conflitti più documentati della storia contemporanea: gli archivi del Pentagono e del Dipartimento di Stato americano, in parte desecretati fin dai “Pentagon Papers” pubblicati nel 1971, le memorie di protagonisti come Henry Kissinger e Frank Snepp, le fotografie e i filmati della stampa internazionale che seguiva la guerra con un accesso senza precedenti, e più di recente gli archivi vietnamiti, sovietici e cinesi aperti dopo la Guerra fredda hanno permesso di ricostruire anche il punto di vista di Hanoi e di Mosca, a lungo assente dalla storiografia scritta quasi solo da fonti americane.
Restano dibattuti diversi punti. Il numero dei morti complessivi del conflitto, militari e civili, è stimato in modo molto divergente a seconda delle fonti, tra uno e tre milioni di vietnamiti oltre a circa 58.000 caduti statunitensi. È discusso quanto la sconfitta sudvietnamita del 1975 fosse dovuta principalmente al taglio degli aiuti americani, alla corruzione e al morale dell’esercito di Saigon, o all’effettiva superiorità operativa nordvietnamita, e gli storici non concordano sul peso relativo di questi fattori. Il numero delle vittime del regime dei Khmer rossi in Cambogia, spesso trattato come un capitolo a sé, è anch’esso oggetto di stime diverse, così come l’entità esatta dei morti tra i boat people, mai censiti in modo sistematico.
Approfondimenti
- Stanley Karnow, Vietnam: A History, Viking Press, 1983
- Fredrik Logevall, Embers of War: The Fall of an Empire and the Making of America’s Vietnam, Random House, 2012
- George J. Veith, Black April: The Fall of South Vietnam, 1973-75, Encounter Books, 2012
- Frank Snepp, Decent Interval: An Insider’s Account of Saigon’s Indecent End, Random House, 1977