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Atlante della storia umana

Secolo delle masseGuerra fredda tarda

La rivoluzione iraniana

Un regime islamico sostituisce la monarchia e l'islam politico diventa un attore centrale nelle relazioni internazionali

esatto

1914Secolo delle masse1991

In breve

Tra il gennaio 1979 e il gennaio 1981 l’Iran passò da monarchia alleata dell’Occidente a repubblica islamica retta dal clero sciita. Lo scià Mohammad Reza Pahlavi lasciò il paese il 16 gennaio 1979, l’ayatollah Ruhollah Khomeini rientrò dall’esilio il 1° febbraio e un referendum del marzo 1979 sancì la nascita della Repubblica Islamica, fondata sul principio del velayat-e faqih, il governo del giureconsulto religioso. La crisi degli ostaggi all’ambasciata statunitense, tra il novembre 1979 e il gennaio 1981, chiuse la fase acuta della rivoluzione e segnò per decenni la rottura tra Teheran e Washington. Fu la prima rivoluzione del Novecento a produrre uno stato guidato non da un partito né da militari, ma da un’autorità religiosa, e diede all’islam politico un modello di stato concreto da imitare o da temere in tutta la regione.

Contesto

Dal 1941 l’Iran era retto da Mohammad Reza Pahlavi, salito al trono quando gli Alleati costrinsero all’abdicazione il padre Reza Shah, filotedesco. Nel 1953 un colpo di stato orchestrato da CIA e servizi britannici rovesciò il primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq, che aveva nazionalizzato il petrolio iraniano, e restituì pieni poteri allo scià: l’episodio restò una ferita aperta nella memoria politica del paese e alimentò per una generazione il sospetto verso l’ingerenza americana. Negli anni sessanta lo scià lanciò la “Rivoluzione bianca”, un programma di riforma agraria, alfabetizzazione e diritti di voto alle donne che modernizzava il paese dall’alto ma spiazzava sia i grandi proprietari terrieri sia il clero sciita, preoccupato dalla secolarizzazione e dalla perdita di controllo sulle terre di fondazione religiosa (waqf). Nel 1963 un giovane ayatologo, Ruhollah Khomeini, guidò proteste contro queste riforme e contro l’immunità giudiziaria concessa al personale militare statunitense in Iran: arrestato e poi esiliato nel 1964, prima in Turchia, poi in Iraq e dal 1978 in Francia, continuò a far arrivare in patria sermoni registrati su cassetta che circolavano nelle moschee e nei bazar. Il regime dello scià poggiava su rendite petrolifere crescenti, un esercito imponente armato dagli Stati Uniti e la polizia segreta SAVAK, temuta per gli arresti arbitrari e la tortura degli oppositori. Ma il boom petrolifero degli anni settanta produsse anche inflazione, urbanizzazione rapida e disuguaglianze vistose tra un’élite occidentalizzata e masse urbane e religiose che si sentivano escluse dalla ricchezza e dalla cultura importata. A questo malcontento si sommavano l’opposizione laica e nazionalista, erede di Mossadeq, e gruppi di sinistra armata: nel 1978 queste correnti diverse, religiose e secolari, convergevano contro lo stesso bersaglio senza condividerne il progetto.

Svolgimento

Il detonatore fu un articolo governativo del gennaio 1978, pubblicato su un giornale di Teheran, che denigrava Khomeini in esilio: a Qom, la città santa dello sciismo iraniano, gli studenti di teologia scesero in piazza e la repressione fece i primi morti. Lo sciismo osserva un lutto pubblico al quarantesimo giorno dalla morte: ogni commemorazione produceva nuove manifestazioni, nuovi caduti e quindi un nuovo lutto quaranta giorni dopo, in una spirale che attraversò tutto il 1978. Il punto di svolta fu l’8 settembre 1978, il “venerdì nero”: l’esercito aprì il fuoco sulla folla in piazza Jaleh a Teheran, con un numero di morti mai accertato con precisione ma che la propaganda rivoluzionaria portò rapidamente a migliaia. In autunno gli scioperi dei lavoratori petroliferi paralizzarono le esportazioni e quindi le entrate dello stato, mentre bazar, insegnanti e impiegati pubblici si univano alla protesta. Isolato anche all’interno dell’esercito e minato da una malattia che teneva nascosta, lo scià lasciò l’Iran il 16 gennaio 1979 con la motivazione ufficiale di una vacanza, senza farvi mai più ritorno. Il 1° febbraio 1979 Khomeini atterrò a Teheran da Parigi, accolto da una folla stimata in milioni di persone lungo il percorso dall’aeroporto al cimitero di Behesht-e Zahra, dove commemorò i caduti della rivolta. L’11 febbraio le forze armate dichiararono la propria neutralità, il governo di transizione guidato da Shapour Bakhtiar cadde e il potere passò ai comitati rivoluzionari legati a Khomeini: è la data che l’Iran celebra come il giorno della vittoria della rivoluzione. Il 30 e 31 marzo 1979 un referendum chiese ai cittadini di scegliere tra la monarchia e la “Repubblica islamica”, senza offrire altre opzioni intermedie: il sì superò il 98% dei voti. Nei mesi successivi un’Assemblea degli esperti scrisse una nuova costituzione, approvata a dicembre, che istituiva il velayat-e faqih: il potere ultimo sullo stato spettava a una guida suprema, un giureconsulto religioso, carica che Khomeini assunse a vita. Il 4 novembre 1979 un gruppo di studenti islamici occupò l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, in risposta all’ammissione dello scià malato negli Stati Uniti per cure mediche, e prese in ostaggio il personale diplomatico. La crisi durò 444 giorni: si concluse il 20 gennaio 1981, con gli accordi di Algeri, nello stesso momento in cui negli Stati Uniti si insediava il neoeletto presidente Ronald Reagan.

Conseguenze

Nel breve periodo la crisi degli ostaggi consumò le componenti moderate della rivoluzione: il primo ministro provvisorio Mehdi Bazargan, contrario all’occupazione dell’ambasciata, si dimise pochi giorni dopo, e il fallito tentativo di liberazione militare americana nell’aprile 1980 rafforzò la legittimità dei radicali in patria mentre umiliava Washington. Le fazioni laiche, nazionaliste e di sinistra che avevano combattuto lo scià a fianco del clero furono via via emarginate, incarcerate o giustiziate tra il 1980 e il 1982, e la “rivoluzione culturale” chiuse per mesi le università per epurarle dagli insegnanti giudicati non islamici. Il codice di abbigliamento femminile e la legge islamica entrarono nell’ordinamento statale. A pochi mesi dal consolidamento del nuovo regime, nel settembre 1980, l’Iraq di Saddam Hussein invase l’Iran approfittando del disordine post-rivoluzionario: la guerra durò otto anni, costò centinaia di migliaia di morti da entrambe le parti e finì per consolidare ulteriormente il potere clericale attorno alla difesa della patria. Nel lungo periodo la rivoluzione ridisegnò gli equilibri del Golfo Persico e del Medio Oriente: tolse agli Stati Uniti il loro principale alleato regionale, spinse Washington a rafforzare i legami con l’Arabia Saudita e con le monarchie del Golfo, e aprì una rivalità tra Teheran sciita e Riad sunnita che attraversa ancora oggi la regione. L’Iran sostenne la nascita di Hezbollah in Libano nel 1982 e appoggiò movimenti islamisti sciiti altrove, esportando un modello di mobilitazione religiosa contro il potere costituito. Per il mondo intero la rivoluzione dimostrò che l’islam politico poteva conquistare e governare uno stato moderno, non restare un fenomeno di opposizione: un precedente studiato tanto dai movimenti islamisti quanto dai governi che li temevano, e che entra ancora oggi nelle discussioni sul nucleare iraniano e sulle sanzioni internazionali.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La cronologia degli eventi pubblici — le manifestazioni, il volo dello scià, il rientro di Khomeini, il referendum, l’occupazione dell’ambasciata — è documentata da agenzie di stampa internazionali, fotografie e riprese televisive dell’epoca, oltre che dagli archivi di stato iraniani sulla nuova costituzione. I cablogrammi diplomatici statunitensi, in parte desecretati, includono la nota valutazione della CIA dell’agosto 1978 secondo cui l’Iran “non era in una situazione né prerivoluzionaria né rivoluzionaria”, un errore di previsione diventato un caso di scuola sull’incapacità di leggere per tempo un movimento di massa. I diplomatici tenuti in ostaggio hanno pubblicato memorie e testimonianze, e le trattative che portarono agli accordi di Algeri sono documentate dagli archivi diplomatici algerini e statunitensi. Restano invece dibattuti diversi punti. Il numero dei morti del “venerdì nero” e della repressione del 1978 non è mai stato accertato con certezza: le cifre variano da poche centinaia, secondo storici che hanno riesaminato le fonti ospedaliere, a molte migliaia secondo la propaganda rivoluzionaria dell’epoca, poi ripresa acriticamente da parte della stampa internazionale. È discusso anche quanto la rivoluzione sia stata “islamica” fin dall’inizio o sia diventata tale solo dopo aver sconfitto lo scià, dato che nel 1978 vi parteciparono in massa anche correnti laiche, nazionaliste e di sinistra poi escluse dal potere: la storiografia più recente, penalizzando le letture che proiettano all’indietro l’esito clericale, insiste su questa natura di coalizione ampia e temporanea. Resta infine aperta la domanda sul perché i servizi occidentali, che monitoravano l’Iran da decenni, non abbiano previsto la caduta dello scià: la risposta più accreditata chiama in causa non tanto una carenza di informazioni quanto un pregiudizio strutturale nel valutare la fragilità di un regime armato e apparentemente stabile.

Approfondimenti

  • Ervand Abrahamian, A History of Modern Iran (2008) — sintesi che colloca la rivoluzione dentro il secolo lungo di petrolio, ingerenza straniera e monarchia Pahlavi.
  • Nikki R. Keddie, Modern Iran: Roots and Results of Revolution (2003) — ricostruzione delle radici sociali ed economiche della rivoluzione e dei suoi effetti nei decenni successivi.
  • Charles Kurzman, The Unthinkable Revolution in Iran (2004) — analisi di perché la rivoluzione fu ritenuta impensabile fino a poche settimane prima che accadesse.
  • Mark Bowden, Guests of the Ayatollah (2006) — racconto ravvicinato della crisi degli ostaggi all’ambasciata statunitense, dal sequestro alla liberazione.

Riferimenti

  • Ervand Abrahamian, A History of Modern Iran, 2008, Cambridge University Press
  • Nikki R. Keddie, Modern Iran: Roots and Results of Revolution, 2003, Yale University Press
  • Charles Kurzman, The Unthinkable Revolution in Iran, 2004, Harvard University Press
  • Mark Bowden, Guests of the Ayatollah, 2006, Atlantic Monthly Press

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