In breve
Il 17 ottobre 1973, dieci giorni dopo l’attacco egiziano-siriano che aveva aperto la guerra del Kippur, i paesi arabi dell’OAPEC decisero di tagliare la produzione di petrolio e di imporre un embargo totale verso gli Stati Uniti e altri sostenitori di Israele. Nel giro di poche settimane il prezzo del greggio quadruplicò, mettendo fine di colpo a un quarto di secolo di energia a buon mercato e di crescita ininterrotta nei paesi industrializzati. La crisi rivelò quanto le economie occidentali dipendessero dal petrolio del Golfo e quanto quella dipendenza fosse ormai un’arma politica nelle mani dei paesi produttori, aprendo un decennio di inflazione, recessione e riorganizzazione profonda dei mercati energetici mondiali.
Contesto
Dal secondo dopoguerra il petrolio a basso costo era stato il combustibile silenzioso della ricostruzione europea, del boom giapponese e dell’espansione americana: le cosiddette “sette sorelle”, le grandi compagnie anglo-americane che controllavano l’estrazione e la raffinazione in Medio Oriente, avevano mantenuto per decenni i prezzi bassi e stabili, spesso fissandoli in accordi che lasciavano ai paesi produttori una quota minima della rendita. Negli anni Sessanta questo equilibrio aveva già iniziato a incrinarsi: l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, l’OPEC, era nata nel 1960 a Baghdad proprio per coordinare la risposta dei produttori ai tagli unilaterali dei prezzi decisi dalle compagnie, e nel 1968 i paesi arabi produttori avevano costituito una seconda organizzazione, l’OAPEC (Organization of Arab Petroleum Exporting Countries), con un’agenda esplicitamente più politica. Tra il 1970 e il 1973 il rapporto di forza si era già spostato: la Libia di Gheddafi aveva imposto aumenti unilaterali dei prezzi, la produzione statunitense aveva raggiunto il suo picco storico proprio nel 1970 iniziando a declinare, e la domanda mondiale di greggio cresceva più rapidamente della capacità produttiva disponibile fuori dal Golfo. Sullo sfondo restava irrisolta l’eredità della guerra dei Sei Giorni del 1967, con Israele che occupava dal 1967 la penisola del Sinai, la Cisgiordania e le alture del Golan, e con l’Egitto di Sadat e la Siria che cercavano da anni un modo per rovesciare quello status quo militare e diplomatico. Fu in questo contesto già teso, di mercato petrolifero stretto e di frustrazione araba per l’appoggio occidentale a Israele, che l’attacco a sorpresa del 6 ottobre 1973 offrì ai produttori arabi l’occasione e la leva per trasformare il petrolio in uno strumento di pressione politica diretta.
Svolgimento
La guerra del Kippur (o guerra dello Yom Kippur) iniziò il 6 ottobre 1973 con l’attacco coordinato di Egitto e Siria contro le posizioni israeliane nel Sinai e sul Golan, colto nel giorno della festività ebraica più sacra. Mentre i combattimenti proseguivano e gli Stati Uniti avviavano un massiccio ponte aereo di rifornimenti militari a Israele (l’operazione Nickel Grass, decisa il 13 ottobre), i ministri dell’OPEC riuniti a Vienna il 16 ottobre 1973 annunciarono un aumento unilaterale del prezzo ufficiale del greggio arabo leggero da 3,01 a 5,12 dollari al barile, circa il 70% in più, superando di fatto la prassi della trattativa con le compagnie occidentali. Il giorno seguente, il 17 ottobre, i membri arabi dell’OAPEC riuniti al Cairo andarono oltre: decisero un taglio progressivo della produzione del 5% al mese fino al ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967, e imposero un embargo totale sulle esportazioni verso gli Stati Uniti e i Paesi Bassi, i due paesi ritenuti più apertamente schierati con Israele; l’embargo verso Washington fu esteso e reso esplicito il 19-20 ottobre, dopo che il Congresso americano aveva approvato un pacchetto di aiuti militari a Israele da 2,2 miliardi di dollari. Il cessate il fuoco tra le parti in guerra arrivò il 22-25 ottobre sotto pressione di Stati Uniti e Unione Sovietica, ma l’embargo petrolifero proseguì per mesi: fu revocato solo il 18 marzo 1974, dopo l’inizio dei negoziati per il disimpegno delle forze israeliane nel Sinai mediati dal segretario di Stato americano Henry Kissinger. Nel frattempo, il 23 dicembre 1973 l’OPEC aveva deciso a Teheran un secondo, drastico aumento del prezzo ufficiale, portandolo a 11,65 dollari al barile: nell’arco di circa tre mesi il prezzo del greggio era dunque quadruplicato rispetto ai livelli pre-crisi. Le conseguenze immediate furono visibili ovunque nei paesi industrializzati: negli Stati Uniti si formarono lunghe code ai distributori di benzina, con razionamento tramite il sistema delle targhe pari e dispari in molti stati e un limite di velocità federale di 55 miglia orarie introdotto nel gennaio 1974 per risparmiare carburante; in diversi paesi europei, tra cui l’Italia, i Paesi Bassi e la Germania Ovest, furono introdotte domeniche senza automobili e restrizioni sull’illuminazione pubblica e sugli orari di apertura dei negozi; il Giappone, quasi totalmente dipendente dalle importazioni petrolifere, subì uno shock ancora più diretto sui prezzi al consumo.
Conseguenze
Nel breve periodo la crisi produsse un fenomeno economico nuovo per l’esperienza del dopoguerra, la “stagflazione”: l’aumento dei prezzi dell’energia si trasmise a tutta la struttura dei costi industriali e dei trasporti, alimentando un’inflazione a due cifre in gran parte dei paesi OCSE proprio mentre la produzione ristagnava e la disoccupazione saliva, una combinazione che gli strumenti di politica economica keynesiana del dopoguerra non sapevano gestire. Il 1973-74 segnò per molti storici economici la fine dei cosiddetti “trent’anni gloriosi” (les Trente Glorieuses, secondo la formula del demografo francese Jean Fourastié), il lungo periodo di crescita quasi ininterrotta che aveva caratterizzato l’Europa occidentale, il Nord America e il Giappone dal 1945: le economie industrializzate non tornarono più ai tassi di crescita sistematica di quei decenni. Sul piano finanziario, l’enorme trasferimento di ricchezza verso i paesi produttori del Golfo generò eccedenze di dollari (“petrodollari”) che le banche commerciali occidentali, soprattutto americane e britanniche, si incaricarono di “riciclare” concedendo prestiti su larga scala ai paesi in via di sviluppo importatori di petrolio, spesso in America Latina: questo meccanismo finanziò per alcuni anni la crescita di paesi come Messico, Brasile e Argentina, ma pose le basi per la crisi del debito latinoamericano che sarebbe esplosa negli anni Ottanta, quando i tassi di interesse americani salirono bruscamente. Nel lungo periodo la crisi spinse i paesi importatori a politiche di diversificazione e risparmio energetico rimaste poi strutturali: la Francia lanciò un ambizioso programma di centrali nucleari civili, gli Stati Uniti crearono nel 1975 la Strategic Petroleum Reserve e introdussero i primi standard di consumo obbligatori per le automobili (i CAFE standards), e nel novembre 1974 i paesi consumatori fondarono a Parigi l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) per coordinare le scorte strategiche e la risposta a future interruzioni di fornitura. Sul piano geopolitico, l’episodio consacrò l’OPEC come attore centrale dell’economia mondiale per il decennio successivo e rafforzò il ruolo dell’Arabia Saudita come produttore-chiave capace, con la sua capacità inutilizzata, di orientare i prezzi mondiali; una seconda crisi petrolifera, innescata dalla rivoluzione iraniana del 1979, avrebbe presto dimostrato che lo shock del 1973 non era stato un episodio isolato ma l’inizio di un’era di instabilità strutturale dei mercati energetici.
Nel frattempo altrove
- 1946I test nucleari nel Pacifico — Oceania
- 1966La rivoluzione verde — Asia meridionale
- 1969La luna e la rete — Americhe
- 1975La fine del Vietnam — Asia orientale
- 1978Le riforme di Deng — Asia orientale
- 1980Il vaiolo eradicato — Africa
- 1986Chernobyl — Europa
Come lo sappiamo
La ricostruzione della crisi si basa su fonti relativamente abbondanti e incrociabili: i comunicati ufficiali delle riunioni OPEC di Vienna e Teheran e delle riunioni OAPEC del Cairo sono documenti pubblici, così come gli atti del Congresso americano sugli aiuti militari a Israele e i rapporti dell’amministrazione Nixon sul razionamento energetico interno. Gli archivi diplomatici desecretati di Stati Uniti, Regno Unito e altri paesi OCSE, insieme alle memorie di protagonisti come Henry Kissinger, hanno permesso a storici come Daniel Yergin di ricostruire in dettaglio le trattative dietro le quinte tra compagnie petrolifere, governi produttori e governi consumatori. Restano invece dibattuti alcuni punti di interpretazione: quanto l’embargo arabo fosse in sé efficace, dato che il mercato petrolifero è fungibile e il petrolio dirottato da un cliente embargato poteva in parte essere sostituito tramite paesi terzi, e quanto invece l’impatto economico derivasse soprattutto dall’aumento concordato dei prezzi ufficiali OPEC, formalmente distinto dall’embargo ma deciso in parallelo; gli storici discutono inoltre se l’iniziativa della crisi dei prezzi vada attribuita principalmente ai paesi arabi o se rifletta piuttosto pressioni strutturali di mercato — la crescente domanda mondiale, il declino della produzione americana, l’esaurirsi della capacità inutilizzata — che avrebbero comunque spinto i prezzi al rialzo anche senza la guerra del Kippur, la quale avrebbe fornito soprattutto l’occasione politica e la copertura pubblica per un aumento già maturo. Resta infine oggetto di stima, più che di certezza documentaria, l’entità precisa dei tagli produttivi effettivamente realizzati da ciascun paese OAPEC, poiché le cifre ufficiali dell’epoca non sempre coincidono con i dati di esportazione ricostruiti a posteriori dagli analisti di mercato.
Approfondimenti
- Daniel Yergin, The Prize: The Epic Quest for Oil, Money, and Power (1991)
- Ian Skeet, OPEC: Twenty-Five Years of Prices and Politics (1988)
- Fiona Venn, The Oil Crisis (2002)
- Rüdiger Graf, Oil and Sovereignty: Petro-Knowledge and Energy Policy in the United States and Western Europe in the 1970s (2018)
- David E. Spiro, The Hidden Hand of American Hegemony: Petrodollar Recycling and International Markets (1999)