In breve
Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclama a Tel Aviv la nascita dello Stato di Israele, poche ore prima della scadenza del mandato britannico sulla Palestina. L’indomani gli eserciti di cinque paesi arabi invadono il nuovo stato, dando inizio a una guerra che Israele vince, ampliando i confini previsti dal piano di spartizione dell’ONU del 1947. Fra il 1947 e il 1949 fra le 700.000 e le 750.000 persone di etnia araba fuggono o vengono espulse dai territori che diventano israeliani: è la Nakba, la «catastrofe», il cui inquadramento — fuga indotta dalla guerra o espulsione pianificata — resta al centro di un acceso dibattito storiografico.
Contesto
Dal 1920 la Palestina era un mandato britannico affidato dalla Società delle Nazioni, territorio in cui la dichiarazione Balfour del 1917 aveva promesso un «focolare nazionale ebraico» senza pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità arabe già residenti, in maggioranza in quel momento. Nei decenni successivi l’immigrazione sionista, sostenuta dall’Organizzazione sionista mondiale e accelerata dalle persecuzioni antisemite in Europa e poi dalla Shoah, aveva fatto crescere la popolazione ebraica della Palestina da circa il 10% all’inizio del mandato a oltre il 30% alla fine degli anni Quaranta, con un’economia, istituzioni politiche (l’Agenzia ebraica) e una forza militare clandestina (Haganah, Irgun, Lehi) già ben strutturate.
La popolazione araba palestinese, maggioritaria ma priva di istituzioni statali paragonabili, si era opposta all’immigrazione e alla vendita di terre ai sionisti con proteste crescenti, culminate nella grande rivolta araba del 1936-39, repressa duramente dagli inglesi. Il Libro bianco britannico del 1939, che limitava fortemente l’immigrazione ebraica proprio alla vigilia della Shoah, aveva a sua volta alienato il movimento sionista, che dopo la guerra intensificò la pressione — anche armata — contro l’amministrazione mandataria, ormai incapace di conciliare le due comunità e di gestire l’afflusso di sopravvissuti allo sterminio che cercavano di raggiungere la Palestina, spesso respinti o internati a Cipro.
Esausta e priva di una soluzione praticabile, la Gran Bretagna rimise la questione alle Nazioni Unite nel febbraio 1947, annunciando che avrebbe comunque posto fine al mandato entro il 1948. Era il primo grande banco di prova della neonata organizzazione internazionale, in un Medio Oriente che usciva dal collasso dell’ordine ottomano e coloniale, e in un mondo diviso dai primi segnali della guerra fredda.
Svolgimento
Una commissione speciale dell’ONU (UNSCOP) raccomandò la spartizione della Palestina in due stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto regime internazionale speciale (corpus separatum) data la sua rilevanza per tre religioni. L’Assemblea Generale approvò il piano con la risoluzione 181 il 29 novembre 1947, 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astenuti: la leadership sionista lo accettò, pur giudicandolo insoddisfacente nei confini; i vertici arabi palestinesi e gli stati della Lega araba lo respinsero come illegittimo, perché assegnava allo stato ebraico circa il 55% del territorio mandatario a fronte di una popolazione ebraica pari a un terzo del totale.
La risoluzione scatenò subito una guerra civile fra le due comunità, con attacchi e rappresaglie reciproche lungo tutto l’inverno e la primavera del 1948: già in questa fase iniziarono le prime fughe di famiglie arabe da zone di combattimento, e operazioni militari sioniste (come il Piano D, o Plan Dalet, dell’Haganah, adottato a inizio marzo 1948 per assicurare il controllo delle aree assegnate allo stato ebraico e i corridoi di collegamento fra insediamenti) portarono alla conquista di città miste come Haifa, Giaffa e la parte occidentale di Gerusalemme, e a episodi come il massacro di Deir Yassin (9 aprile 1948), che ebbe un forte effetto destabilizzante sulla popolazione araba circostante.
Il 14 maggio 1948, ore prima della mezzanotte, David Ben Gurion lesse a Tel Aviv la dichiarazione d’indipendenza dello Stato di Israele; gli Stati Uniti riconobbero il nuovo stato entro poche ore, l’URSS pochi giorni dopo. Il 15 maggio gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq invasero il territorio dell’ex mandato, ufficialmente per impedire la spartizione e sostenere i palestinesi. Seguirono mesi di combattimenti alternati a tregue mediate dall’ONU (il mediatore svedese Folke Bernadotte, assassinato in settembre da un commando dell’organizzazione Lehi, propose una revisione dei confini che non fu mai attuata), nel corso dei quali le forze israeliane, meglio organizzate e in seguito meglio armate grazie soprattutto a forniture cecoslovacche, respinsero gli eserciti arabi e occuparono territori ben oltre quelli previsti dalla risoluzione 181, incluse la Galilea occidentale e il Negev.
Durante e dopo i combattimenti, fra il 1947 e il 1949, fra 700.000 e 750.000 arabi palestinesi lasciarono le case che si trovavano nei territori divenuti israeliani: alcuni fuggirono spontaneamente per timore dei combattimenti, altri furono espulsi con la forza da unità israeliane, specie da città e villaggi lungo le direttrici strategiche; centinaia di villaggi furono distrutti o ripopolati, e ai profughi fu negato il diritto al ritorno una volta cessate le ostilità. È l’evento che i palestinesi chiamano Nakba, la catastrofe.
Fra il febbraio e il luglio 1949 Israele firmò armistizi separati con Egitto, Libano, Transgiordania e Siria, mediati dall’ONU a Rodi: le linee di armistizio, note come «linea verde», lasciarono a Israele circa il 78% del territorio dell’ex mandato, l’Egitto amministrò la Striscia di Gaza e la Transgiordania annesse la Cisgiordania e Gerusalemme est, mentre la città santa restò divisa in due. Nessuno di questi accordi fu un trattato di pace definitivo.
Conseguenze
Nel breve periodo Israele consolidò le proprie istituzioni statali, assorbendo in pochi anni centinaia di migliaia di immigrati ebrei, in parte sopravvissuti alla Shoah e in parte, negli anni successivi, provenienti dai paesi arabi e islamici, dove le comunità ebraiche subirono a loro volta espulsioni ed emigrazioni forzate. I profughi palestinesi, privi di stato e per lo più non naturalizzati nei paesi ospitanti, furono sistemati in campi in Giordania, Libano, Siria, Gaza e Cisgiordania, assistiti dal 1949 da un’agenzia ONU dedicata (UNRWA); la loro condizione di apolidia si è protratta per generazioni ed è oggi condivisa da diversi milioni di discendenti.
Nel lungo periodo la guerra del 1948-49 fissò una frattura che nessuno dei conflitti successivi (1956, 1967, 1973 e oltre) ha sanato: il mancato riconoscimento reciproco, la questione di Gerusalemme, e soprattutto il destino dei profughi e del loro «diritto al ritorno», rivendicato dai palestinesi e respinto da Israele come minaccia esistenziale alla propria maggioranza ebraica, restano al centro di ogni negoziato di pace fino a oggi. La cesura del 1948 è dunque, per israeliani e palestinesi, l’evento fondativo di due narrazioni nazionali contrapposte: indipendenza e rinascita per gli uni, sradicamento e catastrofe per gli altri.
Nel frattempo altrove
- 1945ONU e ordine postbellico — Americhe
- 1945Hiroshima e Nagasaki — Asia orientale
- 1946I test nucleari nel Pacifico — Oceania
- 1947Indipendenza e partizione — Asia meridionale
- 1949La Cina popolare — Asia orientale
- 1953La struttura del DNA — Europa
- 1957L'anno dell'Africa — Africa
Come lo sappiamo
La cronologia militare e diplomatica del 1948-49 — la risoluzione 181, la dichiarazione d’indipendenza, gli armistizi di Rodi — è documentata da archivi ONU, britannici, israeliani e dei paesi arabi coinvolti, oltre che da un’ampia memorialistica dei protagonisti. Meno pacifico è l’inquadramento della Nakba, che dagli anni Ottanta è stato ridiscusso radicalmente dai cosiddetti «nuovi storici» israeliani, un gruppo di ricercatori che ha potuto accedere ad archivi militari e di stato desecretati a partire dal trentennio successivo agli eventi.
Benny Morris, il più noto di questi storici, ha documentato nei suoi lavori (a partire da The Birth of the Palestinian Refugee Problem del 1987, poi ampliato nel 2004, e da 1948 del 2008) che l’esodo palestinese non fu né un piano preordinato nella sua interezza né una fuga spontanea coordinata dalle radio arabe, come sostenuto a lungo dalla storiografia israeliana ufficiale, ma il prodotto di dinamiche di guerra — panico, ordini locali di sgombero, espulsioni dirette in alcune aree, decisioni di comandanti sul campo — che nel loro insieme produssero un risultato che la leadership israeliana accettò e in seguito rese irreversibile impedendo il ritorno. Morris ha insistito sul fatto che non esiste prova di un piano centrale di espulsione totale, pur riconoscendo numerosi episodi di espulsione deliberata.
Altri storici, in primo luogo Ilan Pappé, hanno spinto l’interpretazione più in là, sostenendo — sulla base del Piano D e della sua applicazione sul terreno — che si trattò di una pulizia etnica sistematica, concepita e attuata con intenzionalità politica dai vertici sionisti per assicurare una netta maggioranza ebraica nel futuro stato. Storici più vicini alla narrazione tradizionale israeliana, come Anita Shapira, insistono invece sulla dimensione di guerra difensiva imposta a Israele dall’invasione araba e su decisioni prese sotto la pressione di un conflitto per la sopravvivenza, contestando che si possa parlare di un disegno unitario e premeditato. Storici palestinesi come Rashid Khalidi collocano infine il 1948 dentro una cornice più lunga di colonialismo di insediamento, che comincia con la Balfour del 1917 e non si esaurisce con gli armistizi del 1949.
Resta dibattuto, in sintesi, non tanto il fatto dell’esodo — su cui le fonti concordano nell’ordine di grandezza — quanto le sue cause, la misura dell’intenzionalità politica israeliana, il peso delle scelte arabe (l’invito, mai pienamente documentato con uniformità, di alcuni leader arabi alla popolazione a lasciare temporaneamente le zone di combattimento) e le responsabilità nel mancato ritorno dei profughi dopo la fine delle ostilità.
Approfondimenti
- 1948: A History of the First Arab-Israeli War, Benny Morris, 2008, Yale University Press
- The Ethnic Cleansing of Palestine, Ilan Pappé, 2006, Oneworld
- Israel: A History, Anita Shapira, 2012, Brandeis University Press
- The Hundred Years’ War on Palestine, Rashid Khalidi, 2020, Metropolitan Books