In breve
Il 6 agosto 1945 un bombardiere statunitense sganciò su Hiroshima “Little Boy”, la prima arma nucleare mai usata in guerra; il 9 agosto un secondo ordigno, “Fat Man”, distrusse Nagasaki. Le due città furono rase al suolo in pochi secondi e decine di migliaia di persone morirono all’istante, altre migliaia nei mesi e negli anni successivi per ustioni e radiazioni. Il Giappone annunciò la resa il 15 agosto, chiudendo la seconda guerra mondiale, ma gli storici discutono ancora quanto le bombe, rispetto alla dichiarazione di guerra sovietica del giorno precedente, siano state la causa determinante. Da quel momento l’umanità possiede la tecnologia per distruggersi da sola, e la politica internazionale del secondo Novecento si organizza attorno a questo fatto.
Contesto
Dal 1939 alcuni fisici, tra cui Albert Einstein e Leó Szilárd, avevano avvertito il governo statunitense che la fissione nucleare rendeva possibile in linea di principio un’arma di potenza senza precedenti, e che la Germania nazista disponeva delle competenze scientifiche per costruirla. Il timore di restare indietro rispetto a Berlino, più che un progetto contro il Giappone, fece nascere nel 1942 il Progetto Manhattan, il programma segreto guidato dal generale Leslie Groves e diretto scientificamente da J. Robert Oppenheimer, con impianti a Los Alamos, Oak Ridge e Hanford e un costo complessivo di circa due miliardi di dollari dell’epoca.
Quando la bomba fu pronta, nell’estate del 1945, la Germania si era già arresa (maggio 1945) e il bersaglio possibile restava solo il Giappone, che combatteva da anni una guerra durissima nel Pacifico. Gli Stati Uniti avevano già devastato decine di città giapponesi con bombardamenti incendiari convenzionali — il raid su Tokyo del 9-10 marzo 1945 uccise da solo oltre 80.000 persone — senza ottenere la resa. Le stime americane sul costo umano di un’invasione dell’arcipelago giapponese erano alte, anche se controverse e in parte costruite a posteriori per giustificare la scelta compiuta. Il 16 luglio 1945, nel deserto del New Mexico, il test Trinity dimostrò che l’arma funzionava. Alla conferenza di Potsdam, tra il 17 luglio e il 2 agosto, gli Alleati emisero un ultimatum al Giappone che non menzionava esplicitamente la bomba e che Tokyo non accettò.
Svolgimento
Il 6 agosto 1945, alle 8:15 del mattino locale, il bombardiere B-29 Enola Gay, pilotato dal colonnello Paul Tibbets, sganciò su Hiroshima la bomba all’uranio-235 soprannominata “Little Boy”, fatta esplodere a circa 600 metri di altezza per massimizzare l’onda d’urto sulla città. Hiroshima era stata scelta perché, a differenza di molte altre città giapponesi, non era ancora stata bombardata in modo pesante ed era sede di un importante comando militare: i danni della nuova arma sarebbero stati misurabili con precisione. L’esplosione distrusse quasi interamente il centro urbano e uccise, secondo le stime più citate, tra le 70.000 e le 80.000 persone nell’immediato, un numero che salì a circa 140.000 entro la fine del 1945 per ustioni, ferite e le prime conseguenze delle radiazioni.
Il governo giapponese non si arrese subito. Il 9 agosto, poche ore dopo che l’Unione Sovietica — come concordato a Yalta — aveva dichiarato guerra al Giappone e invaso la Manciuria occupata dai giapponesi, un secondo B-29, il Bockscar, decollò con l’obiettivo primario di Kokura. Le nubi coprivano la città e l’equipaggio virò sull’obiettivo secondario: Nagasaki. Alle 11:02 vi sganciò “Fat Man”, un ordigno al plutonio-239 di disegno più complesso ma di potenza maggiore rispetto a Little Boy. La conformazione collinare di Nagasaki contenne parzialmente l’onda d’urto rispetto alla pianura di Hiroshima, ma le vittime furono comunque altissime: circa 40.000 morti immediati, saliti a circa 70.000 entro fine anno.
L’imperatore Hirohito annunciò la resa del Giappone via radio il 15 agosto 1945; l’atto formale di capitolazione fu firmato il 2 settembre sulla corazzata USS Missouri, nella baia di Tokyo, chiudendo la seconda guerra mondiale.
Conseguenze
Nell’immediato, le due città furono in gran parte cancellate: a Hiroshima circa il 70% degli edifici fu distrutto o gravemente danneggiato. I sopravvissuti, chiamati in giapponese hibakusha, portarono per decenni le conseguenze delle radiazioni — leucemie, tumori solidi, malformazioni nei nati successivi — e subirono a lungo anche uno stigma sociale, che rese la loro storia difficile da raccontare pubblicamente in Giappone stesso.
Sul piano internazionale, il 1945 segna l’inizio dell’era nucleare. Gli Stati Uniti persero rapidamente il monopolio: l’Unione Sovietica testò la propria bomba nel 1949, il Regno Unito nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964. Nacque così una corsa agli armamenti che avrebbe prodotto arsenali capaci di distruggere la civiltà molte volte, e con essa la dottrina della deterrenza e dell’equilibrio del terrore che avrebbe strutturato la Guerra Fredda fino agli accordi di disarmo degli anni Ottanta e oltre. Le armi nucleari non furono più usate in guerra dopo il 1945, un fatto che alcuni storici leggono come prova che la deterrenza ha funzionato e altri come il risultato, in parte fortunato, di crisi quasi sfuggite di mano, dalla crisi di Cuba del 1962 in avanti.
Hiroshima e Nagasaki divennero anche simboli del movimento antinucleare globale e sedi di memoriali — il Parco della Pace di Hiroshima, l’Atomic Bomb Dome — visitati ogni anno da capi di stato e attivisti.
Nel frattempo altrove
- 1939La seconda guerra mondiale — Europa
- 1945ONU e ordine postbellico — Americhe
- 1946I test nucleari nel Pacifico — Oceania
- 1947Indipendenza e partizione — Asia meridionale
- 1948La nascita di Israele — Medio Oriente
- 1953La struttura del DNA — Europa
- 1957L'anno dell'Africa — Africa
Come lo sappiamo
Le fonti su Hiroshima e Nagasaki sono insolitamente ricche e insolitamente contese. Da parte americana esistono gli archivi del Progetto Manhattan, i verbali del comitato consultivo che scelse i bersagli, i diari e le memorie dei responsabili politici e militari, oggi ampiamente desecretati. Da parte giapponese restano le testimonianze dirette dei sopravvissuti, raccolte sistematicamente dagli anni Cinquanta, gli studi epidemiologici della Atomic Bomb Casualty Commission (poi Radiation Effects Research Foundation), che dagli anni Quaranta segue nel tempo la salute degli hibakusha, e il reportage Hiroshima di John Hersey, pubblicato sul New Yorker nell’agosto 1946, che portò per primo al pubblico occidentale le storie individuali dei sopravvissuti.
Il numero esatto delle vittime resta incerto: mancava un censimento affidabile nelle due città nell’agosto 1945, molti corpi non furono mai identificati e i decessi per radiazioni si sono protratti per anni, rendendo arbitrario ogni taglio temporale nel conteggio. Le stime complessive più citate oscillano tra 90.000 e 220.000 morti per Hiroshima e Nagasaki insieme, a seconda dell’orizzonte temporale considerato.
Il dibattito storiografico più acceso riguarda perché il Giappone si arrese. La versione tradizionale, sostenuta dal governo americano fin dal 1945, indica le due bombe come causa diretta e sufficiente. Storici revisionisti come Gar Alperovitz hanno sostenuto che il Giappone era già prossimo al collasso e che le bombe furono usate anche per intimidire l’Unione Sovietica nel dopoguerra imminente. Tsuyoshi Hasegawa, incrociando per primo archivi americani, sovietici e giapponesi, ha proposto una lettura più equilibrata: fu soprattutto la dichiarazione di guerra sovietica del 9 agosto, che privava il Giappone di ogni margine di mediazione diplomatica tramite Mosca, a convincere l’élite militare giapponese che la resa fosse inevitabile, mentre le bombe atomiche — devastanti ma non uniche nella serie di distruzioni di città subite dal Giappone quell’estate — ebbero un peso, ma non da sole decisivo. Non esiste su questo punto un consenso definitivo tra gli storici.
Approfondimenti
- John Hersey, Hiroshima (1946) — il reportage che per primo raccontò al mondo le storie dei sopravvissuti.
- Richard Rhodes, The Making of the Atomic Bomb (1986) — la storia più completa del Progetto Manhattan e della fisica che lo rese possibile.
- Tsuyoshi Hasegawa, Racing the Enemy: Stalin, Truman, and the Surrender of Japan (2005) — la ricostruzione che incrocia le fonti americane, sovietiche e giapponesi sulla resa.
- Paul Ham, Hiroshima Nagasaki (2011) — una narrazione ampia, basata su centinaia di testimonianze giapponesi e americane.
- Gar Alperovitz, The Decision to Use the Atomic Bomb and the Architecture of an American Myth (1995) — la tesi revisionista più influente sulle ragioni della scelta americana.