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Atlante della storia umana

Secolo delle masseRicostruzione e decolonizzazione

Il container

L'infrastruttura reale della globalizzazione è una scatola di metallo

esatto

1914Secolo delle masse1991

In breve

Il 26 aprile 1956 la petroliera riconvertita Ideal-X salpò da Port Newark diretta a Houston con 58 container metallici caricati sul ponte al posto del carico sfuso tradizionale: fu il primo trasporto marittimo commerciale con unità di carico standardizzate, ideato dall’imprenditore dei trasporti Malcom McLean. Nei due decenni successivi la standardizzazione internazionale delle dimensioni del container, sancita dall’ISO tra gli anni Sessanta e Settanta, trasformò quella singola traversata in un sistema globale che fece crollare i costi di movimentazione delle merci di un ordine di grandezza. Il container non cambiò solo il modo di spedire le cose: ridisegnò la geografia dei porti, svuotò le banchine tradizionali del lavoro che le aveva animate per secoli e rese possibile spostare la produzione industriale ovunque nel mondo costasse meno produrla.

Contesto

Fino alla metà degli anni Cinquanta il trasporto marittimo funzionava più o meno come ai tempi della vela: il “carico generale” (general cargo) viaggiava in casse, sacchi, botti e balle, caricati e scaricati a mano o con argani da squadre di scaricatori portuali, un pezzo alla volta. Una nave poteva restare all’ormeggio per una settimana o più mentre stivatori disponevano migliaia di colli diversi per forma, peso e destinazione, un lavoro lento, costoso e rischioso: si stimava che nel 1956 il carico sfuso costasse attorno ai 5,83 dollari per tonnellata solo per le operazioni di banchina, cifra che spesso superava il costo del trasporto vero e proprio. A questo si aggiungevano i furti dalle banchine, tanto diffusi da avere un nome tecnico, “pilferage”, e le rotture durante la movimentazione. Malcom McLean non veniva dal mondo marittimo ma da quello dell’autotrasporto: aveva fondato negli anni Trenta una compagnia di camion nella Carolina del Nord ed era ossessionato dal tempo perso ai moli, dove i suoi autisti aspettavano ore che il carico dei rimorchi venisse scaricato pezzo per pezzo su una nave. L’idea che maturò fu semplice quanto radicale: invece di scaricare il contenuto di un rimorchio, perché non caricare l’intero rimorchio, o almeno la sua cassa staccabile, direttamente sulla nave? Nel 1955 McLean vendette la sua compagnia di camion, la McLean Trucking, per rispettare le norme antitrust che vietavano a un vettore stradale di possedere anche una compagnia di navigazione, e acquistò la Pan-Atlantic Steamship Company, poi ribattezzata Sea-Land Service.

Svolgimento

McLean fece convertire una petroliera di tipo T-2 della Seconda guerra mondiale, la Potrero Hills, dotandola di un ponte rinforzato capace di reggere file di casse metalliche impilate; ribattezzata Ideal-X, la nave lasciò Port Newark il 26 aprile 1956 con 58 container di alluminio, ciascuno lungo 33 piedi, oltre al carico convenzionale sottocoperta, diretta a Houston, dove giunse pochi giorni dopo scaricando le sue scatole direttamente su autotreni in attesa in banchina. I costi di carico calcolati dal team di McLean per quella traversata furono attorno ai 15,8 centesimi per tonnellata, contro i quasi sei dollari del carico tradizionale: un rapporto che, per quanto le stime successive lo abbiano ridimensionato, restò il punto di riferimento simbolico dell’intera rivoluzione. Il successo commerciale di quella prima rotta convinse McLean a espandere la flotta e, dal 1957, a costruire le prime navi progettate da zero per contenere container anziché convertite in corsa. Il problema successivo fu che ogni armatore e ogni impresa di autotrasporto stava sviluppando casse di misure diverse e sistemi di aggancio incompatibili tra loro, un caos che avrebbe vanificato l’intero vantaggio se container e gru di banchina non fossero stati intercambiabili da un porto all’altro e da una nave all’altra. Fu l’Organizzazione internazionale per la standardizzazione, attraverso il suo comitato tecnico ISO/TC 104 istituito nel 1961, a fissare tra il 1961 e il 1970 le misure che sono ancora oggi lo standard mondiale — soprattutto i container da 20 e da 40 piedi, con angoli di aggancio (corner fittings) e dispositivi di bloccaggio (twist-lock) identici ovunque — dopo un negoziato lungo e conteso in cui McLean stesso accettò di rendere disponibili gratuitamente alcuni suoi brevetti sugli angolari perché lo standard potesse affermarsi. La guerra del Vietnam, tra il 1965 e il 1970, diede al sistema una spinta decisiva: l’esercito statunitense, sommerso da un carico logistico che i porti tradizionali vietnamiti non riuscivano a smaltire, affidò a Sea-Land il trasporto containerizzato dei rifornimenti verso Cam Ranh Bay, dimostrando su scala industriale l’affidabilità del sistema. Nel 1966 partì la prima rotta transatlantica containerizzata regolare, verso Rotterdam; entro la fine degli anni Settanta quasi tutte le principali rotte commerciali del mondo erano state containerizzate.

Conseguenze

L’effetto più immediato fu il crollo dei costi e dei tempi di transito: una nave containerizzata poteva essere caricata e scaricata in ore anziché in giorni, riducendo drasticamente sia il costo del lavoro portuale sia il tempo in cui il capitale immobilizzato nella nave restava improduttivo in banchina. Questo abbattimento dei costi di trasporto, unito alla prevedibilità e alla sicurezza del carico contro furti e danni, rese per la prima volta economicamente sensato produrre componenti e beni finiti a migliaia di chilometri dal luogo di consumo: le catene di produzione poterono frammentarsi su scala globale, con componenti fabbricati in un continente, assemblati in un altro e venduti in un terzo, la base materiale di ciò che più tardi si sarebbe chiamato semplicemente “globalizzazione”. Sul lato opposto della bilancia, il container svuotò rapidamente il lavoro dei vecchi porti urbani: i moli di Manhattan, di San Francisco, della City di Londra, costruiti per il carico sfuso e circondati da quartieri di magazzini e da una manodopera sindacalizzata che per generazioni aveva vissuto di quel lavoro, non avevano lo spazio per i piazzali di stoccaggio e le gru a portale necessari alla containerizzazione. Decine di migliaia di scaricatori di porto persero il lavoro nell’arco di pochi anni, mentre i sindacati portuali, come l’International Longshoremen’s Association negli Stati Uniti, negoziarono accordi — il più noto è il Mechanization and Modernization Agreement del 1960 sulla costa occidentale — che scambiarono la riduzione degli organici con indennità e garanzie pensionistiche per i lavoratori rimasti. Al posto dei vecchi scali crebbero nuovi hub containerizzati, spesso costruiti da zero fuori dai centri urbani: Port Newark-Elizabeth prese il posto degli storici moli di Manhattan, Felixstowe superò Londra, e nei decenni successivi porti come Rotterdam, Singapore, Hong Kong e infine Shanghai e Shenzhen divennero gli snodi maggiori del commercio mondiale, ridisegnando la geografia economica di intere regioni costiere dell’Asia orientale.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La ricostruzione più ampia e citata è quella di Marc Levinson, che ha attinto agli archivi aziendali di Sea-Land, ai verbali del comitato ISO/TC 104, ai documenti sindacali dell’International Longshoremen’s Association e a interviste con collaboratori diretti di McLean, morto nel 2001. Restano dibattuti alcuni punti: l’entità esatta del risparmio ottenuto dalla containerizzazione rispetto al carico tradizionale è più incerta di quanto suggerisca la cifra spesso citata della traversata dell’Ideal-X, perché quel primo calcolo confrontava condizioni non del tutto omogenee e le stime successive di Levinson stesso sono più caute; è discusso anche se la containerizzazione sia stata la causa primaria della deindustrializzazione dei paesi ricchi o abbia piuttosto accelerato un processo già in corso per altre ragioni tecnologiche e politiche; infine McLean non fu il primo in assoluto a immaginare unità di carico intermodali — casse mobili sperimentali erano già state usate su alcune linee ferroviarie e dall’esercito statunitense durante la Seconda guerra mondiale con i “conex box” — e la sua importanza storica riguarda non l’invenzione del principio, ma la creazione del primo sistema commerciale integrato di nave, banchina e camion capace di reggere la scala industriale che poi lo standard ISO avrebbe reso universale.

Approfondimenti

  • Marc Levinson, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger (2006)
  • Brian J. Cudahy, Box Boats: How Container Ships Changed the World (2006)
  • Rose George, Ninety Percent of Everything (2013)
  • Marc Levinson, Outside the Box: How Globalization Changed from Moving Stuff to Spreading Ideas (2020)

Riferimenti

  • Marc Levinson, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, 2006, Princeton University Press
  • Brian J. Cudahy, Box Boats: How Container Ships Changed the World, 2006, Fordham University Press
  • Rose George, Ninety Percent of Everything: Inside Shipping, the Invisible Industry That Puts Clothes on Your Back, Gas in Your Car, and Food on Your Plate, 2013, Metropolitan Books
  • Marc Levinson, Outside the Box: How Globalization Changed from Moving Stuff to Spreading Ideas, 2020, Princeton University Press

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