In breve
Il 26 aprile 1986, durante un test di sicurezza mal condotto, il reattore numero 4 della centrale nucleare Vladimir Lenin, vicino alla città di Pryp“jat, in Ucraina, esplose e prese fuoco. Fu il più grave incidente nucleare della storia: l’incendio, durato giorni, rilasciò nell’atmosfera enormi quantità di materiale radioattivo, che il vento portò prima sulla Scandinavia e poi su gran parte d’Europa. L’Unione Sovietica tentò dapprima di nascondere l’accaduto, ammettendolo solo dopo che la Svezia ne aveva rilevato le tracce nei propri impianti. Decine di migliaia di persone furono evacuate da una vasta zona attorno alla centrale, dichiarata zona di esclusione e in gran parte ancora oggi disabitata. Il numero delle vittime dirette e di lungo periodo resta uno dei temi più controversi della storia contemporanea, e il disastro è considerato da molti storici, incluso lo stesso Michail Gorbačëv, un fattore decisivo nel crollo dell’URSS cinque anni dopo.
Contesto
Negli anni Settanta e Ottanta l’Unione Sovietica aveva costruito una rete di grandi reattori RBMK (Reaktor Bol’šoj Moščnosti Kanal’nyj, «reattore di grande potenza a canali»), un modello progettato per produrre sia elettricità sia, in origine, plutonio militare. L’RBMK aveva vantaggi economici — usava uranio poco arricchito e poteva essere costruito con componenti prodotte internamente, senza il grande contenitore di sicurezza (containment) in acciaio e cemento che racchiude i reattori occidentali — ma anche un difetto di progettazione grave e poco pubblicizzato fuori dalla cerchia degli specialisti: a basse potenze il suo coefficiente di vuoto positivo poteva rendere il nocciolo instabile, cosicché un aumento della produzione di vapore accelerava, invece di frenare, la reazione a catena. Le barre di controllo, inoltre, avevano un difetto di progettazione nella loro punta di grafite che, nell’attimo dell’inserimento, poteva causare un picco di reattività anziché spegnerla.
La centrale, ufficialmente intitolata a Lenin, sorgeva a un centinaio di chilometri a nord di Kiev, e la città di Pryp“jat, fondata nel 1970 per ospitarne il personale, contava circa 50.000 abitanti, in gran parte giovani famiglie di tecnici e ingegneri: una città modello del progresso sovietico. Nella notte fra il 25 e il 26 aprile 1986 il personale del reattore 4 doveva condurre un test, già rinviato più volte, per verificare se l’energia residua delle turbine, in caso di blackout, fosse sufficiente ad alimentare le pompe di raffreddamento per i secondi necessari all’avvio dei generatori diesel di emergenza. Il test richiedeva di portare il reattore a bassa potenza, una condizione in cui l’RBMK era notoriamente instabile, e fu condotto da un turno notturno che aveva ricevuto istruzioni frettolose e disattivato, contro le procedure, diversi sistemi di sicurezza automatici per non farli interferire con la prova.
Svolgimento
Verso l’1:23 del 26 aprile 1986, con il reattore in una condizione di potenza anomala e con quasi tutte le barre di controllo estratte, gli operatori inserirono il segnale di arresto d’emergenza (AZ-5). Fu proprio quell’inserimento, a causa del difetto delle punte di grafite delle barre, a innescare un picco di potenza incontrollabile invece di spegnere la reazione. In pochi secondi la potenza del reattore salì a livelli molte volte superiori al normale, l’acqua di raffreddamento si trasformò istantaneamente in vapore ad altissima pressione e due esplosioni consecutive fecero saltare la copertura da mille tonnellate del reattore, distruggendo l’edificio e innescando un incendio nella grafite del nocciolo, esposta all’aria.
L’incendio, alimentato dalla grafite, bruciò per circa dieci giorni e sollevò nell’atmosfera un pennacchio di materiale radioattivo — fra cui iodio-131 e cesio-137, gli isotopi che avrebbero avuto le conseguenze sanitarie più durature — che i venti dispersero prima verso nord-ovest, sulla Bielorussia e la Scandinavia, e nei giorni successivi su gran parte dell’Europa. Il 28 aprile, due giorni dopo l’esplosione, i tecnici della centrale nucleare svedese di Forsmark rilevarono livelli anomali di radioattività sugli abiti del personale e, non trovandone la causa nel proprio impianto, risalirono a una fonte esterna proveniente da est. Solo a quel punto, messa alle strette dalle prime notizie internazionali, l’Unione Sovietica ammise pubblicamente l’incidente, con un annuncio scarno alla televisione di stato la sera del 28 aprile.
L’evacuazione di Pryp“jat, avviata solo il pomeriggio del 27 aprile — oltre trentasei ore dopo l’esplosione — allontanò in poche ore quasi tutti i circa 50.000 abitanti su una colonna di autobus, con la promessa, mai mantenuta, che si trattasse di un allontanamento temporaneo: agli abitanti fu detto di portare solo il necessario per pochi giorni. Nelle settimane successive le autorità istituirono una «zona di alienazione» di 30 chilometri di raggio attorno alla centrale, evacuando altri villaggi e portando il numero totale degli sfollati a circa 350.000 persone nel corso dei mesi e anni seguenti. Migliaia di vigili del fuoco, militari, minatori e altri lavoratori, poi noti come «liquidatori», furono mobilitati per contenere l’incendio, costruire un argine di cemento sotto il reattore e, infine, erigere un enorme sarcofago di cemento e acciaio attorno alle rovine, completato entro la fine del 1986 in condizioni di esposizione radioattiva spesso elevatissima e con protezioni insufficienti.
Conseguenze
Gli effetti sanitari immediati colpirono soprattutto il personale della centrale e i primi soccorritori: circa trenta persone, in gran parte vigili del fuoco e operatori esposti a dosi acutissime nelle prime ore e nei primi giorni, morirono nel 1986 per sindrome acuta da radiazioni o per ustioni. Negli anni successivi si registrò un aumento marcato e ben documentato dei tumori alla tiroide fra i bambini e gli adolescenti dell’Ucraina, della Bielorussia e della Russia esposti allo iodio radioattivo, in parte perché le autorità non distribuirono per giorni le pastiglie di iodio stabile che avrebbero potuto proteggerli e non vietarono subito il consumo di latte contaminato.
Sul numero complessivo di morti attribuibili a lungo termine — per tumori diversi da quello alla tiroide, malattie cardiovascolari o altre cause legate all’esposizione cronica a basse dosi — il dibattito scientifico resta aperto e politicamente sensibile. Un rapporto del 2005 coordinato dall’OMS e dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), nell’ambito del «Forum Chernobyl», stimò in poche migliaia il numero di decessi complessivamente attribuibili, soprattutto fra i liquidatori e gli abitanti delle zone più contaminate; altre organizzazioni e ricercatori, fra cui Greenpeace e alcuni epidemiologi indipendenti, hanno pubblicato stime molto più alte, fino a decine di migliaia di morti, contestando i metodi statistici e i limiti geografici dello studio ufficiale. La difficoltà di isolare l’effetto di basse dosi di radiazione da altre cause di malattia in popolazioni numerose, unita all’opacità delle statistiche sanitarie sovietiche dell’epoca, rende improbabile che la controversia si chiuda con una cifra condivisa.
L’effetto politico in Unione Sovietica fu enorme. La gestione iniziale del disastro — il ritardo nell’ammetterlo, la scarsa comunicazione con la popolazione, l’insufficienza dei mezzi mobilitati nelle prime ore — espose in modo clamoroso i limiti del sistema sovietico proprio mentre Gorbačëv promuoveva la glasnost’, l’apertura dell’informazione. Lo stesso Gorbačëv definì in seguito Chernobyl, più ancora della guerra in Afghanistan, «la vera causa» del crollo dell’Unione Sovietica: il disastro minò la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, costò cifre enormi allo stato già in difficoltà economica e alimentò, in Ucraina e altrove, movimenti nazionali e ambientalisti che si sarebbero poi saldati con le spinte indipendentiste di fine decennio. Sul piano globale, l’incidente rallentò per un ventennio la costruzione di nuove centrali nucleari in molti paesi occidentali: l’Italia, in particolare, tenne nel novembre 1987 un referendum che, sull’onda emotiva di Chernobyl, portò all’abbandono del programma nucleare nazionale, mentre altri paesi europei rividero al ribasso i propri piani di espansione atomica.
Nel frattempo altrove
- 1966La rivoluzione verde — Asia meridionale
- 1978Le riforme di Deng — Asia orientale
- 1979La rivoluzione iraniana — Medio Oriente
- 1980Il vaiolo eradicato — Africa
- 1994La fine dell'apartheid — Africa
- 2001L'11 settembre — Americhe
- 2015Le isole e il livello del mare — Oceania
Come lo sappiamo
Nota su questa voce: le fonti elencate non sono state verificate tramite ricerca web in questa sessione — il budget di ricerca era esaurito al momento della stesura — e andranno controllate (titoli, anni, editori) prima di portare la voce a stato: completa.
La sequenza tecnica dell’incidente è oggi ricostruita in dettaglio grazie a due rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica: l’INSAG-1 del 1986, redatto subito dopo l’incidente sulla base delle informazioni fornite dall’URSS e che attribuiva la responsabilità quasi interamente a errori degli operatori, e l’INSAG-7 del 1992, una revisione più equilibrata, resa possibile dall’apertura post-sovietica degli archivi tecnici, che riconobbe il peso determinante dei difetti di progettazione del reattore RBMK insieme agli errori umani. A queste si affiancano i documenti dell’archivio sovietico e le testimonianze dirette raccolte da storici come Serhii Plokhy, che ha ricostruito la catena decisionale a Mosca e a Kiev nelle ore e nei giorni dell’incidente.
Per la dimensione umana e sociale del disastro, la fonte più citata resta Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievič, un mosaico di testimonianze orali di sopravvissuti, liquidatori, vedove e sfollati raccolte negli anni successivi, che valse all’autrice bielorussa, fra gli altri riconoscimenti, il premio Nobel per la letteratura nel 2015. Sul piano sanitario, le stime di mortalità restano il punto più controverso: il rapporto del Forum Chernobyl (OMS/IAEA, 2005) è il documento di riferimento più citato nel dibattito pubblico, ma è stato criticato da altri ricercatori per l’ambito geografico limitato e per l’uso di modelli statistici giudicati da alcuni troppo conservativi; questa voce presenta perciò le cifre di mortalità come oggetto di disaccordo fra fonti autorevoli, non come un dato consolidato.
Approfondimenti
- Serhii Plokhy, Chernobyl: History of a Tragedy (2018) — la ricostruzione storica più completa, basata su archivi sovietici e ucraini e su interviste ai protagonisti.
- Svetlana Aleksievič, Preghiera per Chernobyl (edizione originale 1997) — testimonianze orali dei sopravvissuti, dei liquidatori e degli sfollati, opera fondamentale dell’autrice premio Nobel 2015.
- IAEA/INSAG, The Chernobyl Accident: Updating of INSAG-1 (INSAG-7, 1992) — la revisione tecnica di riferimento sulle cause del disastro, comprese le carenze di progettazione del reattore RBMK.