In breve
Tra il 2015 e il 2024 gli stati insulari bassi del Pacifico — Tuvalu, Kiribati, le Isole Marshall, Vanuatu — passano dal denunciare l’innalzamento del livello del mare nei forum internazionali a costruire risposte concrete alla propria possibile scomparsa fisica: un trattato di migrazione climatica con l’Australia, un progetto di “nazione digitale”, un emendamento costituzionale che dichiara lo stato tuvaluano eterno, e un’iniziativa diplomatica che porta la questione della statualità senza territorio davanti alla Corte internazionale di giustizia. Il filo comune è giuridico prima ancora che ambientale: se un atollo diventa inabitabile o sommerso, uno stato smette di esistere?
Contesto
Gli atolli corallini del Pacifico centrale e occidentale sono per natura vicinissimi al livello del mare: a Tuvalu il punto più alto è a 4,6 metri, e Funafuti, la capitale, ha un’elevazione media di circa due metri; le Isole Marshall hanno un’altezza media simile sui suoi 29 atolli. Sono i primi territori nazionali al mondo per cui un innalzamento di poche decine di centimetri non è un problema costiero, ma una questione di sopravvivenza dello stato come tale.
I dati satellitari raccolti dagli altimetri, dalla missione Topex/Poseidon in poi, mostrano che il livello medio globale del mare cresce, ma nel Pacifico occidentale tropicale il ritmo è quasi doppio rispetto alla media globale: circa 10-15 centimetri in più dal 1993, contro un aumento globale che nello stesso periodo passa da circa 2,1 a 4,5 millimetri l’anno. Il capitolo 9 del Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (2021) conferma che il ritmo è accelerato, da 1,3 mm/anno nel 1901-1971 a 3,7 mm/anno nel 2006-2018, e attribuisce l’accelerazione soprattutto allo scioglimento delle calotte glaciali e all’espansione termica degli oceani. Già prima del 2015 Kiribati aveva reagito acquistando 22 km² di terra a Vanua Levu, in Figi (2012-2014), come riserva precauzionale; ma è nel decennio successivo che la risposta politica dei piccoli stati insulari si fa sistematica.
Svolgimento
Tuvalu guida l’iniziativa più organica, il “Future Now Project”, promosso dal ministro degli Esteri Simon Kofe: una strategia in tre punti che comprende la costruzione di una “nazione digitale” gemella, la ricerca di alleanze bilaterali che riconoscano la permanenza della statualità e dei confini marittimi tuvaluani, e la ridefinizione costituzionale dello stato. Alla COP27 di Sharm el-Sheikh, nel novembre 2022, Kofe pubblica un video divenuto virale in cui parla in piedi nell’acqua fino alle ginocchia, annunciando che Tuvalu costruirà una replica digitale delle proprie isole — a partire dall’isolotto di Teafualiku — per preservare cultura, archivi e, in prospettiva, funzioni statali anche se il territorio fisico diventasse inabitabile. Il progetto, realizzato con il supporto tecnico della società Accenture, resta per ora soprattutto una dichiarazione politica in fase di realizzazione lenta: l’idea che uno stato possa continuare a esistere come istituzione e comunità anche senza il proprio suolo.
Nel settembre 2023 il parlamento di Tuvalu approva una nuova costituzione che, all’articolo 2, dichiara che “lo Stato di Tuvalu, nel suo quadro storico, culturale e giuridico, rimarrà in perpetuo nel futuro, nonostante gli impatti del cambiamento climatico o altre cause che comportino la perdita del territorio fisico di Tuvalu”: la prima volta che una costituzione nazionale sancisce esplicitamente la propria sopravvivenza indipendente dal territorio.
Due mesi dopo, il 9 novembre 2023, a Rarotonga, il primo ministro australiano Anthony Albanese e quello tuvaluano Kausea Natano firmano il trattato Falepili Union (dal termine tuvaluano che indica il dovere di buon vicinato). Entrato in vigore nell’agosto 2024, il trattato combina tre elementi: cooperazione climatica, un percorso di mobilità “dignitosa” che consente fino a 280 cittadini tuvaluani l’anno di trasferirsi, lavorare o studiare in Australia tramite estrazione a sorte, e un impegno di sicurezza reciproca. È descritto come il primo trattato bilaterale al mondo dedicato specificamente alla migrazione climatica, e prevede esplicitamente che l’Australia continuerà a riconoscere la statualità di Tuvalu e i suoi confini marittimi anche in caso di perdita fisica del territorio.
Parallelamente, Vanuatu guida sul piano multilaterale una battaglia diversa ma collegata: costruisce, a partire dal 2021, una coalizione di oltre 130 stati che porta all’adozione, il 29 marzo 2023, della risoluzione 77/276 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con cui si chiede alla Corte internazionale di giustizia un parere consultivo sugli obblighi giuridici degli stati in materia di cambiamento climatico. Anche l’organizzazione regionale che riunisce i governi del Pacifico, il Pacific Islands Forum, aveva già affrontato il nodo giuridico centrale: nell’agosto 2021 i suoi 18 stati membri adottano la Dichiarazione sulla preservazione delle zone marittime, per cui i confini marittimi notificati alle Nazioni Unite ai sensi della Convenzione UNCLOS del 1982 restano fissi e validi anche se l’erosione o la sommersione modificano fisicamente le coste da cui erano stati calcolati in origine.
Conseguenze
Sul piano giuridico internazionale, questi anni spostano il dibattito da ipotesi accademica a lavoro istituzionale concreto. La Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite, che dal 2019 ha un gruppo di studio dedicato all’innalzamento del mare, pubblica rapporti nel 2020, 2022 e 2023 su tre nodi: diritto del mare, statualità, protezione delle persone sfollate. Non esiste ancora un consenso su cosa accada a uno stato il cui territorio scompaia interamente — se sopravviva come “stato ex situ”, se debba fondersi con un altro stato ospitante, o se semplicemente cessi — ma la posizione emergente, sostenuta dal Pacific Islands Forum e da oltre cento stati e organizzazioni che appoggiano la sua dichiarazione, è che la continuità statale non dipenda dalla stabilità fisica del territorio.
Per i cittadini, il cambiamento è più immediato e più diseguale: il trattato con l’Australia offre una via d’uscita ordinata solo a poche centinaia di tuvaluani l’anno, in un paese che ne conta circa undicimila, mentre le Isole Marshall — il cui Compact of Free Association con gli Stati Uniti viene rinnovato tra il 2023 e il 2024 con fondi dedicati alla resilienza climatica — e Kiribati restano senza un accordo di mobilità paragonabile. Il “gemello digitale” di Tuvalu, dal canto suo, non risolve il problema di dove vivrà la popolazione, ma cambia i termini della discussione: rende pubblica, con un impatto mediatico enorme, l’idea che la sopravvivenza di uno stato-nazione possa essere disgiunta dalla sopravvivenza del suo territorio.
Nel frattempo altrove
- 2007M-Pesa e il denaro mobile — Africa
- 2008La crisi finanziaria — Americhe
- 2011Le primavere arabe — Medio Oriente
- 2015L'accordo di Parigi — Europa
- 2020La pandemia di COVID-19 — Asia orientale
- 2022La guerra in Ucraina — Europa
- 2023L'India più popolosa — Asia meridionale
Come lo sappiamo
I dati fisici sono relativamente solidi: l’accelerazione del livello del mare è documentata da decenni di altimetria satellitare intercalibrata e riportata senza contestazioni sostanziali nel Sesto Rapporto IPCC. Il punto dibattuto non è la misura, ma la proiezione locale: quanto e quando un atollo specifico diventerà inabitabile dipende da fattori che vanno oltre il solo innalzamento medio — accrescimento sedimentario dei reef, eventi di marea eccezionale, gestione delle risorse idriche — e le stime restano soggette a revisione.
Sul piano politico-giuridico, la cronaca è più semplice da fissare (date di firma, testi di trattati e dichiarazioni sono pubblici) di quanto lo sia valutarne l’efficacia. Il progetto di “nazione digitale” di Tuvalu è spesso presentato dalla stampa come un piano operativo avanzato; le fonti accademiche più recenti (Rothe, Boas, Farbotko e Kitara, 2024) lo descrivono piuttosto come un dispositivo retorico e diplomatico — efficacissimo nel guadagnare attenzione internazionale, ma ancora limitato nella sua realizzazione tecnica concreta. Allo stesso modo, resta aperto se il trattato Falepili Union sia un modello esportabile ad altri stati insulari o un accordo bilaterale specifico alla relazione storica tra Australia e Tuvalu.
Approfondimenti
Sull’architettura giuridica e diplomatica dell’azione climatica multilaterale in cui si inserisce la vicenda, si veda la voce sull’accordo di Parigi. Per il precedente coloniale della vulnerabilità ambientale imposta al Pacifico, si veda la voce sui test nucleari nel Pacifico. Per il quadro delle istituzioni internazionali che oggi discutono statualità e confini marittimi, si veda la voce su l’ONU e l’ordine postbellico.