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Atlante della storia umana

Mondo contemporaneoDopo l'11 settembre

La crisi finanziaria

Il crollo dei mutui subprime diventa recessione mondiale, austerità e sfiducia diffusa nelle istituzioni

esatto

1991Mondo contemporaneo2026

In breve

Il 15 settembre 2008 Lehman Brothers, quarta banca d’investimento americana, dichiara il più grande fallimento della storia degli Stati Uniti, precipitando in poche settimane il sistema finanziario mondiale in un panico che i governi fronteggiano con salvataggi bancari senza precedenti. La bolla dei mutui subprime, gonfiata per anni da credito facile e prodotti finanziari opachi, si sgonfia trascinando con sé banche, assicurazioni e infine interi bilanci statali: negli Stati Uniti la recessione che ne segue è la più grave dagli anni Trenta, in Europa si trasforma entro il 2010 in una crisi del debito sovrano affrontata con politiche di austerità. Il risultato, oltre alla perdita di ricchezza e occupazione, è una sfiducia diffusa e duratura verso banche, regolatori e governi.

Contesto

Nei primi anni Duemila l’economia statunitense usciva dallo scoppio della bolla delle dot-com e dallo shock dell’11 settembre 2001 con tassi d’interesse tenuti bassi a lungo dalla Federal Reserve guidata da Alan Greenspan, per sostenere consumi e investimenti. Il credito a basso costo si riversò soprattutto nel mercato immobiliare: i prezzi delle case salirono ininterrottamente per un decennio, e le banche allargarono i mutui a fasce di debitori sempre più rischiose — i “subprime”, con redditi bassi o storie creditizie precarie — spesso con tassi iniziali agevolati che sarebbero saliti negli anni successivi. Un’infrastruttura finanziaria costruita nei due decenni precedenti rese possibile diffondere quel rischio su scala globale: la cartolarizzazione trasformava pacchetti di mutui in titoli (i mortgage-backed securities) rivenduti a investitori di tutto il mondo, spesso ricombinati in prodotti derivati ancora più complessi come i collateralized debt obligation. Le agenzie di rating attribuivano voti altissimi a molti di questi titoli, sottostimandone sistematicamente il rischio. La deregolamentazione bancaria degli anni Novanta — negli Stati Uniti in particolare l’abrogazione nel 1999 delle barriere fra banche commerciali e banche d’investimento previste dal Glass-Steagall Act del 1933 — aveva intanto permesso alle grandi banche di crescere e di assumersi esposizioni sempre più ampie senza un aumento corrispondente della vigilanza. Pochi, dentro le istituzioni finanziarie e regolatorie, misero in dubbio pubblicamente che i prezzi delle case potessero anche scendere.

Svolgimento

I prezzi immobiliari statunitensi raggiunsero il picco a metà 2006 e presero a scendere; i primi segnali di crisi arrivarono nel 2007, con l’aumento delle insolvenze sui mutui subprime e il fallimento, nell’aprile di quell’anno, del grande erogatore New Century Financial. Il 9 agosto 2007 la banca francese BNP Paribas bloccò i rimborsi di tre fondi esposti sui subprime, segnalando che nessuno sapeva più quanto valessero davvero quei titoli: fu l’inizio della stretta creditizia globale. Nel marzo 2008 la banca d’investimento Bear Stearns, sull’orlo del collasso, fu rilevata da JPMorgan Chase con un sostegno straordinario della Federal Reserve. Il 7 settembre 2008 il Tesoro americano pose sotto amministrazione controllata Fannie Mae e Freddie Mac, i due colossi semipubblici che garantivano gran parte dei mutui del paese. Il momento decisivo arrivò il 15 settembre 2008: dopo un weekend di trattative fallite per trovare un acquirente o un salvataggio pubblico, Lehman Brothers dichiarò bancarotta con oltre 600 miliardi di dollari di debiti. Il giorno seguente il governo americano nazionalizzò di fatto l’assicuratore AIG con un prestito di 85 miliardi di dollari, giudicandolo troppo interconnesso col resto del sistema per lasciarlo fallire. Nei giorni successivi Merrill Lynch fu venduta d’urgenza a Bank of America e un fondo del mercato monetario, il Reserve Primary Fund, “ruppe il dollaro” perdendo valore sotto la parità, innescando una fuga dai fondi monetari che rischiava di paralizzare il credito a breve termine di tutta l’economia americana.

Di fronte al rischio di un collasso sistemico, l’amministrazione Bush propose un intervento pubblico da 700 miliardi di dollari per rilevare attivi tossici e ricapitalizzare le banche: il Congresso lo respinse in una prima votazione il 29 settembre 2008, provocando un crollo di Wall Street di quasi 778 punti in un giorno, e lo approvò pochi giorni dopo, il 3 ottobre, come Troubled Asset Relief Program (TARP). Le banche centrali di Stati Uniti, area euro, Regno Unito, Giappone, Canada, Svezia e Svizzera tagliarono i tassi in modo coordinato il giorno seguente. Il panico non risparmiò l’Europa: nell’ottobre 2008 l’Islanda vide collassare l’intero sistema bancario nazionale, sproporzionato rispetto all’economia del paese, mentre Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi e altri governi nazionalizzarono o ricapitalizzarono grandi banche come Royal Bank of Scotland e Fortis. Il 15 novembre 2008 si tenne a Washington il primo vertice del G20 a livello di capi di stato e di governo, segno che la crisi era ormai riconosciuta come globale e non più gestibile dai soli Stati Uniti.

Conseguenze

Negli Stati Uniti l’ufficio che data i cicli economici, il National Bureau of Economic Research, colloca la recessione fra dicembre 2007 e giugno 2009: la disoccupazione salì fino a circa il 10% nell’ottobre 2009, milioni di famiglie persero la casa per pignoramento e il valore delle abitazioni scese per anni. Il governo intervenne anche sull’industria automobilistica, salvando General Motors e Chrysler nel 2009, e varò un pacchetto di stimolo fiscale da 787 miliardi di dollari. Nel 2010 il Dodd-Frank Act introdusse la vigilanza bancaria più ampia dai tempi del New Deal, mentre a livello internazionale gli accordi di Basilea III alzarono i requisiti patrimoniali delle banche.

In Europa la crisi si trasformò, a partire dall’autunno 2009, in una crisi del debito sovrano: il nuovo governo greco di Georgios Papandreou rivelò a ottobre un disavanzo pubblico molto più alto di quello dichiarato dai governi precedenti, facendo impennare il costo del debito greco sui mercati. Fra il 2010 e il 2012 Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro ricevettero prestiti condizionati dalla “troika” — Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale — mentre anche la Spagna dovette ricapitalizzare il proprio sistema bancario. Le condizioni imposte prevedevano tagli alla spesa pubblica, riforme del lavoro e delle pensioni e aumenti fiscali: politiche di austerità che approfondirono la recessione in diversi paesi, portando la disoccupazione giovanile greca e spagnola oltre il 50% nei punti più acuti della crisi. Le tensioni sui debiti sovrani si placarono solo dopo il luglio 2012, quando il presidente della BCE Mario Draghi promise di fare “whatever it takes” per salvare l’euro. Sul piano politico e sociale, il decennio successivo alla crisi vide crescere movimenti di protesta come gli indignados spagnoli e Occupy Wall Street, l’ascesa di forze politiche anti-establishment in diversi paesi europei e una sfiducia duratura verso banche, agenzie di rating e istituzioni internazionali, che gli storici indicano come una delle eredità più profonde della crisi, insieme a un decennio di crescita più lenta nelle economie avanzate.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La ricostruzione delle decisioni prese nelle stanze del Tesoro americano e della Federal Reserve nel settembre 2008 si basa su un’ampia documentazione istituzionale — i verbali e i rapporti della Financial Crisis Inquiry Commission istituita dal Congresso, che nel 2011 pubblicò una relazione ufficiale sulle cause della crisi — oltre che su interviste dirette raccolte da giornalisti come Andrew Ross Sorkin nelle ore immediatamente successive agli eventi, e sulle memorie di protagonisti come Ben Bernanke, allora presidente della Federal Reserve. Restano dibattute le cause profonde: quanto la crisi sia stata prodotta da una deregolamentazione finanziaria trentennale e da comportamenti spregiudicati di banche e agenzie di rating, come sostiene la maggioranza della Financial Crisis Inquiry Commission, e quanto invece da squilibri macroeconomici globali — l’eccesso di risparmio di paesi come Cina e Germania in cerca di investimenti sicuri, secondo la tesi del “saving glut” avanzata dallo stesso Bernanke prima della crisi. Sulla crisi europea del debito sovrano il dibattito resta acceso fra chi ritiene l’austerità imposta dalla troika una risposta necessaria a squilibri di bilancio reali e chi, come l’economista Mark Blyth, la considera un errore di diagnosi che trasformò una crisi bancaria in una crisi sociale e politica prolungata. Anche la scelta di lasciar fallire Lehman Brothers, invece di salvarla come Bear Stearns pochi mesi prima, è tuttora oggetto di disaccordo fra gli stessi decisori dell’epoca: se fosse evitabile o se i margini legali per un intervento pubblico, come sostenuto da Bernanke e dall’allora segretario al Tesoro Henry Paulson, semplicemente non esistessero.

Approfondimenti

  • Andrew Ross Sorkin, Too Big to Fail: The Inside Story of How Wall Street and Washington Fought to Save the Financial System—and Themselves (2009) — cronaca ravvicinata delle settimane del crollo di Lehman, ricostruita da centinaia di interviste ai protagonisti.
  • Michael Lewis, The Big Short: Inside the Doomsday Machine (2010) — racconta, dal punto di vista di chi scommise contro il mercato dei subprime, come si formò la bolla immobiliare.
  • Ben S. Bernanke, The Courage to Act: A Memoir of a Crisis and Its Aftermath (2015) — la testimonianza diretta del presidente della Federal Reserve durante la crisi.
  • Adam Tooze, Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World (2018) — la sintesi più ampia, che collega il crollo del 2008 alla successiva crisi dell’eurozona e alle sue conseguenze politiche.
  • Mark Blyth, Austerity: The History of a Dangerous Idea (2013) — analisi critica delle politiche di austerità adottate in Europa dopo la crisi.

Riferimenti

  • Andrew Ross Sorkin, Too Big to Fail: The Inside Story of How Wall Street and Washington Fought to Save the Financial System—and Themselves, 2009, Viking
  • Michael Lewis, The Big Short: Inside the Doomsday Machine, 2010, W.W. Norton & Company
  • Ben S. Bernanke, The Courage to Act: A Memoir of a Crisis and Its Aftermath, 2015, W.W. Norton & Company
  • Adam Tooze, Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World, 2018, Viking
  • Mark Blyth, Austerity: The History of a Dangerous Idea, 2013, Oxford University Press

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