Salta al contenuto
Atlante della storia umana

Mondo contemporaneoDopo l'11 settembre

Le primavere arabe

Rivolte popolari in tutto il mondo arabo portano a una sola transizione democratica e a diverse guerre civili

esatto

1991Mondo contemporaneo2026

In breve

Tra il dicembre 2010 e il 2012 un’ondata di rivolte popolari attraversa il mondo arabo, dal Marocco al Bahrein, innescata dall’autoimmolazione del venditore ambulante tunisino Mohamed Bouazizi. In poche settimane cadono i regimi di Tunisia ed Egitto, ma è solo la Tunisia a imboccare una transizione democratica duratura: in Libia la rivolta si trasforma in guerra civile e nella morte di Muammar Gheddafi, in Siria in un conflitto ancora aperto oltre un decennio dopo. I social media, in particolare Facebook e Twitter, hanno un ruolo cruciale nel far circolare notizie e nel coordinare le proteste in assenza di stampa libera.

Contesto

All’inizio del 2010 la maggior parte del mondo arabo era retta da regimi autoritari di lunghissimo corso: Zine el-Abidine Ben Ali governava la Tunisia dal 1987, Hosni Mubarak l’Egitto dal 1981, Muammar Gheddafi la Libia dal 1969, la famiglia Assad la Siria dal 1971. Erano sistemi diversi per storia e alleanze internazionali, ma accomunati da elezioni farsa o assenti, apparati di sicurezza pervasivi, corruzione diffusa e un patto sociale che scambiava l’assenza di libertà politiche con una promessa di stabilità e, in alcuni casi, di sussidi.

Quel patto si era già incrinato negli anni Duemila. La crescita demografica aveva prodotto una generazione di giovani istruiti ma senza sbocchi: la disoccupazione giovanile superava il 25-30% in molti paesi della regione, e proprio i laureati senza prospettive avrebbero fornito buona parte della leadership informale delle proteste. La crisi finanziaria globale del 2008 e il rincaro dei prezzi alimentari nel 2010-2011 avevano aggravato il malcontento in economie già fragili. A questo si aggiungeva una diffusione crescente di internet e telefonia mobile, che negli anni precedenti aveva permesso a blogger, attivisti per i diritti umani e reti informali di aggirare, almeno in parte, la censura di stato e di costruire pubblici capaci di riconoscersi a vicenda, come nel caso della pagina Facebook “We Are All Khaled Said”, creata nel 2010 dall’attivista ed ex dirigente Google Wael Ghonim dopo la morte di un giovane egiziano ucciso dalla polizia ad Alessandria.

Mancava, in tutta la regione, un evento che facesse da detonatore comune. Lo avrebbe fornito un fatto locale e all’apparenza minore, in una cittadina dell’entroterra tunisino.

Svolgimento

Il 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante di frutta e verdura ventiseienne di Sidi Bouzid, si dà fuoco davanti alla sede del governatorato dopo che la polizia municipale gli aveva confiscato la merce e, secondo diverse testimonianze, lo aveva umiliato pubblicamente per l’ennesima volta. Bouazizi muore il 4 gennaio 2011. Il suo gesto, diffuso rapidamente attraverso Facebook e Al Jazeera prima ancora che i media di stato tunisini ne parlassero, innesca proteste che si allargano da Sidi Bouzid a Tunisi in pochi giorni. Il 14 gennaio 2011 il presidente Ben Ali, dopo ventitré anni al potere, fugge in Arabia Saudita: è la prima caduta di un capo di stato arabo per effetto di una mobilitazione popolare in quella stagione, e resta a tutt’oggi l’unico paese in cui la rivolta sfocia in una transizione democratica relativamente ordinata, con elezioni per un’assemblea costituente già nell’ottobre 2011 e una nuova costituzione nel gennaio 2014.

L’esempio tunisino si propaga quasi immediatamente. In Egitto le proteste iniziano il 25 gennaio 2011, convocate anche attraverso i social media da gruppi come il Movimento 6 Aprile, e si concentrano in piazza Tahrir, al Cairo, con occupazioni permanenti che resistono a cariche della polizia e, il 2 febbraio, a un attacco di sostenitori del regime a dorso di cammello e cavallo, passato alla storia come la “battaglia dei cammelli”. Il 11 febbraio 2011, dopo diciotto giorni di occupazione della piazza, Mubarak rassegna le dimissioni e cede il potere al Consiglio supremo delle forze armate.

Le rivolte si estendono nello stesso periodo a Libia, Siria, Yemen, Bahrein e, in forme più contenute, a Marocco, Giordania, Algeria e Oman. In Libia le proteste, iniziate a Bengasi il 15 febbraio 2011, si trasformano rapidamente in guerra civile aperta: il regime di Gheddafi reagisce con la forza militare, il 17 marzo il Consiglio di sicurezza dell’ONU autorizza con la risoluzione 1973 un intervento a protezione dei civili, e una coalizione a guida NATO conduce una campagna aerea a sostegno dei ribelli. Gheddafi viene catturato e ucciso dai miliziani rivoluzionari il 20 ottobre 2011 a Sirte, sua città natale, ma la caduta del regime lascia un vuoto di potere che il paese non riesce a colmare, con milizie rivali e due governi concorrenti negli anni successivi.

In Siria le prime proteste, a Deraa nel marzo 2011, sono innescate dall’arresto e dalla tortura di un gruppo di adolescenti che avevano scritto slogan antigovernativi su un muro. La repressione del regime di Bashar al-Assad, molto più sistematica che altrove, trasforma rapidamente il movimento in un’insurrezione armata e poi in una guerra civile su base settaria e regionale, con l’intervento di potenze esterne — Iran e Russia a sostegno di Assad, Turchia, Stati Uniti e monarchie del Golfo a sostegno di fazioni diverse dell’opposizione — e con la comparsa, dal 2013-2014, dello Stato Islamico in ampie porzioni del territorio siriano e iracheno. È il conflitto più grave e duraturo generato dalle primavere arabe: ha causato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, ed è proseguito, con fasi di intensità diversa, ben oltre il decennio successivo al 2011.

Conseguenze

Nel breve periodo le primavere arabe rovesciano quattro capi di stato — oltre a Ben Ali e Mubarak, anche Gheddafi in Libia e Ali Abdullah Saleh in Yemen, costretto a cedere il potere nel 2012 dopo trattative regionali — e costringono altri regimi, dal Marocco alla Giordania, a concedere riforme costituzionali limitate pur di non perdere il controllo. La Tunisia resta il solo caso in cui la caduta del regime produce istituzioni democratiche stabili, con alternanza di governo, elezioni competitive e una costituzione riconosciuta come tra le più progressiste della regione; il paese riceverà nel 2015 il premio Nobel per la pace, assegnato al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino per il ruolo di mediazione svolto nella transizione.

Nel lungo periodo, però, la regione conosce quella che molti analisti definiscono un “inverno arabo”: in Egitto l’elezione del presidente islamista Mohamed Morsi nel 2012 è seguita nel luglio 2013 da un colpo di stato militare guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi, che instaura un regime autoritario per certi versi più repressivo di quello di Mubarak. La Libia rimane divisa e instabile per oltre un decennio, terreno di scontro tra milizie e potenze straniere. La Siria diventa teatro della crisi umanitaria più grave del secolo, con oltre sei milioni di profughi, un numero che contribuisce a sua volta alla crisi migratoria europea del 2015. Lo Yemen scivola in una guerra civile parallela, aggravata dall’intervento militare di una coalizione guidata dall’Arabia Saudita dal 2015. Sul piano culturale e politico, l’esperienza delle primavere arabe lascia in eredità un dibattito duraturo sul ruolo dei social media nei movimenti di piazza: strumenti di mobilitazione rapida ed efficace nella fase di rovesciamento dei regimi, ma privi, da soli, della capacità di costruire le istituzioni e i partiti necessari a governare la fase successiva.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le primavere arabe sono uno degli eventi storici più densamente documentati in tempo reale grazie alla diffusione di smartphone, social media e canali satellitari come Al Jazeera, che hanno permesso a milioni di persone fuori dalla regione di seguire le proteste quasi in diretta. Questa mole di materiale — video caricati su YouTube, thread su Twitter, pagine Facebook come quella di Wael Ghonim — è stata affiancata da un lavoro storiografico rapido: ricercatori come Marc Lynch hanno ricostruito la cronologia e le dinamiche politiche dei singoli paesi già a un anno dagli eventi, mentre la stampa internazionale con corrispondenti sul terreno, tra cui Lin Noueihed per Reuters, ha fornito una cronaca capillare della Tunisia e dei paesi vicini.

Restano nodi dibattuti. Il primo riguarda l’effettivo peso causale dei social media nella mobilitazione: alcuni studiosi hanno parlato di “rivoluzioni Facebook” o “Twitter revolutions”, mentre altri sottolineano che la maggioranza della popolazione in molti di quei paesi non aveva accesso a internet e che reti tradizionali — moschee, sindacati, associazioni di quartiere — restarono altrettanto o più decisive; il consenso attuale tende a considerare i social media un moltiplicatore di visibilità e coordinamento, non la causa delle rivolte. Un secondo nodo riguarda il ruolo di attori esterni: il grado di responsabilità di potenze regionali e internazionali — dal sostegno del Qatar e della Turchia a diverse fazioni dell’opposizione, all’intervento russo e iraniano in Siria, fino al dibattito sull’opportunità dell’intervento NATO in Libia e sulle sue conseguenze — resta oggetto di analisi contrastanti. Infine, per la Siria in particolare, il numero esatto delle vittime e degli sfollati è difficile da accertare con precisione, data la perdurante situazione di conflitto e la difficoltà di accesso di osservatori indipendenti a molte aree del paese.

Approfondimenti

  • Marc Lynch, The Arab Uprising: The Unfinished Revolutions of the New Middle East (2012) — la ricostruzione più organica delle dinamiche politiche paese per paese, scritta a caldo da uno dei massimi esperti americani della regione.
  • Lin Noueihed e Alex Warren, The Battle for the Arab Spring: Revolution, Counter-Revolution and the Making of a New Era (2012) — cronaca giornalistica approfondita, con particolare attenzione a Tunisia, Egitto e Libia.
  • Wael Ghonim, Revolution 2.0: The Power of the People Is Greater Than the People in Power (2012) — memoir del creatore della pagina Facebook “We Are All Khaled Said”, testimonianza diretta sul ruolo dei social media nella rivolta egiziana.
  • Fawaz A. Gerges (a cura di), The New Middle East: Protest and Revolution in the Arab World (2014) — raccolta accademica di ventuno saggi sulle cause strutturali e gli esiti delle rivolte in tutta la regione.

Riferimenti

  • Marc Lynch, The Arab Uprising: The Unfinished Revolutions of the New Middle East, 2012, PublicAffairs
  • Lin Noueihed e Alex Warren, The Battle for the Arab Spring: Revolution, Counter-Revolution and the Making of a New Era, 2012, Yale University Press
  • Wael Ghonim, Revolution 2.0: The Power of the People Is Greater Than the People in Power, 2012, Houghton Mifflin Harcourt
  • Fawaz A. Gerges (a cura di), The New Middle East: Protest and Revolution in the Arab World, 2014, Cambridge University Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.