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Atlante della storia umana

Secolo delle masseGuerra fredda tarda

Il muro

In pochi mesi cadono i regimi dell'Europa orientale, in gran parte senza spargimento di sangue

esatto

1914Secolo delle masse1991

In breve

Tra la primavera e l’inverno del 1989 i regimi comunisti dell’Europa orientale crollano uno dopo l’altro, quasi sempre senza che l’Unione Sovietica intervenga per salvarli. Il simbolo dell’intera ondata è la caduta del Muro di Berlino, la notte del 9 novembre, ma il processo comincia prima, in Polonia, e finisce dopo, con il sangue versato in Romania e con la riunificazione della Germania nell’ottobre 1990. In meno di un anno la mappa politica del continente, immobile da oltre quarant’anni, viene ridisegnata quasi per intero.

Contesto

Dal secondo dopoguerra l’Europa orientale era divisa in stati satelliti retti da partiti comunisti che rispondevano a Mosca, tenuti insieme dal Patto di Varsavia e, quando necessario, dalla forza: i carri armati sovietici erano intervenuti a Berlino Est nel 1953, a Budapest nel 1956, a Praga nel 1968. La cosiddetta dottrina Brežnev sanciva che nessuno stato del blocco potesse uscire dal socialismo reale senza subire un intervento militare del blocco stesso.

Negli anni Ottanta quell’equilibrio si era logorato. L’economia pianificata ristagnava, il debito con l’Occidente cresceva, e in Polonia era nato nel 1980 Solidarność, il primo sindacato indipendente in un paese comunista, guidato da Lech Wałęsa: represso con la legge marziale nel 1981, ma mai davvero sradicato.

Il fattore decisivo arrivò da Mosca. Salito al potere nel 1985, Michail Gorbaciov lanciò la perestrojka, la ristrutturazione dell’economia sovietica, e la glasnost, l’apertura all’informazione e alla critica pubblica. Gorbaciov non intendeva liquidare il blocco orientale, ma lasciò capire ai governi satellite che non avrebbero più potuto contare sull’intervento armato sovietico per restare al potere: una svolta informalmente ribattezzata, con ironia, “dottrina Sinatra” — ognuno fa a modo suo. Tolta la garanzia della repressione esterna, i regimi restavano soli davanti alle proprie popolazioni.

Svolgimento

La Polonia aprì la strada. Nella primavera del 1989 il governo comunista, incapace di reggere la crisi economica, negoziò con Solidarność al “tavolo delle trattative” di Varsavia, e accettò elezioni parzialmente libere: il 4 giugno 1989 Solidarność vinse quasi tutti i seggi contendibili, e in agosto nacque il primo governo non comunista del blocco orientale, guidato da Tadeusz Mazowiecki.

In Ungheria la riforma procedeva in parallelo dall’interno del partito. Il 2 maggio 1989 le autorità ungheresi cominciarono a smantellare le barriere di filo spinato lungo il confine con l’Austria, aprendo la prima falla fisica nella cortina di ferro. Durante l’estate migliaia di tedeschi orientali in vacanza in Ungheria attraversarono quel confine verso l’Austria e la Germania Ovest, e altri occuparono le ambasciate della Repubblica Federale a Praga e Varsavia chiedendo di espatriare.

In Germania Est le manifestazioni del lunedì a Lipsia crebbero di settimana in settimana durante l’autunno, mentre il regime di Erich Honecker, incapace di reagire, veniva sostituito a metà ottobre da Egon Krenz. La sera del 9 novembre 1989 il portavoce del governo, Günter Schabowski, annunciò in conferenza stampa nuove regole di viaggio più permissive, e alla domanda su quando entrassero in vigore rispose, per un equivoco burocratico, “immediatamente, subito”. Migliaia di berlinesi orientali si presentarono ai varchi quella notte stessa; le guardie di frontiera, senza ordini chiari, aprirono i cancelli. Il Muro, eretto nell’agosto 1961, cadde di fatto in poche ore, prima ancora che venisse abbattuto a picconate nei giorni successivi.

In Cecoslovacchia la protesta studentesca del 17 novembre a Praga innescò due settimane di scioperi e manifestazioni di massa coordinate dal Forum civico, guidato dal drammaturgo Václav Havel: il governo comunista si dimise il 29 novembre senza che fosse sparato un colpo, tanto che l’episodio fu battezzato “rivoluzione di velluto”. Havel divenne presidente il 29 dicembre.

La Romania fece eccezione. Il regime di Nicolae Ceaușescu, tra i più rigidi del blocco, represse nel sangue le proteste iniziate a Timișoara a metà dicembre; ma il 21 dicembre, durante un comizio pubblico a Bucarest trasmesso in diretta televisiva, la folla cominciò a fischiare Ceaușescu in mondovisione. Il giorno dopo l’esercito passò dalla parte dei manifestanti. Ceaușescu e la moglie Elena, catturati in fuga, furono processati sommariamente da un tribunale militare e fucilati il 25 dicembre 1989: unico rovesciamento violento dell’intera ondata.

Il processo si chiuse con la riunificazione tedesca. Dopo mesi di negoziati fra le due Germanie e le quattro potenze occupanti (Stati Uniti, URSS, Regno Unito, Francia) nel formato “due più quattro”, la Repubblica Democratica Tedesca cessò di esistere e i suoi Länder entrarono nella Repubblica Federale il 3 ottobre 1990.

Conseguenze

Nell’immediato il Patto di Varsavia perse ogni funzione reale e si sciolse formalmente nel 1991, mentre la Germania riunificata restava nella NATO, un esito che l’URSS accettò in cambio di garanzie economiche e diplomatiche. Le nuove democrazie dell’Europa orientale avviarono transizioni economiche spesso durissime, con privatizzazioni rapide, inflazione e disoccupazione, la cosiddetta “terapia d’urto”.

Sul piano geopolitico il 1989 tolse all’URSS l’impero esterno che aveva retto dal 1945, e mise sotto pressione la tenuta dell’Unione stessa: la crisi si sarebbe conclusa nel 1991 con la sua dissoluzione. Nel decennio successivo la maggior parte degli stati dell’ex blocco orientale entrò nell’Unione Europea e nella NATO, spostando a est il confine politico ed economico dell’Occidente.

Sul piano simbolico il crollo dei regimi fu letto da alcuni, come Francis Fukuyama, come “fine della storia”, il trionfo definitivo della democrazia liberale sulle alternative ideologiche novecentesche: una lettura che i decenni successivi avrebbero ridimensionato, ma che nel 1989-1990 catturò lo spirito del momento.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il 1989 è tra gli eventi più documentati della storia contemporanea, perché fu il primo grande sconvolgimento politico trasmesso in diretta televisiva su scala continentale: le immagini dei berlinesi sul Muro, della folla di Timișoara e Bucarest, del comizio di Ceaușescu interrotto in mondovisione sono fonti primarie esse stesse, viste in tempo reale da centinaia di milioni di spettatori.

Alla documentazione visiva si aggiungono gli archivi diplomatici, in parte declassificati negli anni successivi alla riunificazione: i verbali del Politburo della SED, i colloqui fra Gorbaciov, Kohl, Bush e Mitterrand, i resoconti degli ambasciatori occidentali a Berlino Est e Mosca, oggi in gran parte accessibili grazie a progetti come il National Security Archive. A questi si sommano le memorie dei protagonisti — Gorbaciov, Havel, Kohl — e centinaia di interviste raccolte da storici e giornalisti nei mesi e anni immediatamente successivi.

Restano dibattuti alcuni punti. Il grado di premeditazione dell’apertura del Muro: la ricostruzione più accreditata la mostra come un incidente amministrativo — l’annuncio confuso di Schabowski, non un piano — più che una decisione politica deliberata, ma alcuni storici insistono su margini di scelta più ampi da parte della dirigenza della SED. Il ruolo effettivo di Gorbaciov: se il suo mancato intervento militare fu una rinuncia consapevole all’impero o un’impossibilità pratica dettata dal collasso economico sovietico è materia di interpretazioni diverse. E la vicenda romena resta la più oscura: la rapidità del processo a Ceaușescu, il ruolo dei servizi segreti (la Securitate) nei giorni della rivolta, e se si sia trattato di una rivoluzione popolare autentica o in parte di un golpe interno al partito mascherato da rivoluzione, sono questioni su cui gli storici non concordano del tutto ancora oggi.

Approfondimenti

  • Mary Elise Sarotte, The Collapse: The Accidental Opening of the Berlin Wall (2014) — ricostruzione ora per ora della notte del 9 novembre, basata su archivi e interviste ai protagonisti minori, dalle guardie di frontiera ai funzionari di partito.
  • Victor Sebestyen, Revolution 1989: The Fall of the Soviet Empire (2009) — panoramica dell’intera ondata rivoluzionaria, paese per paese, scritta da un giornalista che seguì gli eventi sul campo.
  • Timothy Garton Ash, The Magic Lantern (1990) — testimonianza diretta e quasi in presa diretta di uno storico che si trovava a Varsavia, Budapest, Berlino e Praga nei mesi degli eventi.
  • Frederick Taylor, The Berlin Wall: A World Divided, 1961-1989 (2007) — storia completa del Muro, dalla costruzione alla caduta, utile per il contesto di lungo periodo.

Riferimenti

  • Mary Elise Sarotte, The Collapse: The Accidental Opening of the Berlin Wall, 2014, Basic Books
  • Victor Sebestyen, Revolution 1989: The Fall of the Soviet Empire, 2009, Pantheon Books
  • Timothy Garton Ash, The Magic Lantern: The Revolution of '89 Witnessed in Warsaw, Budapest, Berlin, and Prague, 1990, Random House
  • Frederick Taylor, The Berlin Wall: A World Divided, 1961-1989, 2007, HarperCollins

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