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Atlante della storia umana

Secolo delle masseGuerra fredda tarda

La fine dell'URSS

L'Unione Sovietica si dissolve in quindici stati e la guerra fredda finisce senza essere combattuta

esatto

1914Secolo delle masse1991

In breve

Nell’agosto 1991 un gruppo di conservatori tentò un colpo di stato contro Mikhail Gorbaciov per bloccare la dissoluzione dell’Unione Sovietica, e ottenne l’esatto contrario: il tentativo fallì in tre giorni, screditò il partito comunista e rese Boris Eltsin l’uomo forte del paese. Nei mesi seguenti le repubbliche sovietiche dichiararono l’indipendenza una dopo l’altra, e l’8 dicembre gli accordi di Belaveža sciolsero formalmente l’URSS sostituendola con una Comunità di Stati Indipendenti. Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov si dimise da presidente di uno stato che non esisteva più, e la bandiera rossa fu ammainata dal Cremlino per l’ultima volta.

Contesto

A metà degli anni Ottanta l’Unione Sovietica era una superpotenza logorata: l’economia pianificata ristagnava da un decennio, la guerra in Afghanistan dissanguava risorse e credibilità, e il calo del prezzo del petrolio a partire dal 1986 privava Mosca di una delle sue poche fonti di valuta forte. Nel 1985 Mikhail Gorbaciov divenne segretario generale del PCUS e lanciò due riforme destinate a cambiare tutto senza che lui lo intendesse: la perestrojka, un tentativo di ristrutturazione economica, e la glasnost’, l’apertura dell’informazione e del dibattito pubblico.

La glasnost’ ebbe un effetto che nessun pianificatore aveva previsto: rese visibili le crepe del sistema invece di ripararle. La stampa poteva ora discutere gli errori del passato staliniano e i fallimenti del presente, i movimenti nazionali nelle repubbliche baltiche, in Georgia, in Armenia e altrove trovarono spazio per organizzarsi apertamente, e nel 1989 le prime elezioni semi-libere per il Congresso dei deputati del popolo mostrarono un consenso reale per candidati non allineati al partito. Nello stesso anno, come raccontato altrove in questo atlante, i regimi comunisti dell’Europa orientale cedettero uno dopo l’altro senza che Mosca intervenisse: la dottrina Breznev, che autorizzava l’intervento sovietico per difendere il socialismo nei paesi satelliti, era stata di fatto abbandonata.

Dentro l’URSS il problema centrale divenne quello delle nazionalità. Il paese era una federazione di quindici repubbliche costruita sulla finzione che la questione nazionale fosse risolta dal socialismo; appena il controllo centrale si allentò, quella finzione si dissolse. La Lituania dichiarò la sovranità già nel 1989 e l’indipendenza nel marzo 1990; Estonia e Lettonia seguirono a ruota. Anche la Russia, la repubblica più grande, sviluppò un proprio parlamento e una propria leadership: nel giugno 1991 Boris Eltsin fu eletto presidente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa a suffragio diretto, un mandato popolare che Gorbaciov, mai eletto direttamente, non aveva.

Nell’estate del 1991 Gorbaciov negoziava con nove repubbliche un nuovo Trattato dell’Unione che avrebbe trasformato l’URSS in una federazione molto più decentrata, con la firma prevista per il 20 agosto. Fu proprio quel trattato, percepito come la fine dello stato centrale sovietico, a far precipitare la crisi.

Svolgimento

Il 19 agosto 1991, alla vigilia della firma del trattato, un gruppo di alti funzionari — il vicepresidente Gennadij Janaev, il capo del KGB Vladimir Kryučkov, il ministro della difesa Dmitrij Jazov e altri, riuniti nel cosiddetto Comitato di Stato per lo Stato di Emergenza (GKČP) — annunciò che Gorbaciov, in vacanza in Crimea a Foros, era «impossibilitato per motivi di salute» a esercitare le sue funzioni, e assunse i poteri d’emergenza. Gorbaciov fu di fatto posto agli arresti domiciliari, isolato dalle comunicazioni.

I golpisti schierarono carri armati a Mosca ma non arrestarono Eltsin, un errore decisivo. Il 19 agosto stesso Eltsin si arrampicò su un carro armato davanti alla Casa Bianca russa, sede del parlamento, e chiamò alla resistenza civile e allo sciopero generale, definendo il colpo di stato illegale. Migliaia di moscoviti costruirono barricate attorno all’edificio; tre manifestanti morirono in uno scontro notturno con i mezzi blindati. I golpisti, divisi e privi di un piano per l’uso della forza su larga scala, non ordinarono l’assalto. Il 21 agosto il comitato si sfaldò, Gorbaciov fu liberato e rientrò a Mosca, ma il potere reale era ormai passato a Eltsin.

Nei giorni successivi Eltsin sospese le attività del partito comunista sul territorio russo e ne confiscò i beni; Gorbaciov, indebolito e ormai privo di una base istituzionale — si dimise da segretario generale del PCUS il 24 agosto — poté fare poco per fermarlo. Il fallimento del golpe accelerò ciò che avrebbe dovuto impedire: fra agosto e settembre le repubbliche baltiche ottennero il riconoscimento internazionale dell’indipendenza già proclamata, e nelle settimane successive quasi tutte le altre repubbliche dichiararono la propria sovranità o indipendenza. Il primo dicembre un referendum in Ucraina confermò con oltre il 90% dei voti l’indipendenza dichiarata in agosto: senza l’Ucraina, seconda repubblica per popolazione ed economia, qualsiasi unione rinnovata era irrealistica.

L’8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia — Eltsin, Leonid Kravčuk e Stanislav Šuškevič — si incontrarono in una tenuta di caccia a Belaveža, nella foresta bielorussa al confine polacco, e firmarono un accordo che dichiarava che «l’URSS, in quanto soggetto di diritto internazionale e realtà geopolitica, cessa di esistere», istituendo al suo posto la Comunità di Stati Indipendenti (CSI), un’associazione senza poteri sovranazionali. Gorbaciov, non consultato, definì l’accordo illegale, ma non aveva più i mezzi per opporsi. Il 21 dicembre, ad Alma-Ata, altre otto repubbliche aderirono alla CSI, portando i firmatari a undici delle quindici repubbliche.

Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov annunciò le proprie dimissioni da presidente dell’URSS in un discorso televisivo, consegnando i codici di lancio nucleare a Eltsin. Alle 19:32 di quella sera la bandiera rossa con falce e martello fu ammainata dal pennone del Cremlino e sostituita dal tricolore russo. Il 26 dicembre il Soviet delle Repubbliche del Soviet Supremo votò formalmente lo scioglimento dell’Unione: l’atto giuridico finale di uno stato che, di fatto, aveva già cessato di esistere.

Conseguenze

L’effetto immediato fu la nascita di quindici stati indipendenti dove per settant’anni c’era stata un’unica potenza centralizzata, e la fine della guerra fredda senza che le due superpotenze si fossero mai scontrate direttamente. La Federazione Russa ereditò il seggio permanente all’ONU, l’arsenale nucleare — condiviso in un primo tempo con Ucraina, Bielorussia e Kazakistan, che rinunciarono alle armi negli anni successivi — e i debiti internazionali dell’URSS.

Sul piano economico la Russia di Eltsin adottò nel 1992 una terapia d’urto di liberalizzazione dei prezzi e privatizzazione rapida, consigliata da economisti occidentali: ne seguirono un’iperinflazione che azzerò i risparmi di milioni di famiglie, un crollo della produzione industriale senza precedenti in tempo di pace, e la formazione di un’oligarchia che acquisì risorse statali a prezzi di svendita. Il tenore di vita medio crollò per gran parte degli anni Novanta, un’esperienza che alimenterà nel decennio successivo una nostalgia diffusa per la stabilità sovietica e il risentimento verso l’Occidente percepito come artefice o beneficiario del collasso.

Sul piano geopolitico l’ordine bipolare della guerra fredda lasciò il posto a un momento unipolare a guida statunitense: la NATO e l’Unione Europea si allargarono progressivamente verso l’Europa orientale e baltica, mentre la Russia, indebolita, dovette rinegoziare da una posizione di debolezza il proprio ruolo internazionale. Molte delle nuove frontiere fra repubbliche ex sovietiche — spesso tracciate in epoca sovietica senza corrispondere a confini etnici coerenti — divennero linee di conflitto latente o aperto: la Transnistria in Moldavia, il Nagorno-Karabakh fra Armenia e Azerbaigian, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia in Georgia, e la Crimea e il Donbas in Ucraina restano, decenni dopo, teatri di tensione o di guerra. Vladimir Putin definirà nel 2005 la dissoluzione dell’URSS «la più grande catastrofe geopolitica del secolo», una frase che sintetizza quanto quell’evento resti, in Russia, un trauma politico ancora attivo.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Per un evento così recente e così pubblico, la base documentaria è ricchissima e di natura molto diversa da quella delle voci più antiche di questo atlante. Esistono le trasmissioni televisive del golpe e delle dimissioni di Gorbaciov, le fotografie di Eltsin sul carro armato, i verbali delle sedute del Soviet Supremo e del Congresso dei deputati del popolo, il testo firmato degli accordi di Belaveža e degli accordi di Alma-Ata. Gli archivi sovietici, parzialmente aperti negli anni Novanta e in parte richiusi in seguito, hanno permesso a storici come Vladislav Zubok di ricostruire le deliberazioni interne alla leadership sovietica con un dettaglio impensabile per periodi precedenti.

A questo si aggiungono le testimonianze dirette: memoriali di Gorbaciov ed Eltsin, resoconti di diplomatici e giornalisti presenti a Mosca in quei giorni — fra cui David Remnick, corrispondente del Washington Post, il cui racconto giornalistico resta una delle fonti più citate — e, più tardi, interviste raccolte da storici come Serhii Plokhy con protagonisti americani e sovietici dell’estate-autunno 1991, comprese le carte declassificate dell’amministrazione statunitense.

Ciò che resta dibattuto non sono i fatti principali, tutti ben documentati e concordanti, ma le cause e le proporzioni. Storici come Stephen Kotkin insistono sul collasso interno dell’ideologia e delle istituzioni comuniste più che sulla pressione esterna: per Kotkin il dato più sorprendente non è che l’URSS sia crollata, ma che sia crollata in modo relativamente pacifico, con un’élite che rinunciò al potere invece di combattere per conservarlo fino in fondo. Altri, come Zubok, criticano la lettura secondo cui la dissoluzione fosse inevitabile, sostenendo che le scelte di Gorbaciov — in particolare l’aver indebolito il partito e il centro senza costruire istituzioni sostitutive solide — abbiano reso la crisi economica e nazionale molto più distruttiva di quanto sarebbe potuta essere. Resta inoltre aperto, e probabilmente non risolvibile con le sole fonti, il dibattito controfattuale su cosa sarebbe successo se il colpo di stato di agosto fosse riuscito, o se il Trattato dell’Unione fosse stato firmato in tempo.

Approfondimenti

  • Serhii Plokhy, The Last Empire: The Final Days of the Soviet Union (2014) — la ricostruzione più dettagliata dei mesi fra il golpe e le dimissioni di Gorbaciov, basata su documenti declassificati e interviste.
  • David Remnick, Lenin’s Tomb: The Last Days of the Soviet Empire (1993) — il racconto giornalistico, scritto da un corrispondente presente a Mosca, vincitore del premio Pulitzer.
  • Stephen Kotkin, Armageddon Averted: The Soviet Collapse, 1970-2000 (2001) — l’interpretazione del crollo come esito del logoramento ideologico interno più che della competizione con l’Occidente.
  • Vladislav M. Zubok, Collapse: The Fall of the Soviet Union (2021) — una rilettura ampia, basata su archivi, che contesta l’idea che la fine dell’URSS fosse inevitabile.

Riferimenti

  • Serhii Plokhy, The Last Empire: The Final Days of the Soviet Union, 2014, Basic Books
  • David Remnick, Lenin's Tomb: The Last Days of the Soviet Empire, 1993, Random House
  • Stephen Kotkin, Armageddon Averted: The Soviet Collapse, 1970-2000, 2001, Oxford University Press
  • Vladislav M. Zubok, Collapse: The Fall of the Soviet Union, 2021, Yale University Press

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