In breve
Tra il 7 aprile e la metà di luglio 1994, in circa cento giorni, milizie hutu e reparti dell’esercito ruandese uccidono nel modo più sistematico circa ottocentomila persone, in grandissima parte tutsi ma anche hutu moderati contrari allo sterminio: le stime variano ampiamente, tra i 500.000 e oltre un milione secondo le fonti. Il massacro comincia poche ore dopo l’abbattimento dell’aereo del presidente Juvénal Habyarimana, la sera del 6 aprile, ed è condotto con liste di nomi preparate in anticipo, posti di blocco capillari e una propaganda radiofonica che chiama esplicitamente all’uccisione. La missione delle Nazioni Unite presente nel paese, invece di essere rinforzata, viene ridotta all’osso nei primi giorni, mentre le grandi potenze evitano per settimane di pronunciare la parola “genocidio”. A porre fine alle uccisioni è la vittoria militare del Fronte Patriottico Ruandese, a fine luglio, che però innesca un esodo di massa verso lo Zaire e apre un nuovo, lunghissimo capitolo di violenza nella regione dei Grandi Laghi.
Contesto
Le categorie “hutu” e “tutsi” esistevano in Ruanda prima della colonizzazione come distinzioni sociali fluide, legate più al possesso di bestiame e allo status che a un’origine etnica separata; è l’amministrazione coloniale, prima tedesca poi soprattutto belga dal 1916, a irrigidirle in categorie fisse, misurate con pretese pseudoscientifiche e fissate su carte d’identità obbligatorie dal 1933. I belgi favoriscono a lungo l’aristocrazia tutsi come intermediaria del potere coloniale, salvo rovesciare l’alleanza alla fine degli anni Cinquanta. La “rivoluzione sociale” del 1959-1961 rovescia la monarchia tutsi, porta all’indipendenza nel 1962 un Ruanda a maggioranza hutu al governo e spinge decine di migliaia di tutsi in esilio nei paesi vicini, soprattutto in Uganda, dove le loro famiglie cresceranno per due generazioni senza poter tornare.
Dai figli di quell’esilio nasce nel 1987 il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), che il 1° ottobre 1990 invade il Ruanda dall’Uganda aprendo una guerra civile contro il governo del presidente Habyarimana. Il conflitto si trascina per tre anni tra offensive e tregue, mentre nel paese si diffonde una propaganda hutu-suprematista che dipinge ogni tutsi come un complice del nemico; nascono in questo periodo giornali come Kangura e, nel 1993, l’emittente Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM), e si organizzano e armano le milizie giovanili del partito al potere, gli Interahamwe. Gli accordi di pace di Arusha, firmati nell’agosto 1993 sotto mediazione internazionale, prevedono la condivisione del potere con l’FPR e il dispiegamento di una missione di pace delle Nazioni Unite, l’UNAMIR, guidata dal generale canadese Roméo Dallaire; ma la loro attuazione resta bloccata, mentre gli oltranzisti hutu, esclusi da qualunque compromesso, preparano nell’ombra liste di persone da eliminare.
Svolgimento
La sera del 6 aprile 1994 l’aereo che riporta a Kigali il presidente Habyarimana, di ritorno da un vertice regionale ad Arusha assieme al presidente burundese Cyprien Ntaryamira, viene abbattuto da uno o due missili mentre si accinge ad atterrare: entrambi i capi di Stato muoiono. Chi abbia ordinato l’attentato resta, ancora oggi, oggetto di controversia storica e giudiziaria: le indagini e le ipotesi si sono concentrate sia su estremisti hutu del proprio entourage presidenziale, contrari alle concessioni di Arusha, sia sull’FPR di Paul Kagame, senza che nessuna delle due tesi abbia raggiunto un consenso definitivo.
Nel giro di poche ore le milizie Interahamwe e la Guardia presidenziale allestiscono posti di blocco in tutta Kigali, con liste di nomi preparate da mesi, ed eliminano per prime le figure politiche moderate: la prima ministra Agathe Uwilingiyimana, hutu contraria alla linea oltranzista, viene uccisa il 7 aprile insieme ai dieci caschi blu belgi inviati a proteggerla, il cui assassinio ha lo scopo esplicito di spingere il Belgio al ritiro. La violenza si propaga in poche settimane a tutto il paese, organizzata con impressionante metodicità: elenchi anagrafici e carte d’identità etniche permettono di individuare le vittime casa per casa, funzionari locali e capi collina mobilitano la popolazione, e Radio Télévision Libre des Mille Collines trasmette istruzioni quasi in diretta, incitando ad “abbattere gli alberi alti” e a colpire gli “scarafaggi” (inyenzi), il termine con cui la propaganda designava i tutsi.
Di fronte al deteriorarsi della situazione, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decide il 21 aprile 1994 di ridurre drasticamente l’UNAMIR, da circa 2.500 a poco più di 200 uomini, invece di rinforzarla: Dallaire, che aveva inviato ripetuti avvertimenti nei mesi precedenti su un piano di sterminio in preparazione, si trova con un contingente residuo privo di mandato per intervenire con la forza, capace solo di offrire rifugio a decine di migliaia di persone in siti come lo stadio Amahoro. Washington, memore del disastro di Mogadiscio dell’anno prima, evita per settimane di qualificare i massacri come “genocidio”, termine che avrebbe comportato obblighi di intervento secondo la Convenzione ONU del 1948; portavoce del Dipartimento di Stato ricorrono a formule come “atti di genocidio” per eludere la questione. La Francia, alleata storica del governo hutu, lancia a fine giugno l’operazione Turquoise, una zona umanitaria nel sud-ovest del paese che salva vite ma permette anche la fuga di molti responsabili delle stragi. Sul terreno, intanto, l’FPR di Kagame riprende l’offensiva militare da nord, conquista Kigali il 4 luglio e completa il controllo del paese entro la metà del mese, ponendo fine alle uccisioni sistematiche.
Conseguenze
La vittoria dell’FPR rovescia gli equilibri demografici e politici del paese, ma provoca anche l’esodo di quasi due milioni di hutu, tra civili in fuga dalle rappresaglie temute e responsabili del genocidio in fuga dalla giustizia, verso lo Zaire orientale e la Tanzania. Nei campi profughi attorno a Goma, sovraffollati e privi di servizi, un’epidemia di colera uccide decine di migliaia di persone nell’estate del 1994; le milizie Interahamwe e gli ex militari governativi, insediati nei campi accanto ai civili, li usano come base per riorganizzarsi e per continuare le incursioni contro il nuovo Ruanda. È questa presenza armata, unita all’instabilità dello Zaire di Mobutu Sese Seko, a fornire il pretesto e l’innesco per l’invasione ruandese-ugandese del 1996 e per le due guerre del Congo che seguono, il conflitto più mortale al mondo dal 1945 per numero di vittime indirette.
Sul piano della giustizia, il Consiglio di Sicurezza istituisce nel novembre 1994 il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (TPIR), con sede ad Arusha, che processa nei due decenni successivi decine di massimi responsabili, incluso l’ex primo ministro Jean Kambanda, e per primo nella storia riconosce lo stupro come atto di genocidio. Il numero di sospetti coinvolti nei massacri, però, si conta a centinaia di migliaia: per smaltire questo carico il Ruanda istituisce dal 2001 i tribunali comunitari gacaca, basati su una tradizionale forma di giustizia di villaggio, che processano oltre un milione di casi entro il 2012, tra critiche per le garanzie processuali limitate ma anche riconoscimenti per aver reso possibile una qualche forma di convivenza. Il fallimento collettivo del 1994 pesa infine sul diritto internazionale: insieme al genocidio di Srebrenica dell’anno successivo, alimenta il dibattito che porterà nel 2005 all’adozione, in sede ONU, del principio della “responsabilità di proteggere”.
Nel frattempo altrove
- 1966La rivoluzione verde — Asia meridionale
- 1979La rivoluzione iraniana — Medio Oriente
- 1991La fine dell'URSS — Europa
- 1991Le guerre jugoslave — Europa
- 1997Crisi asiatica e Hong Kong — Asia orientale
- 2001L'11 settembre — Americhe
- 2015Le isole e il livello del mare — Oceania
Come lo sappiamo
La cronologia dei fatti e dell’inazione internazionale è ricostruita soprattutto da chi vi ha partecipato o l’ha osservata da vicino: le memorie del generale Dallaire, comandante dell’UNAMIR, restano la fonte più citata sulla catena di avvertimenti ignorati e sulla riduzione del contingente; il giornalista Philip Gourevitch ha raccolto testimonianze dirette di sopravvissuti negli anni immediatamente successivi; la storica Alison Des Forges, per Human Rights Watch, ha condotto una delle ricostruzioni più dettagliate e capillari delle catene di comando che hanno organizzato le uccisioni; la giornalista Linda Melvern si è concentrata sulle responsabilità e le omissioni delle diplomazie occidentali, basandosi in parte su documenti declassificati. L’inchiesta indipendente commissionata dal Segretario generale dell’ONU, presieduta da Ingvar Carlsson, ha esaminato formalmente le responsabilità istituzionali delle Nazioni Unite. Restano dibattuti, e probabilmente lo resteranno a lungo, sia l’attribuzione definitiva dell’abbattimento dell’aereo presidenziale sia le cifre esatte delle vittime, che diverse commissioni ruandesi, ONU e studi demografici indipendenti hanno stimato con metodi e risultati non del tutto coincidenti.
Nota metodologica per questa voce: a causa dell’esaurimento del budget di ricerca web disponibile in questa sessione di redazione, le fonti elencate sopra sono state citate sulla base della sola conoscenza pregressa di chi scrive, senza alcuna verifica bibliografica online di titoli, editori, anni di pubblicazione o dettagli del rapporto ONU. Sono opere ritenute con alta sicurezza realmente esistenti, ma vanno controllate a mente fredda, con una ricerca dedicata, prima che questa voce possa passare a stato: completa.
Approfondimenti
- Philip Gourevitch, We Wish to Inform You That Tomorrow We Will Be Killed With Our Families: Stories from Rwanda, Farrar, Straus and Giroux, 1998.
- Roméo Dallaire, Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Rwanda, Random House Canada, 2003.
- Alison Des Forges, Leave None to Tell the Story: Genocide in Rwanda, Human Rights Watch, 1999.
- Linda Melvern, A People Betrayed: The Role of the West in Rwanda’s Genocide, Zed Books, 2000.
- Ingvar Carlsson (a cura di), Report of the Independent Inquiry into the Actions of the United Nations during the 1994 Genocide in Rwanda, Nazioni Unite, Consiglio di Sicurezza, 1999.