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Le guerre jugoslave

La dissoluzione della Jugoslavia in una serie di guerre etniche riporta la pulizia etnica e i crimini di massa in Europa

esatto

1991Mondo contemporaneo2026

In breve

Fra il 1991 e il 1999 la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia si dissolse in una sequenza di guerre che riportarono in Europa, a mezzo secolo dalla seconda guerra mondiale, la pulizia etnica come strumento di politica. Dopo la morte di Tito nel 1980 e il crollo dei regimi comunisti vicini, il nazionalismo serbo di Slobodan Milošević e le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia innescarono, in successione, la breve guerra dei dieci giorni in Slovenia, la guerra in Croazia e la guerra di Bosnia-Erzegovina — la più sanguinosa, con l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica del luglio 1995. Gli accordi di Dayton del novembre 1995 posero fine alla guerra bosniaca; la guerra del Kosovo del 1998-99 si chiuse con settantotto giorni di bombardamenti NATO contro la Serbia, senza mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il bilancio complessivo supera le centomila vittime, con milioni di sfollati; la Jugoslavia, un solo stato nel 1991, si è frammentata in sette.

Contesto

La Jugoslavia socialista tenuta insieme da Josip Broz Tito — sei repubbliche, due province autonome, cinque nazionalità principali riconosciute, una presidenza collettiva pensata per succedergli — perse dopo la sua morte, nel 1980, l’unico contrappeso capace di arbitrare fra le repubbliche. Negli anni Ottanta l’economia jugoslava, indebitata e stagnante, alimentò un risentimento che i nazionalismi locali seppero intercettare meglio della fragile leadership collettiva rimasta a Belgrado. Il Kosovo, provincia a maggioranza albanese ma sede simbolica dell’identità nazionale serba, fu il primo terreno di frizione: nel 1987 Slobodan Milošević si affermò come leader promettendo di difendere i serbi del Kosovo, e nel 1989, per il seicentesimo anniversario della battaglia di Kosovo Polje, pronunciò un discorso che segnò la sua ascesa a capo indiscusso del nazionalismo serbo, mentre Belgrado riduceva drasticamente l’autonomia di Kosovo e Vojvodina.

Il crollo dei regimi comunisti nell’Europa orientale fra il 1989 e il 1991 tolse alla Lega dei comunisti jugoslavi l’ultima giustificazione ideologica per restare un partito unico federale: nel gennaio 1990 il partito si spaccò lungo linee repubblicane, e le prime elezioni multipartitiche in ogni repubblica premiarono forze nazionaliste — Franjo Tuđman in Croazia, lo stesso Milošević in Serbia. La minoranza serba di Croazia, memore delle persecuzioni subite nella seconda guerra mondiale sotto il regime ustascia, reagì alla nuova costituzione croata organizzando un’autonomia armata nella regione della Krajina. Il 25 giugno 1991 Slovenia e Croazia dichiararono l’indipendenza, rompendo la federazione: Belgrado e l’Armata Popolare Jugoslava (JNA), suo strumento militare, considerarono le secessioni illegittime.

Svolgimento

In Slovenia la JNA intervenne subito, ma incontrò una resistenza territoriale organizzata in un territorio compatto ed etnicamente omogeneo, privo dell’interesse strategico che la Serbia aveva altrove: la guerra dei dieci giorni si concluse il 7 luglio 1991 con gli accordi di Brioni, che sancirono il ritiro delle truppe federali e, di fatto, l’indipendenza slovena.

In Croazia il conflitto fu più lungo e più duro: la JNA e le milizie serbe locali assediarono e distrussero Vukovar, città sul Danubio caduta il 18 novembre 1991 dopo circa tre mesi d’assedio, seguito dal massacro di prigionieri e feriti croati alla fattoria di Ovčara. I serbi di Croazia proclamarono una Repubblica Serba di Krajina de facto indipendente. Un cessate il fuoco mediato dall’ONU nel gennaio 1992 congelò le linee del fronte per oltre tre anni, finché l’esercito croato riconquistò la Krajina nell’agosto 1995 con l’operazione Oluja (Tempesta), provocando l’esodo di gran parte della popolazione serba della regione.

La guerra più sanguinosa fu quella di Bosnia-Erzegovina, repubblica multietnica — bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi, croati cattolici — senza un gruppo in maggioranza assoluta. Dopo un referendum sull’indipendenza boicottato dai serbi bosniaci e proclamato nel marzo 1992, le forze serbo-bosniache di Radovan Karadžić e Ratko Mladić, appoggiate da Belgrado, occuparono gran parte del territorio ricorrendo sistematicamente alla pulizia etnica: espulsioni di massa, campi di detenzione come quello di Omarska, stupri usati come arma di guerra. Sarajevo fu circondata dall’aprile 1992 al febbraio 1996, quasi quattro anni, il più lungo assedio di una capitale nella storia della guerra moderna: cecchini e artiglieria colpirono per anni una popolazione civile privata di acqua, elettricità e cibo, mentre la forza di protezione dell’ONU (UNPROFOR) si rivelava incapace di garantire le “zone sicure” dichiarate dal Consiglio di sicurezza.

La più grave di quelle zone sicure fallite fu Srebrenica, enclave bosgnacca nella Bosnia orientale sotto nominale protezione olandese dei caschi blu. L’11 luglio 1995 le forze di Mladić la conquistarono senza che l’ONU autorizzasse un intervento aereo efficace; nei giorni successivi separarono uomini e ragazzi dalle donne e li uccisero sistematicamente, per un totale stimato in oltre ottomila vittime. L’ICTY e la Corte internazionale di giustizia hanno successivamente qualificato quel massacro come genocidio — la prima volta che un tribunale internazionale applicava questa qualifica a un evento europeo del dopoguerra. Dopo il bombardamento del mercato di Markale a Sarajevo, la NATO condusse fra agosto e settembre 1995 l’operazione Deliberate Force contro le posizioni serbo-bosniache, contribuendo a portare le parti al tavolo negoziale. I negoziati, a Dayton, in Ohio, si conclusero il 21 novembre 1995 e furono firmati a Parigi il 14 dicembre: l’accordo divise la Bosnia-Erzegovina in due entità, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e la Republika Srpska, sotto una debole struttura statale comune e un Alto rappresentante internazionale.

L’ultimo atto fu la guerra del Kosovo. Dal 1996 l’Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK), formazione armata albanese-kosovara, intensificò gli attacchi contro le forze serbe, che risposero con una repressione sempre più dura; il massacro di Račak, nel gennaio 1999, sconvolse l’opinione pubblica internazionale. Il fallimento dei negoziati di Rambouillet aprì la strada a una campagna di bombardamenti della NATO contro la Serbia, dal 24 marzo al 10 giugno 1999, senza risoluzione del Consiglio di sicurezza — Russia e Cina vi si sarebbero opposte con il veto — e per questo giudicata da molti giuristi internazionali illegale sotto la Carta dell’ONU, pur presentata dalla NATO come intervento umanitario contro un’ulteriore pulizia etnica della popolazione albanese. La campagna si chiuse con l’accordo di Kumanovo, il ritiro delle forze serbe e un’amministrazione ONU (UNMIK) sul Kosovo, che avrebbe dichiarato unilateralmente l’indipendenza solo nel 2008.

Conseguenze

Le stime complessive delle vittime restano dibattute ma convergono su alcune centinaia di migliaia di morti nell’insieme dei conflitti: la sola guerra di Bosnia ne avrebbe causate fra le novantamila e le centomila, cifra rivista al ribasso rispetto alle stime iniziali di duecentomila dal lavoro di ricercatori del Research and Documentation Center di Sarajevo; la guerra in Croazia ne avrebbe causate circa ventimila, quella in Kosovo alcune migliaia. A questi si sommano milioni di profughi e sfollati in tutta l’ex Jugoslavia.

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, istituito dall’ONU nel 1993 e con sede all’Aia, perseguì centinaia di imputati per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio: Milošević vi fu processato dal 2002 per crimini commessi in Croazia, Bosnia e Kosovo, ma morì in cella nel 2006 prima della sentenza; Karadžić e Mladić furono condannati all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica e altri crimini. Il tribunale, primo del genere dai processi di Norimberga e Tokyo, ha lasciato un archivio giudiziario che resta la base documentaria più solida per la ricostruzione dei fatti.

Sul piano geopolitico, la Jugoslavia del 1991 si è frammentata in sette stati indipendenti — Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord e Kosovo, quest’ultimo riconosciuto solo da parte della comunità internazionale. L’incapacità dell’ONU e dell’Europa di prevenire Srebrenica pesò sul dibattito sull’intervento umanitario, contribuendo all’elaborazione della dottrina della “responsabilità di proteggere”, adottata in sede ONU nel 2005. La guerra del Kosovo, condotta dalla NATO senza mandato del Consiglio di sicurezza, resta un precedente controverso, citato da allora nei dibattiti sulla legittimità dell’uso della forza al di fuori della Carta delle Nazioni Unite.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Nota metodologica per questa voce: il corpo è stato scritto attingendo esclusivamente alla conoscenza generale consolidata su un evento ampiamente documentato; il budget di ricerca web di questa sessione era esaurito, e le fonti elencate non sono state verificate con una ricerca puntuale in questa occasione. Vanno controllate — titoli, anni, editori — prima di portare la voce a stato: completa.

Con questa riserva, la base documentaria delle guerre jugoslave è fra le più ricche disponibili per un conflitto del Novecento: gli archivi giudiziari del Tribunale dell’Aia, con decine di migliaia di pagine di testimonianze, documenti intercettati e sentenze motivate, restano la fonte più rigorosa sui fatti materiali, in particolare su Srebrenica. Ad essa si affiancano i resoconti di giornalisti che seguirono i conflitti sul terreno — fra cui Misha Glenny, e Laura Silber e Allan Little, i cui reportage confluirono anche nella serie documentaristica The Death of Yugoslavia — e il lavoro di storici e demografi del Research and Documentation Center di Sarajevo, che ha rideterminato con metodi statistici il numero delle vittime della guerra bosniaca, riducendo le stime circolate durante e subito dopo il conflitto.

Restano dibattuti, in particolare, il grado di pianificazione a monte della pulizia etnica e della disgregazione jugoslava — se la violenza fosse l’esito di odi etnici antichi, lettura oggi in gran parte respinta dagli storici, o il prodotto di scelte politiche precise di élite nazionaliste — e la responsabilità comparata delle diverse parti, questione su cui i verdetti dell’ICTY, pur condannando esponenti di tutte le fazioni, hanno riconosciuto un peso preponderante alla leadership serbo-bosniaca e serba.

Approfondimenti

  • Misha Glenny, The Fall of Yugoslavia (1992) — cronaca a caldo della disgregazione, scritta da un corrispondente della BBC.
  • Misha Glenny, The Balkans: Nationalism, War, and the Great Powers, 1804-1999 (1999) — la storia di lungo periodo dei Balcani in cui inquadrare le guerre jugoslave.
  • Laura Silber e Allan Little, Yugoslavia: Death of a Nation (1996) — la ricostruzione giornalistica più citata, collegata alla serie documentaristica della BBC.
  • David Rohde, Endgame: The Betrayal and Fall of Srebrenica (1997) — l’inchiesta Pulitzer sulla caduta dell’enclave e il massacro del luglio 1995.
  • Samantha Power, A Problem from Hell: America and the Age of Genocide (2002) — la risposta, e la non risposta, internazionale ai genocidi del Novecento, Srebrenica compresa.

Riferimenti

  • Misha Glenny, The Fall of Yugoslavia, 1992, Penguin Books
  • Misha Glenny, The Balkans: Nationalism, War, and the Great Powers, 1804-1999, 1999, Viking
  • Laura Silber e Allan Little, Yugoslavia: Death of a Nation, 1996, Penguin Books
  • David Rohde, Endgame: The Betrayal and Fall of Srebrenica, Europe's Worst Massacre Since World War II, 1997, Westview Press
  • Samantha Power, A Problem from Hell: America and the Age of Genocide, 2002, Basic Books

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