In breve
Fra il 1876 e il 1878 una gravissima siccità, legata a un forte episodio di El Niño, colpì il Deccan, la Presidenza di Madras e lo stato di Mysore, causando una carestia che uccise fra i sei e i dieci milioni di persone. Il viceré Lord Lytton, fedele a una rigida ortodossia di laissez-faire, limitò gli aiuti pubblici e mantenne un regime di soccorso al lavoro con razioni insufficienti, mentre le esportazioni di grano dall’India verso la Gran Bretagna continuarono e in parte aumentarono. L’episodio è diventato il caso di studio centrale del dibattito storiografico, riacceso da Mike Davis con Late Victorian Holocausts (2001), sulla responsabilità delle politiche coloniali britanniche nella trasformazione di una siccità naturale in una catastrofe demografica di massa.
Contesto
Dal 1858 l’India era governata direttamente dalla Corona britannica attraverso il Raj, subentrato alla Compagnia delle Indie Orientali dopo la rivolta del 1857. Nei decenni successivi l’amministrazione britannica aveva esteso la rete ferroviaria e telegrafica, integrato i mercati granari regionali in un unico mercato nazionale collegato ai porti di esportazione, e riscosso imposte fondiarie fisse in denaro anche nelle annate di raccolto scarso, spingendo i contadini a vendere il grano per pagare le tasse anche quando i prezzi locali salivano. La dottrina economica dominante fra i funzionari britannici era un laissez-faire di stampo smithiano, spesso venato di darwinismo sociale: si riteneva che l’intervento pubblico sui prezzi o sulla distribuzione del grano avrebbe distorto il mercato, scoraggiato i commercianti privati e “viziato” una popolazione ritenuta incline alla dipendenza dall’assistenza.
Il Deccan, l’entroterra della Presidenza di Madras e il regno di Mysore — quest’ultimo sotto amministrazione diretta britannica dal 1831 al 1881 per la minore età del maharaja — dipendevano da un regime monsonico spesso irregolare, con suoli poveri di ritenzione idrica nelle zone di roccia basaltica. Il fallimento del monsone di sud-ovest nel 1876, seguito da una seconda stagione insufficiente nel 1877, fu uno degli effetti regionali di un eccezionale evento di El Niño che colpì contemporaneamente anche la Cina settentrionale e il Brasile nord-orientale. Non era la prima carestia dell’India britannica — precedenti gravi si erano avute nel Bengala nel 1770 e nell’Orissa nel 1866 — ma la scala della crisi del 1876-78, aggravata da una rete ferroviaria che permetteva ora di spostare il grano fuori dalle zone colpite più rapidamente di quanto potesse essere redistribuito verso di esse, la rese di dimensioni senza precedenti.
Svolgimento
Le prime avvisaglie si manifestarono nella tarda estate del 1876, quando il raccolto autunnale fallì nei distretti di Bellary, Kurnool, Cuddapah e Anantapur, nell’entroterra della Presidenza di Madras. Nel gennaio 1877, mentre la carestia si aggravava, il viceré Lord Lytton presiedette a Delhi un fastoso Durbar imperiale per proclamare la regina Vittoria Imperatrice dell’India: la coincidenza fra il banchetto di Stato e le prime segnalazioni di morti per fame divenne, già all’epoca, oggetto di critiche pubbliche in Gran Bretagna. Lytton, convinto assertore del non intervento statale sui prezzi del grano, si oppose a misure che potessero “interferire” con il mercato e ridusse gli stanziamenti per il soccorso diretto, temendo che un’assistenza generosa incoraggiasse l’ozio e la dipendenza.
La gestione operativa fu affidata a Sir Richard Temple, nominato commissario per la carestia, che impose uno standard di soccorso — noto poi come “Temple wage” — basato su una razione giornaliera di circa 450 grammi di cereali per gli adulti impegnati in lavori pubblici pesanti (costruzione di strade, canali, ferrovie), quantità che i medici dell’epoca stessi giudicarono insufficiente a sostenere lavoro fisico intenso, e che fu in seguito ulteriormente ridotta per contenere la spesa. Nei campi di soccorso della Presidenza di Madras e nello stato di Mysore la mortalità nei mesi centrali del 1877 raggiunse livelli catastrofici, aggravata da epidemie di colera e vaiolo che si diffusero fra popolazioni indebolite e concentrate nei cantieri di lavoro forzato.
Contemporaneamente, e questo è il fatto più contestato dell’intera vicenda, l’India esportò nel 1877 quantità record di grano verso la Gran Bretagna: i mercanti privati, favoriti dalla rete ferroviaria e non soggetti a restrizioni, preferivano vendere sui mercati internazionali a prezzi più remunerativi piuttosto che rifornire le zone colpite, dove i prezzi locali, pur saliti, restavano meno attraenti al netto dei costi di trasporto interno. La carestia si estese nel 1877 anche a parti del Punjab e delle Province Nord-Occidentali, per poi attenuarsi con il ritorno di monsoni regolari nel 1878. Solo nel 1880 la Commissione sulla carestia, presieduta da Richard Strachey, pubblicò un rapporto che riconobbe le insufficienze del sistema di soccorso e pose le basi per i futuri “codici della carestia” (Famine Codes), pensati per uniformare e anticipare l’intervento pubblico nelle crisi successive.
Conseguenze
Le stime dei morti variano notevolmente a seconda delle fonti e del periodo storiografico: i resoconti ufficiali britannici dell’epoca parlarono di circa 5,5 milioni di vittime nei soli territori direttamente amministrati, mentre storici successivi, riesaminando i dati censuari e demografici, hanno proposto cifre comprese fra sei e dieci milioni per l’insieme delle regioni colpite, includendo Mysore, dove si stima che sia morto fra un quarto e un terzo della popolazione. Il Famine Commission Report del 1880 portò all’adozione dei Famine Codes provinciali, che nei decenni successivi standardizzarono soglie di allerta, scorte di riserva e opere pubbliche da attivare in caso di crisi agricola, riducendo (pur non eliminando) la mortalità nelle carestie successive, compresa quella del 1896-97 e quella del 1899-1900.
Sul piano politico, la carestia contribuì ad alimentare le prime critiche organizzate al governo coloniale da parte dell’élite indiana istruita: economisti nazionalisti come Dadabhai Naoroji svilupparono negli stessi anni la teoria del “drain of wealth” (il drenaggio di ricchezza dall’India verso la Gran Bretagna), utilizzando proprio i dati sulle esportazioni granarie durante la carestia come prova delle distorsioni del rapporto coloniale. Questo clima di critica confluì, pochi anni dopo, nella fondazione del Congresso nazionale indiano nel 1885. A lungo termine, l’episodio resta il caso più citato nel dibattito storico ed etico sulla responsabilità delle politiche di laissez-faire coloniale nella trasformazione di crisi climatiche naturali in catastrofi umanitarie di massa.
Nel frattempo altrove
- 1861La guerra civile americana — Americhe
- 1861Italia e Germania — Europa
- 1867Ukiyo-e e japonisme — Asia orientale
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
- 1876Telefono, luce, motore — Europa
- 1884La conferenza di Berlino — Africa
- 1893Il suffragio femminile — Oceania
Come lo sappiamo
La documentazione ufficiale britannica è abbondante: i rapporti della Commissione sulla carestia del 1880, la corrispondenza amministrativa fra Lytton, Temple e il Secretary of State for India a Londra, i resoconti dei collettori di distretto e i dati sui prezzi granari e sui volumi di esportazione registrati nei porti. A questi si affiancano testimonianze contemporanee critiche, come il libro del giornalista William Digby, The Famine Campaign in Southern India (1878), che denunciò all’epoca stessa l’insufficienza dei soccorsi. Gli storici hanno inoltre incrociato questi archivi con i dati censuari indiani (il primo censimento pan-indiano è del 1872, il secondo del 1881) per stimare il calo di popolazione nelle regioni colpite.
Resta però ampiamente dibattuto il numero esatto delle vittime, poiché i registri di mortalità dell’epoca erano incompleti e disomogenei fra le diverse amministrazioni provinciali e gli stati principeschi come Mysore. È inoltre discusso quanto le esportazioni di grano abbiano effettivamente sottratto cibo disponibile alle zone colpite, rispetto a quanto la crisi sia stata causata soprattutto dal collasso del potere d’acquisto locale (i prezzi salivano più in fretta dei salari) e da colli di bottiglia nel trasporto interno: la tesi di Mike Davis in Late Victorian Holocausts, che parla apertamente di “olocausti” prodotti dall’ideologia del libero mercato vittoriano, è stata accolta come una rilettura necessaria in chiave post-coloniale, ma anche criticata da parte della storiografia accademica — compresi storici come Cormac Ó Gráda — per l’uso di un registro retorico giudicato talvolta più polemico che analitico, e per una tendenza a sottovalutare i vincoli reali di capacità amministrativa e logistica dello stato coloniale rispetto alla scelta deliberata. Resta invece meno contestato, e documentato da entrambi gli schieramenti storiografici, il fatto che la razione di soccorso fissata da Temple fosse inferiore agli standard nutrizionali minimi già riconosciuti da alcuni medici britannici dell’epoca.
Approfondimenti
- Mike Davis, Late Victorian Holocausts: El Niño Famines and the Making of the Third World (2001) — la rilettura più nota e discussa, che collega la carestia indiana ad altre crisi legate a El Niño e all’ideologia coloniale del libero mercato.
- Cormac Ó Gráda, Famine: A Short History (2009) — inquadra la carestia del 1876-78 in una storia comparata delle carestie, con uno sguardo più cauto sulle responsabilità politiche dirette.
- B. M. Bhatia, Famines in India: A Study in Some Aspects of the Economic History of India, 1860-1965 (1967) — lo studio economico-storico di riferimento sulla sequenza delle carestie indiane sotto il dominio britannico.
- David Hall-Matthews, Peasants, Famine and the State in Colonial Western India (2005) — analisi ravvicinata delle politiche di soccorso e del rapporto fra Stato coloniale e contadini in un distretto del Deccan negli stessi anni.