In breve
Tra il 1893 e il 1920 il diritto di voto femminile passa da rivendicazione marginale a norma in gran parte del mondo industrializzato. Comincia la Nuova Zelanda, colonia autonoma dell’impero britannico, dove nel settembre 1893 una campagna guidata da Kate Sheppard ottiene il voto per tutte le donne. Seguono l’Australia (1902), la Finlandia (1906, prima in Europa e prima a concedere anche l’eleggibilità), la Norvegia (1913), un Regno Unito ancora parziale (1918) e infine gli Stati Uniti, con il XIX emendamento del 1920. Non è un’unica battaglia vinta in un solo luogo, ma una rete di movimenti nazionali che si scambiano argomenti, tattiche e delusioni.
Contesto
Alla metà dell’Ottocento il voto, dove esisteva in forma rappresentativa, era quasi ovunque riservato agli uomini, spesso con ulteriori filtri di censo o istruzione. L’esclusione delle donne non era percepita come un’anomalia da correggere ma come l’ordine naturale delle cose, sostenuto da un’idea di cittadinanza costruita attorno al capofamiglia maschio, al servizio militare e a una presunta incapacità femminile di ragionare su questioni pubbliche.
Le prime crepe si aprono a metà secolo. Negli Stati Uniti la convenzione di Seneca Falls (1848) mette per la prima volta il voto tra le rivendicazioni di un movimento organizzato di donne, anche se resterà minoritaria per decenni rispetto ad altre battaglie come l’abolizionismo. In Gran Bretagna John Stuart Mill presenta nel 1866 la prima petizione parlamentare per il voto alle donne e nel 1869 pubblica The Subjection of Women, che darà argomenti filosofici al movimento per generazioni.
La Nuova Zelanda e l’Australia arrivano al voto femminile prima delle potenze europee per una combinazione di fattori: società coloniali giovani, meno vincolate da tradizioni aristocratiche; una frontiera dove il lavoro delle donne era visibile e necessario quanto quello degli uomini; un movimento per la temperanza — la Woman’s Christian Temperance Union, arrivata dagli Stati Uniti — che offre alle donne una prima palestra di organizzazione politica extra-domestica, spesso proprio attorno al tema dell’alcol e della violenza domestica. È dentro questa rete che emerge Kate Sheppard, immigrata scozzese trasferitasi a Christchurch, che dal 1887 guida la campagna neozelandese per il voto raccogliendo petizioni di massa.
Svolgimento
In Nuova Zelanda tre petizioni si succedono in parlamento tra il 1891 e il 1893, l’ultima firmata da quasi 32.000 donne, circa un quarto della popolazione femminile adulta europea della colonia: un numero enorme per l’epoca, ottenuto incollando fogli di firme su un unico rotolo lungo oltre 270 metri, oggi conservato negli archivi nazionali. Il Electoral Act 1893 passa il consiglio legislativo per un margine di due voti, dopo che due consiglieri contrari cambiano posizione all’ultimo momento, e viene firmato dal governatore lord Glasgow il 19 settembre 1893. Alle elezioni di novembre, a stretto giro, oltre il 90% delle donne registrate si presenta alle urne. È il primo caso al mondo di suffragio femminile su scala nazionale in uno stato autogovernato (l’isola di Man, nel 1881, e alcuni territori statunitensi come il Wyoming, dal 1869, l’avevano preceduta ma su scala minore o senza piena sovranità).
L’Australia segue un percorso frammentato: l’Australia Meridionale concede il voto già nel 1894 (prima al mondo anche per l’eleggibilità in parlamento), l’Australia Occidentale nel 1899; con la federazione del 1901 il Commonwealth Franchise Act del 1902 estende voto ed eleggibilità a livello federale alla maggior parte delle donne, escludendo però esplicitamente le donne aborigene nella maggior parte degli stati, un’esclusione che resterà di fatto in vigore fino agli anni Sessanta.
In Europa il caso pionieristico è la Finlandia, allora Granducato autonomo sotto la corona russa. La crisi politica seguita allo sciopero generale del 1905 costringe lo zar Nicola II a concedere riforme; nel 1906 la Dieta finlandese approva una nuova legge elettorale che introduce il suffragio universale, maschile e femminile, e per la prima volta al mondo anche il diritto di essere elette: alle elezioni del 1907, diciannove donne entrano in parlamento. La Norvegia, dopo una prima estensione parziale nel 1907, arriva al suffragio femminile pieno nel 1913.
Nel Regno Unito la campagna si divide tra le suffragiste moderate della National Union of Women’s Suffrage Societies, guidata da Millicent Fawcett, e le suffragette della Women’s Social and Political Union di Emmeline e Christabel Pankhurst, che dal 1903 adottano tattiche via via più dirompenti — manifestazioni, scioperi della fame, incendi dolosi — culminate nella morte di Emily Davison, travolta dal cavallo del re a Epsom nel 1913. Lo scoppio della prima guerra mondiale interrompe la campagna diretta; il contributo delle donne al lavoro industriale e sanitario bellico pesa nella decisione finale. Il Representation of the People Act 1918 concede il voto alle donne sopra i trent’anni con requisiti di censo, mentre gli uomini votano già da ventuno anni: una parità solo apparente, colmata nel 1928. Negli Stati Uniti la National American Woman Suffrage Association, guidata da Carrie Chapman Catt, e l’ala più radicale della National Woman’s Party di Alice Paul, che organizza picchetti davanti alla Casa Bianca dal 1917, portano infine all’approvazione del XIX emendamento da parte del Congresso nel 1919 e alla sua ratifica il 18 agosto 1920.
Conseguenze
Nel breve periodo l’effetto elettorale immediato è modesto: le donne, appena entrate nel corpo elettorale, tendono in molti paesi a votare in proporzioni simili ai mariti e ai padri, e nessuno dei timori — né quelli di uno sconvolgimento dei rapporti familiari, né quelli di un blocco di voto femminile compatto — si realizza nei tempi previsti dai suoi sostenitori o dai suoi oppositori. L’effetto più immediato è invece simbolico e giuridico: il principio che il sesso non possa più essere, da solo, un criterio di esclusione dalla cittadinanza politica.
Nel lungo periodo il 1893-1920 diventa il modello e il riferimento per ondate successive: la Francia arriva al voto femminile solo nel 1944, l’Italia nel 1945, la Svizzera a livello federale solo nel 1971, l’Arabia Saudita nel 2015 per le sole elezioni municipali. Le esclusioni rimaste dentro le prime vittorie — le donne aborigene in Australia, le donne nere negli Stati Uniti del Sud, ancora sbarrate dalle leggi Jim Crow fino al Voting Rights Act del 1965 — mostrano che “suffragio femminile” e “suffragio universale” restano per decenni due traguardi distinti. Il movimento lascia inoltre un repertorio di tattiche — petizioni di massa, disobbedienza civile, sciopero della fame, lobbying transnazionale attraverso organizzazioni come l’International Woman Suffrage Alliance fondata nel 1904 — che verrà riutilizzato da movimenti per i diritti civili e di decolonizzazione nel secolo successivo.
Nel frattempo altrove
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
- 1885Il Congresso nazionale indiano — Asia meridionale
- 1894La prima guerra sino-giapponese — Asia orientale
- 1895Il cinema — Europa
- 1896Adua — Africa
- 1900Freud e Planck — Europa
- 1903Il volo — Americhe
Come lo sappiamo
La ricostruzione si basa su fonti documentarie relativamente abbondanti e ben conservate, essendo un fenomeno recente e in gran parte legato a istituzioni scritte: atti parlamentari (il testo dell’Electoral Act 1893, del Commonwealth Franchise Act 1902, del Representation of the People Act 1918, il XIX emendamento), petizioni originali — la petizione neozelandese del 1893 è conservata da Archives New Zealand ed è stata inserita nel registro Memoria del Mondo dell’UNESCO — giornali dell’epoca, e gli archivi propri delle organizzazioni suffragiste (corrispondenza, verbali, opuscoli di propaganda) conservati in biblioteche nazionali dei rispettivi paesi.
Restano dibattuti soprattutto i nessi causali. La tesi tradizionale attribuisce il successo neozelandese e australiano soprattutto all’organizzazione delle campagne e alla rete della temperanza; una lettura più recente, sostenuta in particolare da Jad Adams, sposta l’accento sul nazionalismo e sull’interesse degli stati coloniali a distinguersi dalla madrepatria attraendo popolazione femminile stabile, più che su un’evoluzione lineare del pensiero femminista. Discusso è anche quanto la prima guerra mondiale sia stata causa reale, e non semplice pretesto, della svolta britannica e statunitense del 1918-1920: il fatto che alcuni paesi non belligeranti (come la Norvegia) o non ancora coinvolti (la Finlandia nel 1906) abbiano concesso il voto prima o indipendentemente dal conflitto complica la spiegazione “la guerra ha cambiato tutto”. Infine resta oggetto di ricerca storiografica quanto le vittorie del 1893-1920 siano state, di fatto, vittorie per tutte le donne o solo per le donne bianche e di cittadinanza piena: un punto su cui la storiografia più recente insiste con decisione, correggendo narrazioni più vecchie e più uniformemente celebrative.
Approfondimenti
- Jad Adams, Women and the Vote: A World History, Oxford University Press, 2014.
- Patricia Grimshaw, Women’s Suffrage in New Zealand, Auckland University Press, 1972.
- Caroline Daley e Melanie Nolan (a cura di), Suffrage and Beyond: International Feminist Perspectives, Auckland University Press / New York University Press, 1994.
- June Purvis, Emmeline Pankhurst: A Biography, Routledge, 2002.
- Pirjo Markkola, Seija-Leena Nevala-Nurmi e Irma Sulkunen (a cura di), Suffrage, Gender and Citizenship: International Perspectives on Parliamentary Reforms, Cambridge Scholars Publishing, 2009.