In breve
Il 28 giugno 1914 l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo innesca, attraverso un sistema di alleanze rigido, una guerra che nel giro di poche settimane coinvolge tutte le grandi potenze europee e, presto, i loro imperi coloniali su scala mondiale. Quattro anni di guerra di trincea, logoramento industriale e mobilitazione totale delle società lasciano sul campo quasi venti milioni di morti tra caduti e civili. Nel 1918 crollano in sequenza gli imperi russo, ottomano, austro-ungarico e tedesco, e con essi l’idea ottocentesca di un progresso lineare garantito dalla civiltà europea.
Contesto
Nell’estate del 1914 l’Europa vive da decenni in un equilibrio armato. Dopo le guerre di unificazione tedesca e italiana e il Congresso di Berlino del 1878, le grandi potenze si sono raggruppate in due blocchi contrapposti: la Triplice Alleanza tra Germania, Austria-Ungria e Italia, e la Triplice Intesa tra Francia, Russia e Regno Unito, quest’ultima consolidata dall’Entente cordiale del 1904 e dalla convenzione anglo-russa del 1907. Ogni potenza ha piani militari elaborati per una guerra ritenuta possibile ma non imminente: il piano Schlieffen tedesco prevede un attacco fulmineo alla Francia attraverso il Belgio prima di rivolgersi contro la Russia, calcolando i tempi di mobilitazione russa come il fattore critico.
I Balcani sono la faglia più instabile del continente. L’Impero ottomano si ritira progressivamente dall’Europa dopo le guerre balcaniche del 1912-1913, e l’Austria-Ungria teme che il nazionalismo slavo meridionale, sostenuto dalla Serbia e dalla Russia panslavista, minacci la tenuta di un impero multinazionale già logorato dalle tensioni tra ungheresi, slavi e altre nazionalità. La Germania di Guglielmo II, dal canto suo, coltiva ambizioni navali e coloniali (Weltpolitik) che allarmano Londra, mentre la corsa agli armamenti navali anglo-tedesca inasprisce la rivalità. In questo contesto, un attentato in una provincia periferica come la Bosnia-Erzegovina, annessa dall’Austria-Ungria nel 1908, ha la capacità di trascinare l’intero continente in guerra perché ogni alleanza è un meccanismo di trasmissione automatica dell’escalation.
Svolgimento
Il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip, un nazionalista serbo-bosniaco legato all’organizzazione Mano Nera, uccide a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, e la moglie Sofia. L’Austria-Ungria, con l’appoggio incondizionato della Germania (la cosiddetta “cambiale in bianco” del 5 luglio), invia alla Serbia un ultimatum dai termini quasi impossibili da accettare integralmente. Il rifiuto parziale serbo basta a Vienna per dichiarare guerra il 28 luglio. Il sistema di alleanze si attiva a catena: la Russia mobilita in appoggio alla Serbia slava, la Germania dichiara guerra alla Russia il 1° agosto e alla Francia il 3 agosto, invadendo il Belgio neutrale per applicare il piano Schlieffen. La violazione della neutralità belga porta il Regno Unito a dichiarare guerra alla Germania il 4 agosto. In poche settimane, quella che era una crisi balcanica locale diventa guerra continentale, e presto mondiale con l’ingresso del Giappone, dell’Impero ottomano a fianco degli Imperi centrali (ottobre 1914) e il coinvolgimento dei domini e delle colonie di Francia e Regno Unito in Africa, Medio Oriente e Asia.
Sul fronte occidentale il piano tedesco fallisce sulla Marna nel settembre 1914: la guerra di movimento si blocca in un fronte di trincee che si estende dal Mare del Nord alla Svizzera. Segue la “corsa al mare” e poi anni di stallo, segnati dalle grandi battaglie di logoramento: Verdun (febbraio-dicembre 1916), voluta dal generale tedesco Erich von Falkenhayn per “dissanguare” l’esercito francese, e la Somme (luglio-novembre 1916), dove il primo giorno di offensiva britannica costa da solo circa 57.000 vittime. Sul fronte orientale la guerra resta più mobile, con vittorie tedesche ad esempio a Tannenberg (1914) contro la Russia, ma anche qui il logoramento è enorme. Nel 1915 l’Italia entra in guerra a fianco dell’Intesa (Patto di Londra), aprendo il fronte dell’Isonzo; la campagna di Gallipoli contro l’Impero ottomano si conclude con un fallimento alleato. Il 1917 è l’anno di svolta: la Russia, travolta da rivoluzione e crisi interna, esce progressivamente dal conflitto (pace di Brest-Litovsk, marzo 1918), mentre la guerra sottomarina indiscriminata tedesca, che aveva già causato lo scandalo dell’affondamento del Lusitania nel 1915, spinge gli Stati Uniti di Woodrow Wilson a dichiarare guerra alla Germania il 6 aprile 1917. L’arrivo delle truppe e delle risorse industriali americane, insieme all’esaurimento delle riserve umane ed economiche degli Imperi centrali, ribalta l’equilibrio del conflitto nel 1918, dopo che l’offensiva tedesca di primavera (Kaiserschlacht) aveva sfiorato la vittoria decisiva sul fronte occidentale.
Tra l’estate e l’autunno 1918 il fronte tedesco cede sotto le controffensive alleate dei Cento Giorni. In parallelo collassano gli alleati della Germania: la Bulgaria firma l’armistizio a settembre, l’Impero ottomano a Mudros il 30 ottobre, l’Austria-Ungria, dilaniata dai movimenti nazionali interni, a Villa Giusti il 3 novembre. In Germania scoppia la rivoluzione di novembre, l’imperatore Guglielmo II abdica e fugge in Olanda il 9 novembre, e la neonata repubblica firma l’armistizio nella foresta di Compiègne l’11 novembre 1918, alle ore 11 dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese.
Conseguenze
Il bilancio immediato è devastante: circa 9-10 milioni di militari morti e un numero simile di vittime civili, per un totale stimato vicino ai venti milioni, cui si aggiungono milioni di feriti e mutilati. Quattro imperi continentali scompaiono: quello russo già nel 1917, quello ottomano, quello austro-ungarico, smembrato nei trattati di Saint-Germain e Trianon in una costellazione di stati nazionali nell’Europa centro-orientale, e quello tedesco, che diventa la Repubblica di Weimar. Il trattato di Versailles (28 giugno 1919) impone alla Germania la responsabilità della guerra, pesanti riparazioni e la perdita di territori e colonie, condizioni che alimenteranno risentimenti sfruttati politicamente nel ventennio successivo. Nasce la Società delle Nazioni, primo tentativo di sicurezza collettiva permanente, ma indebolita dalla mancata adesione statunitense.
Sul piano più ampio, la guerra accelera la fine del colonialismo formale nella sua forma ottocentesca, mettendo in moto rivendicazioni nazionali dal Medio Oriente all’Asia, e ridisegna la mappa politica dal Baltico al Mediterraneo. La mobilitazione totale delle economie e delle società, con la partecipazione di milioni di donne al lavoro industriale e l’espansione del ruolo dello stato nell’economia, cambia permanentemente il rapporto tra cittadini e potere pubblico. L’esperienza della trincea, la scala industriale della morte e la percezione di un’Europa che si è autodistrutta minano in profondità la fiducia ottocentesca in un progresso automatico garantito dalla scienza e dalla civiltà, un trauma culturale che attraverserà tutto il Novecento. La guerra crea inoltre le condizioni dirette per la Seconda guerra mondiale, sia attraverso l’instabilità della Repubblica di Weimar sia attraverso i confini contestati lasciati in eredità nell’Europa centro-orientale e in Medio Oriente.
Nel frattempo altrove
- 1896Adua — Africa
- 1901La federazione australiana — Oceania
- 1903Il volo — Americhe
- 1908La catena di montaggio — Americhe
- 1911Cade l'impero cinese — Asia orientale
- 1923Dopo gli ottomani — Medio Oriente
- 1930La marcia del sale — Asia meridionale
Come lo sappiamo
La ricostruzione della Grande Guerra si basa su un’enorme quantità di fonti documentarie: gli archivi diplomatici dei governi coinvolti, aperti in gran parte già negli anni Venti e Trenta proprio per la disputa sulla responsabilità della guerra (la cosiddetta Kriegsschuldfrage); i diari di guerra degli stati maggiori; la corrispondenza privata e i diari dei soldati, pubblicati in massa nei decenni successivi; e le statistiche di mobilitazione e perdite raccolte dai singoli stati, benché con criteri di conteggio non omogenei tra loro, il che rende ancora oggi incerte le cifre esatte delle vittime, specie civili. I resti materiali sono imponenti e in parte ancora oggi accessibili: i sistemi di trincee e i crateri da mina in Piccardia e nelle Fiandre, i forti di Verdun, i cimiteri di guerra del Commonwealth e le ossari come quello di Douaumont.
Resta storiograficamente aperta la questione delle responsabilità: la tesi della colpa tedesca sostenuta da Fritz Fischer negli anni Sessanta, che insisteva su ambizioni espansionistiche premeditate a Berlino, si contrappone a letture più recenti, come quella di Christopher Clark, che descrivono un’Europa di decisori che “cammina nel sonno” verso la guerra per errori di calcolo, rigidità dei piani militari e comunicazioni fallite, senza un singolo colpevole disegnato a tavolino. Dibattuta resta anche la valutazione del comando militare (l’immagine dei “leoni guidati da asini” sul fronte occidentale è oggi ridimensionata da parte della storiografia militare), così come il peso relativo dei diversi fronti, a lungo sottostimato per quello mediorientale e coloniale rispetto a quello franco-belga.
Approfondimenti
- Christopher Clark, The Sleepwalkers: How Europe Went to War in 1914, Allen Lane, 2012
- John Keegan, The First World War, Hutchinson, 1998
- Margaret MacMillan, The War That Ended Peace: The Road to 1914, Profile Books / Random House, 2013
- Niall Ferguson, The Pity of War: Explaining World War I, Allen Lane, 1998