In breve
Il 1° gennaio 1901 le sei colonie britanniche autogovernate dell’Australia — New South Wales, Victoria, Queensland, Australia Meridionale, Australia Occidentale e Tasmania — si uniscono nel Commonwealth of Australia, un nuovo stato federale nato per via costituzionale e referendaria, senza guerra né rottura violenta con Londra. Fra le prime leggi del nuovo parlamento c’è l’Immigration Restriction Act 1901, che con un test di dettato in una lingua europea a discrezione del funzionario costruisce la cosiddetta “White Australia Policy”. La stessa Costituzione lascia agli stati le competenze sugli aborigeni australiani ed esclude questi ultimi dal censimento federale: un’esclusione che durerà fino al referendum del 1967.
Contesto
Fino al 1901 l’Australia non esisteva come entità politica unica: erano sei colonie separate della Corona britannica, ciascuna con parlamento proprio, ottenuto attraverso il responsible government concesso da Londra fra gli anni 1850 e 1890, e ciascuna con dazi doganali, ferrovie a scartamento diverso e politiche d’immigrazione autonome. Un movimento per unirle in una federazione si era rafforzato nell’ultimo ventennio dell’Ottocento: il discorso di Henry Parkes a Tenterfield (1889) è considerato il momento di lancio pubblico, seguito dalla Convenzione costituzionale di Sydney del 1891, che produsse una prima bozza in gran parte opera di Samuel Griffith, e dalle Convenzioni del 1897-98 (Adelaide, Sydney, Melbourne), che elaborarono il testo definitivo. La costituzione fu poi sottoposta a referendum popolari in ciascuna colonia fra il 1898 e il 1900 — approvata ovunque, con margini ampi — e infine varata a Londra come atto del parlamento britannico, il Commonwealth of Australia Constitution Act 1900, con royal assent il 9 luglio 1900.
Le ragioni della federazione erano insieme pratiche e identitarie: una difesa comune in un Pacifico percepito come sempre più conteso da potenze europee e asiatiche, un mercato interno senza dazi doganali fra colonie, e — motivo spesso sottovalutato nella memoria pubblica ma centrale nei dibattiti dell’epoca — la volontà di gestire in modo uniforme l’immigrazione. Il Queensland impiegava da decenni lavoratori delle isole del Pacifico (i cosiddetti kanaka) nelle piantagioni di canna da zucchero, mentre altre colonie avevano già sperimentato singolarmente restrizioni contro l’immigrazione cinese, memori delle tensioni delle corse all’oro degli anni 1850-60. Unificare queste politiche sotto un solo governo centrale era, per molti federalisti, tanto urgente quanto l’unione doganale. Sul fronte degli aborigeni australiani, la loro condizione all’alba della federazione era già segnata da spossessamento delle terre, violenza di frontiera, epidemie e dislocazione in missioni e riserve gestite dalle amministrazioni coloniali: non erano considerati soggetti politici a pieno titolo in nessuna delle colonie che si univano.
Svolgimento
Il Commonwealth of Australia fu proclamato il 1° gennaio 1901 a Centennial Park, Sydney, davanti a una folla enorme: lì il primo Governatore Generale, Lord Hopetoun, prestò giuramento e nominò Edmund Barton primo Primo Ministro a capo di un governo provvisorio. Le prime elezioni federali si tennero nel marzo 1901 e il primo Parlamento del Commonwealth si aprì solennemente il 9 maggio 1901 nel Royal Exhibition Building di Melbourne, scelta come capitale provvisoria in attesa della costruzione di Canberra (completata solo nel 1927).
Fra le primissime leggi approvate dal nuovo parlamento ci fu, nel dicembre 1901, l’Immigration Restriction Act: non vietava esplicitamente l’ingresso per motivi di razza — una formulazione che avrebbe urtato la sensibilità imperiale britannica verso i sudditi non europei dell’Impero — ma introduceva un test di dettato, cioè la richiesta di trascrivere sotto dettatura un brano in una lingua europea scelta a discrezione del funzionario doganale. Il meccanismo era deliberatamente elastico: bastava scegliere una lingua che il richiedente non conoscesse per respingerlo con un pretesto formalmente neutro. Insieme a questa legge, il Pacific Island Labourers Act del 1901 impose la deportazione della gran parte dei lavoratori melanesiani impiegati nelle piantagioni queenslandesi entro il 1906-1908. Nello stesso periodo la nuova Costituzione, all’articolo 51(xxvi), escludeva esplicitamente “la razza aborigena in qualunque stato” dai poteri legislativi speciali che il Commonwealth poteva esercitare sulle “razze” residenti nel territorio, lasciando così la materia interamente agli stati; l’articolo 127 stabiliva inoltre che, nel computare la popolazione del Commonwealth o di uno stato, “non si contino i nativi aborigeni”. Il Commonwealth Franchise Act del 1902, che pure estendeva il voto federale alla maggior parte delle donne, escludeva esplicitamente gli “aborigeni nativi dell’Australia, dell’Asia, dell’Africa e delle isole del Pacifico” dal voto, salvo chi fosse già iscritto nelle liste elettorali di uno stato.
Conseguenze
Nel breve periodo la federazione unificò le istituzioni difensive e doganali delle sei colonie e sostituì le politiche migratorie frammentate con un’unica barriera nazionale, il test di dettato, che restò lo strumento amministrativo cardine della “White Australia Policy” per decenni: casi celebri, come quello del giornalista cecoslovacco Egon Kisch respinto nel 1934 con un test in gaelico scozzese, mostrarono quanto il meccanismo fosse pensato per essere arbitrario più che linguistico. La deportazione dei lavoratori del Pacifico colpì duramente l’economia delle piantagioni queenslandesi nel medio periodo, mentre l’esclusione degli aborigeni dal computo demografico e dalla cittadinanza piena consolidò, stato per stato, un sistema di “leggi di protezione” — consigli per il benessere aborigeno, missioni, riserve — che nei decenni successivi avrebbe prodotto anche le rimozioni forzate di minori note come le “Stolen Generations”.
Nel lungo periodo la White Australia Policy sopravvisse, pur ammorbidita nella prassi, fino al secondo dopoguerra: fu smantellata gradualmente fra la fine degli anni Sessanta e il 1973, quando il governo Whitlam abolì gli ultimi criteri razziali dalla legge sull’immigrazione. L’esclusione costituzionale degli aborigeni durò invece fino al referendum del 27 maggio 1967, quando gli elettori approvarono con il 90,77% dei consensi la modifica dell’articolo 51(xxvi) e l’abrogazione dell’articolo 127, permettendo finalmente al Commonwealth di legiferare per gli aborigeni e di contarli nel censimento nazionale. La federazione del 1901 resta citata come un raro esempio di nation-building per via pacifica e referendaria; resta al tempo stesso il momento fondativo in cui l’esclusione razziale — degli immigrati asiatici quanto dei primi abitanti del continente — fu scritta nella legge del nuovo stato, un’eredità che il movimento per il riconoscimento costituzionale degli aborigeni, culminato nella Dichiarazione di Uluru del 2017, continua a discutere.
Nel frattempo altrove
- 1885Il Congresso nazionale indiano — Asia meridionale
- 1894La prima guerra sino-giapponese — Asia orientale
- 1896Adua — Africa
- 1900Freud e Planck — Europa
- 1903Il volo — Americhe
- 1905Einstein — Europa
- 1923Dopo gli ottomani — Medio Oriente
Come lo sappiamo
La federazione è documentata con una ricchezza insolita per l’epoca: i dibattiti delle Convenzioni costituzionali del 1891 e del 1897-98 furono trascritti parola per parola (le Convention Debates) e pubblicati, offrendo un accesso diretto alle intenzioni dei costituenti su ogni singolo articolo, incluso il compromesso sugli aborigeni. Il testo del Commonwealth of Australia Constitution Act 1900 e degli atti parlamentari successivi (Immigration Restriction Act, Pacific Island Labourers Act, Commonwealth Franchise Act) è conservato integralmente. Gli Archivi Nazionali australiani custodiscono i registri dei test di dettato amministrati porto per porto, mentre fotografie e resoconti giornalistici della cerimonia di Centennial Park del 1° gennaio 1901 documentano la proclamazione.
Resta dibattuto quanto pesasse il fattore razziale rispetto a quello economico e difensivo fra le cause della federazione: alcuni storici considerano la gestione unitaria dell’immigrazione un motivo determinante, alla pari della difesa comune e del mercato interno; altri la collocano fra le concause, subordinata al progetto più ampio di nazione. È incerta anche l’entità reale della popolazione aborigena dell’epoca, proprio a causa dell’esclusione dal censimento imposta dall’articolo 127: le stime disponibili per il primo Novecento sono ricostruzioni successive, spesso basate su registri delle missioni e delle amministrazioni statali, non su un conteggio diretto e sistematico.
Approfondimenti
- John Hirst, The Sentimental Nation: The Making of the Australian Commonwealth (2000) — la ricostruzione di riferimento del processo politico che portò alla federazione.
- Helen Irving, To Constitute a Nation: A Cultural History of Australia’s Constitution (1997) — la Costituzione letta come artefatto culturale, oltre i soli eventi politici.
- Myra Willard, History of the White Australia Policy to 1920 (1923) — il primo studio storico della politica, fonte quasi coeva e a lungo testo di riferimento.
- Gwenda Tavan, The Long, Slow Death of White Australia (2005) — il percorso, lungo e graduale, dello smantellamento della politica migratoria razziale.
- Bain Attwood, Rights for Aborigines (2003) — la storia lunga della rivendicazione di diritti da parte degli aborigeni australiani, dagli anni 1870 al 1970.