In breve
La notte tra il 18 e il 19 settembre 1931, ufficiali dell’esercito giapponese del Kwantung fecero esplodere un breve tratto della ferrovia sud-manciuriana presso Mukden e ne addossarono la colpa a sabotatori cinesi, usando l’episodio come pretesto per occupare in pochi mesi le tre province della Manciuria. Nel marzo 1932 Tokyo vi costituì lo stato fantoccio del Manciukuo, con a capo nominale l’ultimo imperatore Qing, Puyi. Quando la Società delle Nazioni, sulla base del rapporto Lytton, condannò l’operazione come aggressione non giustificata dalla legittima difesa, il Giappone se ne ritirò nel marzo 1933, isolandosi diplomaticamente e aprendo la strada al conflitto che nel 1937 sarebbe esploso in una guerra totale contro la Cina e nel 1941 nell’intero Pacifico.
Contesto
Alla fine dell’Ottocento la Manciuria, le tre province cinesi nordorientali di Fengtian, Jilin e Heilongjiang, era terra di confine contesa tra l’impero cinese, la Russia e il Giappone, ricca di carbone, ferro, foreste e terre da cerealicoltura, e attraversata da linee ferroviarie che ne facevano una posta strategica per chiunque volesse proiettare potenza sul continente asiatico. La guerra russo-giapponese del 1904-1905, vinta dal Giappone, gli assicurò il controllo della ferrovia del sud della Manciuria e della penisola del Liaodong, con Port Arthur come base navale. Nel 1906 Tokyo costituì la South Manchuria Railway Company, una società a capitale misto pubblico-privato che gestiva non solo i treni ma miniere, porti, servizi urbani e persino la polizia delle aree lungo i binari: un vero e proprio stato dentro lo stato cinese. A protezione della ferrovia e dei cittadini giapponesi residenti fu stanziato un piccolo contingente militare, l’Armata del Kwantung, che nei tre decenni successivi crebbe in autonomia politica fino a agire spesso senza attendere ordini da Tokyo, come già mostrò l’assassinio nel 1928 del signore della guerra manciuriano Zhang Zuolin, opera di ufficiali del Kwantung che speravano di provocare un’occupazione poi non seguita da Tokyo. Negli anni tra le due guerre la Cina restava frammentata tra governi regionali, e il figlio di Zhang Zuolin, Zhang Xueliang, controllava la Manciuria pur riconoscendo formalmente il governo nazionalista di Chiang Kai-shek a Nanchino, la cui autorità premeva per limitare i privilegi extraterritoriali giapponesi. In Giappone la Grande Depressione aveva colpito duramente l’economia rurale e rafforzato l’argomento, diffuso tra gli ufficiali del Kwantung e tra teorici come Ishiwara Kanji, secondo cui il controllo diretto della Manciuria avrebbe garantito risorse, terre per l’emigrazione contadina e una base industriale indispensabile in vista di un conflitto totale futuro, in particolare contro l’Unione Sovietica.
Svolgimento
Nella notte tra il 18 e il 19 settembre 1931 un piccolo ordigno, piazzato da un gruppo di ufficiali del Kwantung guidati da Itagaki Seishiro e Ishiwara Kanji ed eseguito materialmente dal tenente Kawamoto Suemori, danneggiò un breve tratto della South Manchuria Railway presso Liutiaohu, poco a nord di Mukden. Il danno fu minimo, tanto che un treno vi transitò poco dopo senza incidenti, ma i comandi giapponesi attribuirono immediatamente l’esplosione a sabotatori cinesi e usarono l’accusa per attaccare nella stessa notte la guarnigione cinese di Beidaying, alle porte di Mukden. Zhang Xueliang, che si trovava a Pechino, ordinò alle proprie truppe di non opporre resistenza, calcolando che un conflitto aperto avrebbe favorito i piani giapponesi: la scelta lasciò via libera all’avanzata. Nel giro di pochi mesi l’esercito giapponese occupò Mukden, Changchun, Harbin e le principali città della regione, incontrando solo resistenze locali disorganizzate. Il governo civile di Tokyo, colto di sorpresa dall’iniziativa del Kwantung, non riuscì a fermare l’espansione e finì per avallarla a fatti compiuti. Il 1° marzo 1932 fu proclamata la nascita del Manciukuo, presentato come stato indipendente sorto dalla volontà dei popoli manciuriani; a capo, come “capo esecutivo” e poi, dal 1934, come imperatore col nome di regno Kangde, fu posto Puyi, l’ultimo sovrano della dinastia Qing, detronizzato ancora bambino nel 1912 e da allora privo di potere reale. La capitale fu fissata a Changchun, ribattezzata Hsinking (“nuova capitale”). Il governo cinese portò il caso davanti alla Società delle Nazioni, che inviò sul posto una commissione d’inchiesta guidata dal diplomatico britannico Victor Bulwer-Lytton; il rapporto Lytton, pubblicato nell’ottobre 1932, riconobbe i legittimi interessi economici giapponesi in Manciuria ma concluse che l’azione militare non poteva giustificarsi come legittima difesa e che il Manciukuo non era un’espressione genuina di autodeterminazione locale. L’Assemblea della Società delle Nazioni adottò il rapporto il 24 febbraio 1933 con 42 voti contro il solo voto contrario del Giappone; il capo delegazione Yosuke Matsuoka lasciò l’aula, e il 27 marzo 1933 il Giappone comunicò formalmente il proprio ritiro dall’organizzazione. Nel frattempo le truppe giapponesi avevano già esteso l’occupazione alla provincia di Jehol, a sud del Manciukuo, provocando nuovi scontri con le forze cinesi risolti solo dalla tregua di Tanggu nel maggio 1933, che istituì una zona demilitarizzata a nord di Pechino.
Conseguenze
Nell’immediato la crisi manciuriana rafforzò in Giappone il peso politico dei militari sul governo civile, che si era mostrato incapace di controllare l’iniziativa del Kwantung, e alimentò un clima nazionalista che negli anni seguenti avrebbe favorito ulteriori colpi di mano e infine, nel 1936, un tentativo di golpe militare a Tokyo. Il Manciukuo divenne una piattaforma di sfruttamento economico e insediamento coloniale: vi confluirono capitali giapponesi per l’industria pesante e mineraria, programmi di colonizzazione agricola che portarono centinaia di migliaia di coloni giapponesi, e un apparato amministrativo che, dietro la facciata della sovranità manciuriana, rispondeva in tutto alle direttive di Tokyo e dell’esercito. Sul piano internazionale il ritiro dal consesso ginevrino segnò per il Giappone il primo passo di un isolamento diplomatico crescente, mentre mostrava a Berlino e a Roma, che ne avrebbero seguito l’esempio negli anni successivi lasciando la Società delle Nazioni a loro volta, quanto poco l’organizzazione fosse in grado di far rispettare le proprie condanne senza il ricorso a sanzioni efficaci o alla forza. Nel lungo periodo la Manciuria occupata divenne base logistica e industriale per l’espansione giapponese in Cina: l’esercito del Kwantung, forte della propria autonomia dimostrata nel 1931, provocò o gestì incidenti di frontiera negli anni seguenti fino a che, il 7 luglio 1937, lo scontro presso il ponte Marco Polo alle porte di Pechino diede avvio alla guerra sino-giapponese su vasta scala. Quella guerra, mai dichiarata formalmente e mai conclusa da un trattato separato, confluì a sua volta nella Seconda guerra mondiale del Pacifico dopo l’attacco a Pearl Harbor nel dicembre 1941, e si chiuse solo con la resa giapponese del 1945, quando l’Armata Rossa sovietica invase la Manciuria e il Manciukuo si dissolse nel giro di pochi giorni; Puyi, catturato dai sovietici, sarebbe stato più tardi consegnato alla Repubblica Popolare Cinese per un lungo processo di “rieducazione”.
Nel frattempo altrove
- 1923Dopo gli ottomani — Medio Oriente
- 1928La penicillina — Europa
- 1929La grande depressione — Americhe
- 1930La marcia del sale — Asia meridionale
- 1933Il nazismo al potere — Europa
- 1946I test nucleari nel Pacifico — Oceania
- 1957L'anno dell'Africa — Africa
Come lo sappiamo
La ricostruzione dell’incidente di Mukden si basa su fonti di provenienza diversa e spesso in aperto contrasto tra loro. Da un lato restano i documenti ufficiali giapponesi dell’epoca, i dispacci diplomatici e i resoconti della stampa nazionalista, che ripeterono a lungo la versione del sabotaggio cinese. Dall’altro, dopo la sconfitta del 1945, le testimonianze rese al Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente a Tokyo da alti ufficiali dell’esercito, insieme a memorie e diari di partecipanti diretti come Ishiwara Kanji, confermarono la messinscena orchestrata dal Kwantung: su questo punto la storiografia è oggi concorde. Il rapporto Lytton, conservato negli archivi della Società delle Nazioni, resta la fonte contemporanea più autorevole indipendente dalle parti in causa, anche se la sua conclusione moderata, che riconosceva interessi giapponesi legittimi pur condannando l’occupazione, fu criticata sia da chi la trovava troppo cauta sia da chi la trovava già troppo severa verso Tokyo. Le memorie dello stesso Puyi, pubblicate dopo la rieducazione comunista col titolo “Dall’imperatore al cittadino”, sono una fonte preziosa ma vanno lette tenendo conto del contesto politico in cui furono scritte, che ne orientava il tono autocritico. Restano dibattuti, nella storiografia più recente, il grado di premeditazione dei vertici militari giapponesi rispetto all’iniziativa autonoma di un gruppo ristretto di ufficiali sul campo, e la natura stessa del Manciukuo: se leggerlo solo come un puro strumento coloniale oppure, come propone la storiografia più recente di impronta culturale, anche come laboratorio di modernizzazione autoritaria che mobilitò consenso reale tra parte della popolazione giapponese e non solo tra i coloni.
Approfondimenti
- Louise Young, Japan’s Total Empire: Manchuria and the Culture of Wartime Imperialism (1998) — la storia sociale e culturale di come il Giappone costruì il consenso interno all’impresa manciuriana.
- Yoshihisa Tak Matsusaka, The Making of Japanese Manchuria, 1904-1932 (2001) — ricostruisce i tre decenni di penetrazione economica e politica che precedettero l’occupazione militare del 1931.
- Prasenjit Duara, Sovereignty and Authenticity: Manchukuo and the East Asian Modern (2003) — analizza il Manciukuo come esperimento di sovranità costruita e di modernità autoritaria.
- Rana Mitter, The Manchurian Myth: Nationalism, Resistance, and Collaboration in Modern China (2000) — segue come la memoria della resistenza manciuriana sia diventata parte della politica cinese del Novecento.