In breve
Tra la primavera del 1918 e i primi mesi del 1919, un virus influenzale del sottotipo H1N1 attraversa il pianeta in tre ondate e uccide tra i cinquanta e i cento milioni di persone, più della Prima guerra mondiale appena conclusa. Il nome con cui resta nota, “spagnola”, è un’ingiustizia storica: la Spagna, neutrale nel conflitto, è semplicemente il primo paese a raccontarne la diffusione senza il filtro della censura di guerra. Colpisce in modo anomalo gli adulti giovani e si propaga lungo le stesse rotte — trincee, campi militari, trasporti di truppe — che il conflitto mondiale ha reso capillari come mai prima.
Contesto
Nell’estate del 1918 l’Europa è nel suo quarto anno di guerra industriale. Milioni di soldati vivono ammassati in trincee fangose, campi di addestramento e navi da trasporto, in condizioni igieniche precarie e spesso denutriti; gli spostamenti di truppe fra i continenti — americane verso la Francia, indiane e cinesi verso i fronti europei, coloniali verso le retrovie — collegano in poche settimane luoghi che prima restavano isolati per mesi. È il tessuto perfetto per la diffusione di un patogeno respiratorio.
La medicina dell’epoca non ha gli strumenti per riconoscerlo: la teoria dei germi è accettata da decenni, ma i virus non sono ancora osservabili — il microscopio elettronico arriverà solo negli anni Trenta — e molti clinici attribuiscono l’influenza a un batterio, il bacillo di Pfeiffer (Haemophilus influenzae), isolato durante la pandemia russa del 1889-1890. Di quella pandemia precedente, la memoria collettiva è già sbiadita: nessuno immagina che l’influenza, malattia stagionale e apparentemente banale, possa uccidere quanto un fronte di guerra.
Cruciale, e spesso ignorato, è il regime dell’informazione: le nazioni belligeranti — Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Italia — censurano le notizie sui contagi per non intaccare il morale delle truppe e della popolazione. La Spagna, rimasta fuori dal conflitto, non ha questo vincolo: la sua stampa copre apertamente l’epidemia, compreso il caso eclatante del re Alfonso XIII, colpito nel maggio 1918. Da qui nasce il nome improprio “influenza spagnola”, che oscura le sue origini altrove.
Svolgimento
I primi focolai documentati risalgono alla fine dell’inverno e all’inizio della primavera del 1918. Il caso più noto è quello di Camp Funston, il campo di addestramento annesso a Fort Riley, in Kansas, dove l’11 marzo 1918 un cuoco militare, Albert Gitchell, viene ricoverato con sintomi influenzali; nel giro di settimane centinaia di soldati si ammalano. Storici ed epidemiologi discutono ancora se l’epidemia sia partita davvero da lì o da una contea rurale vicina, oppure dal grande campo di transito britannico di Étaples, sulla costa della Manica, dove le condizioni di sovraffollamento e il contatto con allevamenti animali avrebbero favorito il passaggio del virus dagli uccelli all’uomo. In ogni caso, questa prima ondata primaverile è relativamente mite, simile a un’influenza stagionale aggravata.
Durante l’estate il virus si diffonde silenziosamente lungo le rotte dei convogli militari, mutando. Tra agosto e settembre 1918 esplode la seconda ondata, di gran lunga la più letale delle tre: colpisce quasi simultaneamente porti e città su più continenti — Boston, Brest, Freetown, Bombay — seguendo esattamente gli scali dei trasporti truppe. È in questa fase che emerge il tratto più inquietante della pandemia: una curva di mortalità “a W”, con picchi non solo fra bambini e anziani, come nelle influenze comuni, ma anche fra adulti sani di venti-quarant’anni, spesso morti in pochi giorni per polmoniti fulminanti o per quella che oggi si interpreta come una reazione immunitaria eccessiva, la “tempesta di citochine”: un sistema immunitario giovane e vigoroso si rivolta contro i propri polmoni. Ospedali militari e civili sono sopraffatti ovunque; a Filadelfia, dopo una parata per i prestiti di guerra tenuta nonostante gli avvertimenti medici, i morti si contano a migliaia in poche settimane.
Il subcontinente indiano, attraversato dalle rotte dei rifornimenti imperiali britannici, paga il tributo più alto in termini assoluti: le stime più accreditate parlano di dodici-quattordici milioni di morti nella sola India, spesso in villaggi rurali senza alcuna assistenza medica. L’armistizio dell’11 novembre 1918, con le sue folle festanti nelle strade d’Europa e d’America, offre al virus nuove occasioni di contagio proprio nel pieno della seconda ondata. Una terza ondata, più contenuta ma ancora letale, si manifesta fra l’inverno e la primavera del 1919, e in alcune aree del mondo l’epidemia si trascina fino al 1920 prima di esaurirsi.
Conseguenze
Il bilancio complessivo, tuttora oggetto di stima più che di conteggio esatto, oscilla fra i cinquanta e i cento milioni di morti nel mondo: fra il 2,5 e il 5% della popolazione globale dell’epoca, contro i circa diciassette-venti milioni di morti militari e civili della Prima guerra mondiale. Negli Stati Uniti l’aspettativa di vita crolla di oltre dieci anni nel solo 1918. Nel breve periodo, città e governi sperimentano misure di sanità pubblica oggi familiari — chiusura di scuole e teatri, obbligo di mascherine, quarantene, divieto di assembramenti — applicate in modo disomogeneo e spesso tardivo.
Nel lungo periodo, la pandemia accelera la nascita di apparati sanitari nazionali strutturati: il Regno Unito istituisce un Ministero della Sanità nel 1919, e in diversi paesi si rafforzano i sistemi di sorveglianza epidemiologica che diverranno poi il nucleo delle future organizzazioni sanitarie internazionali. Paradossalmente, nonostante la scala della strage, l’influenza del 1918 resta per decenni ai margini della memoria pubblica, eclissata dal ricordo della guerra: pochi monumenti, poca letteratura, un silenzio che gli storici hanno definito essi stessi un fenomeno da spiegare, forse perché una malattia invisibile offre meno narrazioni eroiche di una trincea.
Nel frattempo altrove
- 1896Adua — Africa
- 1901La federazione australiana — Oceania
- 1908La catena di montaggio — Americhe
- 1911Cade l'impero cinese — Asia orientale
- 1923Dopo gli ottomani — Medio Oriente
- 1925Il jazz e la musica registrata — Americhe
- 1930La marcia del sale — Asia meridionale
Come lo sappiamo
Le fonti dell’epoca sono soprattutto amministrative e giornalistiche: registri di ricovero degli ospedali militari, bollettini dei servizi sanitari coloniali e nazionali, necrologi e soprattutto la stampa spagnola, libera dalla censura bellica, che per prima descrive l’epidemia in dettaglio. Questi archivi restano incompleti e disomogenei: in molte colonie asiatiche e africane la contabilità dei morti è scarsa o assente, ed è proprio questo vuoto documentario a rendere le stime globali di mortalità un intervallo così ampio, cinquanta contro cento milioni, piuttosto che un numero preciso.
La svolta arriva dalla biologia molecolare. Negli anni Novanta il patologo Jeffery Taubenberger, dell’Armed Forces Institute of Pathology statunitense, recupera frammenti di RNA virale da campioni di tessuto polmonare conservati in formalina fin dal 1918. Il materiale decisivo, però, viene da un corpo: quello di una donna inuit sepolta nel permafrost di Brevig Mission, in Alaska, riesumata nel 1997 dal patologo Johan Hultin proprio per questo scopo. Il congelamento permanente del terreno ha preservato il virus abbastanza a lungo da consentirne, nel 2005, il sequenziamento completo del genoma — e persino la ricostruzione in laboratorio, in condizioni di massima sicurezza, per studiarne la patogenicità. Ne emerge un virus H1N1 di origine aviaria, adattatosi all’uomo, insolitamente aggressivo nell’indurre risposte immunitarie eccessive nei polmoni.
Restano dibattuti sia il luogo esatto di origine — Kansas, Francia o, secondo alcune ipotesi più recenti, la Cina, da cui partirono decine di migliaia di lavoratori del Chinese Labour Corps verso i fronti europei — sia la cifra esatta dei morti, che gli storici continuano periodicamente a rivedere al rialzo mano a mano che emergono nuovi dati locali, specialmente dall’Asia meridionale e dall’Africa subsahariana.
Approfondimenti
- John M. Barry, The Great Influenza: The Story of the Deadliest Pandemic in History, Viking, 2004.
- Laura Spinney, Pale Rider: The Spanish Flu of 1918 and How It Changed the World, Jonathan Cape, 2017.
- Jeffery K. Taubenberger, David M. Morens, “1918 Influenza: the Mother of All Pandemics”, Emerging Infectious Diseases, 12(1), 2006.
- Alfred W. Crosby, America’s Forgotten Pandemic: The Influenza of 1918, Cambridge University Press, 1989.
- Niall P. A. S. Johnson, Juergen Mueller, “Updating the Accounts: Global Mortality of the 1918-1920 ‘Spanish’ Influenza Pandemic”, Bulletin of the History of Medicine, 76, 2002.