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Atlante della storia umana

RivoluzioniL'età delle rivoluzioni

Muhammad Ali e l'Egitto

Un tentativo di industrializzazione guidata dallo stato, prima e fuori dall'Europa

esatto

1650Rivoluzioni1850

In breve

Muhammad Ali, in turco ottomano Mehmed Ali, era un ufficiale di origine albanese giunto in Egitto nel 1801 al seguito di un corpo ottomano incaricato di scacciare i francesi. Divenne governatore (wali) dell’Egitto nel 1805 e restò al potere fino al 1848. Nel suo lungo governo tentò di costruire, a partire da un esercito riformato su modello europeo, uno stato capace di dirigere direttamente la produzione agricola e industriale del paese: fabbriche tessili, arsenali, cantieri navali, un monopolio statale sul cotone a lunga fibra, missioni di studenti mandati a studiare in Francia. Fu uno dei primi tentativi, fuori dall’Europa occidentale, di modernizzazione guidata dallo stato — e uno dei primi a essere arginato dalle potenze europee, preoccupate per gli equilibri del Mediterraneo orientale.

Contesto

Nel 1798 la spedizione militare di Napoleone Bonaparte sbarcò in Egitto, allora provincia ottomana governata di fatto dai beys mamelucchi, un ceto militare di origine turco-circassa che deteneva il potere reale sotto la sovranità nominale di Istanbul da secoli. L’armata francese vinse rapidamente le forze mamelucche, e la disparità fu totale: fanteria e artiglieria organizzate secondo i metodi europei contro una cavalleria che si batteva ancora come nel tardo medioevo. La campagna, la cui storia si racconta altrove, si concluse nel 1801 con il ritiro francese sotto pressione britannica e ottomana, ma lasciò un vuoto di potere fra tre attori — il governatore ottomano, i beys mamelucchi superstiti, e i contingenti militari, in gran parte albanesi, inviati da Istanbul per riprendere il controllo — e lasciò soprattutto una domanda aperta fra le élite egiziane e ottomane: come un piccolo corpo di spedizione europeo avesse potuto imporsi con tanta facilità su un esercito che pure vantava una lunga tradizione militare.

Muhammad Ali, nato attorno al 1769 a Kavala, in Macedonia, da una famiglia di mercanti di tabacco di lingua albanese, arrivò in Egitto nel 1801 come secondo comandante di un contingente albanese inviato a combattere i francesi. Nei quattro anni successivi seppe muoversi fra le fazioni in lotta — i resti dell’amministrazione ottomana, i beys mamelucchi, le proprie truppe — fino a farsi acclamare governatore dalla notabilità cairota nel 1805, una scelta che il sultano Selim III, non avendo alternative migliori sul campo, finì per ratificare.

Svolgimento

Restava il problema dei mamelucchi, che pur indeboliti mantenevano eserciti propri e il controllo di larga parte dell’Alto Egitto. Muhammad Ali li eliminò come corpo politico il 1° marzo 1811: invitò circa quattrocento capi mamelucchi alla Cittadella del Cairo per una cerimonia in onore della partenza del figlio Tusun verso l’Arabia, e li fece massacrare in un corridoio stretto mentre uscivano in corteo. Pochi sopravvissero. Da quel giorno il suo potere in Egitto non ebbe più rivali interni.

Consolidato il controllo, Muhammad Ali investì innanzitutto nell’esercito. Fra il 1815 e la metà degli anni 1820 sostituì i contingenti irregolari — mamelucchi, albanesi, mercenari — con un esercito di coscritti egiziani, i fellahin, addestrati da consiglieri militari francesi come Joseph Anthelme Sève, convertito all’islam col nome di Sulayman Pasha, reduce delle guerre napoleoniche. Fondò scuole militari, un’accademia di stato maggiore, ospedali militari.

Intorno a questo nucleo costruì un apparato industriale interamente statale: arsenali per armi e polvere da sparo, fonderie, e dagli anni 1810-1820 fabbriche tessili per filare e tessere il cotone che l’Egitto ormai produceva in proprio. Ad Alessandria, che Muhammad Ali fece rinascere come porto e come nuova capitale economica del paese, sorse un cantiere navale che costruiva vascelli da guerra di linea, un’impresa che nessun altro stato del Mediterraneo orientale, ottomano compreso, era in grado di replicare con mezzi propri. A differenza dell’industrializzazione britannica o belga dello stesso periodo, qui non c’era iniziativa privata: fabbriche, cantieri e arsenali erano proprietà, progetto e gestione dello stato, che ne era anche il principale, spesso unico, cliente.

La riforma agraria seguì la stessa logica. Muhammad Ali diffuse su scala la coltivazione del cotone a fibra lunga — la varietà detta jumel, dal nome dell’agronomo che la promosse — e ne fece un monopolio statale: i contadini erano tenuti a coltivarlo, lo stato ne fissava il prezzo d’acquisto e ne gestiva l’esportazione, che divenne rapidamente la voce principale delle entrate egiziane. Nel 1826 partì la prima di una serie di missioni di studenti egiziani inviati a Parigi per studiare ingegneria, medicina, tecniche militari e amministrazione; la guidava Rifa’a al-Tahtawi, che al ritorno tradusse decine di opere tecniche europee e diresse la nuova Scuola di lingue del Cairo. Accanto alle missioni, Muhammad Ali fondò scuole tecniche, mediche e di ingegneria per formare in loco i quadri di cui l’apparato statale aveva bisogno.

Su quanto tutto questo costituisse una vera industrializzazione, paragonabile a quella europea, la storiografia non concorda. Una lettura, di impostazione più risalente e ancora sostenuta da storiche come Afaf Lutfi al-Sayyid Marsot, vede nel programma di Muhammad Ali un tentativo coerente di costruire uno stato economicamente moderno e politicamente autonomo da Istanbul, con l’industria e l’istruzione tecnica come pilastri di un progetto nazionale. Una lettura più recente, in particolare quella di Khaled Fahmy, ridimensiona questa immagine: l’obiettivo dichiarato di Muhammad Ali era costruire un esercito capace di renderlo autonomo e potente all’interno del sistema ottomano — non lo sviluppo dell’Egitto per sé stesso — e le fabbriche, le scuole e il monopolio del cotone furono soprattutto strumenti fiscali e militari, imposti con la coscrizione forzata e il lavoro coatto, senza generare una classe imprenditoriale autonoma o un mercato interno capace di sostenersi da solo. La ricostruzione qui proposta segue Fahmy sul punto degli obiettivi — militari e dinastici più che “nazionali” nel senso moderno del termine — senza per questo negare che gli effetti materiali, fabbriche e scuole comprese, furono reali e senza precedenti nella regione.

Conseguenze

Nel breve periodo il programma diede a Muhammad Ali una potenza militare che nessun altro governatore ottomano possedeva. Il suo esercito conquistò gran parte del Sudan a partire dal 1820, sostenne per conto del sultano la repressione della rivolta wahhabita in Arabia fra il 1811 e il 1818, intervenne in Grecia contro la rivolta d’indipendenza fra il 1824 e il 1828, e infine, guidato dal figlio Ibrahim Pasha, invase la Siria ottomana nel 1831, sconfiggendo l’esercito del sultano a Konya nel 1832 e arrivando a minacciare la stessa Istanbul.

Fu proprio questo successo a provocare l’intervento delle potenze europee. La Gran Bretagna, che temeva un Egitto abbastanza forte da controllare la rotta verso l’India e da alterare l’equilibrio ottomano nel Mediterraneo orientale, guidò una coalizione diplomatica e poi militare — con Austria, Prussia e Russia, contro il solo appoggio francese a Muhammad Ali — che nella seconda crisi siriana, fra il 1839 e il 1841, costrinse Muhammad Ali a ritirarsi dalla Siria e dall’Arabia e a ridurre drasticamente il proprio esercito. La Convenzione di Londra del 1840 e l’accordo del 1841 gli lasciarono il governo ereditario dell’Egitto e del Sudan sotto sovranità ottomana, ma posero fine alle sue ambizioni imperiali.

Il colpo più duraturo all’industria fu però commerciale, non militare. Il trattato commerciale anglo-ottomano di Balta Liman, firmato nel 1838 ed esteso all’Egitto in quanto provincia ottomana, abolì i monopoli statali e impose tariffe doganali basse e uniformi sulle merci europee. Le fabbriche tessili egiziane, nate protette e senza mai aver raggiunto l’efficienza degli impianti britannici, si trovarono a competere alla pari con il cotone filato a Manchester: nel giro di pochi anni la maggior parte chiuse. È uno dei primi casi in cui una grande potenza europea, attraverso la diplomazia e i trattati commerciali più che con la conquista diretta, arginò un percorso di sviluppo industriale autonomo fuori dall’Europa. L’Egitto restò comunque un grande esportatore di cotone grezzo: la coltura sopravvisse al progetto che l’aveva introdotta, e nella seconda metà del secolo, con la guerra civile americana a tagliare l’offerta statunitense, ne farà la fortuna e insieme la dipendenza dai mercati europei.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti sono soprattutto amministrative: gli archivi del governo egiziano dell’epoca, in gran parte conservati al Cairo, registrano decreti, bilanci delle fabbriche, ruoli di coscrizione ed elenchi salariali con un dettaglio che ha permesso a storici come Khaled Fahmy di ricostruire dal basso il funzionamento quotidiano dell’esercito e delle manifatture statali, invece di limitarsi ai resoconti dei consoli e viaggiatori europei che per lungo tempo furono la fonte principale in Occidente.

Il punto più dibattuto, oltre alla natura del progetto discussa sopra, riguarda le cifre: quanti fossero davvero gli operai delle fabbriche statali, quanto rendessero, quanto durò la loro attività effettiva prima del 1841, sono dati che le fonti riportano in modo discontinuo e che gli storici stimano in modo diverso. Anche il bilancio umano del massacro della Cittadella — il numero dei mamelucchi uccisi, che le fonti coeve fanno oscillare fra le poche centinaia e oltre quattrocento — resta approssimativo, come spesso accade per eventi raccontati per lo più da chi li ha ordinati o da chi ne ha tratto vantaggio politico.

Approfondimenti

  • Khaled Fahmy, All the Pasha’s Men (1997) — il libro che ha spostato l’attenzione dall’esercito come strumento di modernizzazione all’esercito come fine in sé: la lettura di riferimento per capire il dibattito storiografico.
  • Afaf Lutfi al-Sayyid Marsot, Egypt in the Reign of Muhammad Ali (1984) — la sintesi classica, più incline a leggere il progetto come uno sviluppo nazionale egiziano; utile come lettura contro cui Fahmy scrive.
  • Khaled Fahmy, Mehmed Ali: From Ottoman Governor to Ruler of Egypt (2009) — biografia breve e accessibile, un buon punto d’ingresso prima dei due titoli sopra.

Riferimenti

  • Khaled Fahmy, All the Pasha's Men: Mehmed Ali, His Army and the Making of Modern Egypt, 1997, Cambridge University Press
  • Afaf Lutfi al-Sayyid Marsot, Egypt in the Reign of Muhammad Ali, 1984, Cambridge University Press
  • Khaled Fahmy, Mehmed Ali: From Ottoman Governor to Ruler of Egypt, 2009, Oneworld

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.