In breve
Il 18 brumaio dell’anno VIII del calendario rivoluzionario (9 novembre 1799), il generale trentenne Napoleone Bonaparte rovesciò con un colpo di stato il traballante Direttorio e si impose come primo console della Repubblica. Nel 1804 si fece proclamare imperatore dei francesi e promulgò il Code civil, che metteva in forma di legge alcuni principi usciti dalla rivoluzione — uguaglianza giuridica formale, proprietà privata, laicità dello stato — e li portò con le sue armate in gran parte d’Europa, insieme a un’amministrazione centralizzata (prefetti, Banca di Francia, licei) destinata a durare ben oltre il suo regno. Le stesse conquiste che diffusero quei principi accesero però nei popoli occupati una reazione nazionalista che, unita ai rovesci militari, concorse alla sua caduta fra il 1812 e il 1815.
Contesto
Il Direttorio, insediato nel 1795, governava una repubblica logorata dall’inflazione degli assegnati, da una guerra su più fronti contro le potenze coalizzate e da elezioni che il regime stesso annullava quando i risultati non gli erano favorevoli: nel settembre 1797 con il colpo di stato del 18 fruttidoro, contro i realisti; nel maggio 1798 con quello del 22 floreale, contro i giacobini. Un governo che si teneva in piedi cancellando i propri voti non godeva di una legittimità solida, e cercava — o temeva — un uomo forte capace di chiuderlo. In quel vuoto si era già fatto un nome un ufficiale d’artiglieria corso, Napoleone Bonaparte, distintosi nel 1793 nella riconquista di Tolone dai realisti e dagli inglesi: la sua ascesa, attraverso le campagne rivoluzionarie, si costruì proprio nell’instabilità cronica che il Direttorio non riuscì mai a risolvere.
Svolgimento
Al comando dell’armata d’Italia dal 1796, Bonaparte piegò in campagne fulminee le forze austriache e piemontesi, impose alle repubbliche italiane appena create — la Cisalpina, la Ligure — istituzioni ricalcate su quelle francesi, e costrinse Vienna alla pace di Campoformio nell’ottobre 1797: fu la prima volta che il suo nome divenne familiare a un pubblico europeo. Nel 1798 guidò una spedizione in Egitto; la flotta francese fu distrutta da Nelson ad Abukir in agosto, isolando l’esercito di terra, ma le notizie che arrivavano a Parigi, filtrate e favorevoli, mantennero intatta la sua reputazione di generale vittorioso. Nel 1799, lasciato l’esercito d’Egitto al proprio destino, rientrò in Francia e si trovò un Direttorio pronto a cadere.
Il 18 brumaio, con l’appoggio del direttore Sieyès, Bonaparte partecipò a un colpo di stato che sciolse le assemblee legislative e sostituì il Direttorio con un Consolato di tre membri. La nuova costituzione dell’anno VIII gli attribuì, come primo console, poteri ben superiori a quelli degli altri due, e nel 1802 un plebiscito lo nominò console a vita. Fra il 1800 e il 1804 costruì un’amministrazione destinata a sopravvivere a ogni suo successivo regime: i prefetti, nominati da Parigi a capo di ogni dipartimento, sostituirono le assemblee elettive locali e accentrarono il potere come mai prima; la Banca di Francia, fondata nel 1800, stabilizzò la moneta dopo il crollo degli assegnati; i licei, istituiti nel 1802, crearono un sistema scolastico statale per formare funzionari e ufficiali. Nello stesso 1802 ripristinò la schiavitù nelle colonie, abolita dalla Convenzione nel 1794 — una decisione che a Saint-Domingue innescò la fase finale della rivoluzione haitiana.
Il 21 marzo 1804 promulgò il Code civil des Français, poi noto come Code Napoléon. Non era una legislazione del tutto nuova quanto una sistematizzazione: metteva ordine, in circa duemila articoli, in principi che la rivoluzione aveva proclamato ma non sempre trascritto in norme applicabili — l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, la proprietà privata come diritto pieno, la fine dei privilegi feudali, la laicità dello stato in materia civile, con matrimonio e divorzio trattati come atti civili e non religiosi. Il 2 dicembre 1804, a Notre-Dame, si fece incoronare imperatore dei francesi da papa Pio VII, ma al momento cruciale prese la corona dalle sue mani e se la pose da solo sul capo: un gesto studiato per dire che il potere non discendeva dalla Chiesa.
Le conquiste militari degli anni successivi portarono il codice, insieme ai prefetti e alle altre istituzioni, ben oltre i confini francesi: nel Regno d’Italia, nel Regno di Napoli, nel Regno di Westfalia, nel Granducato di Varsavia e negli stati della Confederazione del Reno il Code Napoléon fu imposto per decreto o adottato dai governi satelliti. Principi nati da una rivoluzione arrivarono così in territori dove nessuna rivoluzione si era mai fatta, portati da un esercito d’occupazione.
Proprio l’occupazione produsse l’effetto opposto a quello cercato. In Spagna, l’imposizione nel 1808 del fratello Giuseppe Bonaparte come re innescò la rivolta popolare del 2 maggio a Madrid e una guerriglia che durò anni, tanto costosa che lo stesso Napoleone la definì poi la sua «ulcera spagnola». In Germania la sconfitta prussiana di Jena e Auerstädt, nel 1806, fu seguita da una nuova retorica nazionale — i Discorsi alla nazione tedesca di Fichte, tenuti a Berlino occupata fra il 1807 e il 1808 — che immaginava una comunità tedesca da difendere proprio contro l’occupante che l’aveva resa possibile con le sue stesse riforme. In Italia, la frammentazione napoleonica in stati satelliti alimentò, per reazione e per imitazione, le prime rivendicazioni di un’unità nazionale che il Risorgimento avrebbe ripreso decenni dopo. L’esercito che portava il codice portava con sé anche l’idea, contraria a se stesso, che un popolo occupato avesse il diritto di governarsi da sé.
La fine arrivò per un cumulo di questi fattori insieme ai rovesci militari: l’invasione della Russia nel 1812 costò perdite catastrofiche nella ritirata, la sconfitta di Lipsia nell’ottobre 1813 vide per la prima volta le potenze europee coalizzarsi contro di lui in forze superiori, e nell’aprile 1814 abdicò, esiliato all’Elba. Tornato in Francia per i Cento giorni del 1815, fu sconfitto definitivamente a Waterloo il 18 giugno e morì in esilio a Sant’Elena nel 1821.
Conseguenze
Nel breve periodo la caduta riportò sul trono di Francia i Borboni e consegnò all’Europa un riassetto diplomatico, discusso altrove in questo atlante. Ma il codice civile e l’amministrazione che Napoleone aveva costruito non caddero con lui: la Restaurazione mantenne i prefetti e la Banca di Francia, e il Code civil restò in vigore in Francia, con modifiche, fino a oggi. Fuori dalla Francia sopravvisse nei paesi dove era stato imposto — il Belgio, i Paesi Bassi, gli stati italiani preunitari — e divenne poi, per scelta e non per conquista, il modello a cui guardarono i codici civili di paesi che con Napoleone non avevano avuto nulla a che fare: quello italiano del 1865, quello portoghese, diverse legislazioni dell’America Latina dopo l’indipendenza, quello giapponese dell’era Meiji, il diritto civile della Louisiana e quello del Québec. È probabilmente l’eredità istituzionale più duratura di qualunque figura della sua epoca.
Nel lungo periodo, l’altro effetto — quello nazionalista — si rivoltò contro le stesse conquiste che lo avevano generato: la resistenza spagnola, i movimenti tedeschi e i primi fermenti italiani nacquero come reazione all’occupazione napoleonica, ma sopravvissero alla sua caduta e alimentarono per tutto il secolo successivo i movimenti di unificazione e indipendenza nazionale in Europa. Un imperatore che aveva accentrato il potere sopra le nazioni contribuì, senza volerlo, a insegnare ai popoli che occupava l’idea stessa di nazione come comunità politica da difendere.
Nel frattempo altrove
- 1757Plassey — Asia meridionale
- 1770Cook e l'Australia — Oceania
- 1804Il califfato di Sokoto — Africa
- 1805Muhammad Ali e l'Egitto — Africa
- 1810Le indipendenze latinoamericane — Americhe
- 1839Le guerre dell'oppio — Asia orientale
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
Come lo sappiamo
Il periodo napoleonico è fra i meglio documentati della storia moderna: gli archivi amministrativi del Consolato e dell’Impero — decreti, rapporti prefettizi, censimenti — sono massicci e in gran parte conservati, e la corrispondenza personale di Napoleone, pubblicata in decine di volumi, comprende decine di migliaia di lettere. A questo si aggiungono le memorie di chi gli fu vicino, a cominciare dal Mémorial de Sainte-Hélène dettato all’esule Las Cases nell’ultimo esilio: una fonte preziosa e insieme sospetta, perché Napoleone la costruì consapevolmente per plasmare come sarebbe stato ricordato, presentandosi come erede e non come becchino della rivoluzione.
Proprio sul giudizio complessivo la storiografia resta divisa, e conviene dirlo invece di scegliere in silenzio. Una lettura, rappresentata ad esempio da Andrew Roberts, insiste sul Napoleone modernizzatore: il codice, l’amministrazione, l’istruzione pubblica sarebbero il vero lascito, più duraturo delle sue guerre. Una lettura diversa, che emerge nel lavoro di Charles Esdaile, scritto guardando l’impero dal punto di vista delle potenze che gli si opposero, pesa il costo umano delle campagne, il ripristino della schiavitù nel 1802 — trattato per esteso nella voce sulla rivoluzione haitiana — e il fatto che l’imperatore instaurò una monarchia ereditaria e una polizia politica pervasiva, tradendo nella sostanza i principi repubblicani del 1789 pur conservandone la legislazione civile. Le due letture non sono del tutto incompatibili: si può riconoscere il valore duraturo delle istituzioni e insieme giudicare severamente il regime che le impose con la forza delle armi. Resta discusso anche il numero esatto delle perdite della Grande Armée nella campagna di Russia: le stime divergono perché i registri delle unità alleate e delle diserzioni lungo la ritirata sono incompleti.
Approfondimenti
- Andrew Roberts, Napoleon: A Life (2014) — la biografia più recente e più favorevole, insiste sull’eredità modernizzatrice più che sulle guerre.
- Philip Dwyer, Napoleon: The Path to Power, 1769-1799 (2007) — copre in dettaglio la fase meno raccontata, dalla Corsica al 18 brumaio.
- Charles Esdaile, Napoleon’s Wars: An International History, 1803-1815 (2007) — la lettura opposta, che guarda l’impero dal punto di vista di chi dovette subirlo.
- Michael Broers, Napoleon: Soldier of Destiny (2014) — primo volume di una trilogia, utile sul rapporto fra Bonaparte e l’eredità rivoluzionaria che diceva di incarnare.