In breve
Fra il 1818 e il 1828, nella regione del Natal, in Africa australe, il sovrano zulu Shaka trasformò un piccolo capo-clan in un regno militarizzato che sottomise o inglobò decine di gruppi vicini. L’espansione zulu innescò un’ondata a catena — il mfecane in lingua nguni, il difaqane in sesotho, termini che indicano genericamente “schiacciamento” o “dispersione forzata” — che in vent’anni ridisegnò gli assetti politici di gran parte dell’Africa australe, spingendo popolazioni intere a centinaia di chilometri di distanza, fino all’attuale Zimbabwe. Quanto di questo sconvolgimento fu opera diretta degli eserciti zulu e quanto derivò da altre pressioni, comprese quelle della tratta di schiavi verso i porti della costa, resta uno dei dibattiti storiografici più aspri sull’Africa precoloniale.
Contesto
All’inizio dell’Ottocento la regione fra i fiumi Pongola e Tugela, nell’attuale KwaZulu-Natal, era popolata da decine di piccoli capi-clan di lingua nguni: pastori e agricoltori in insediamenti (kraal) dispersi, ciascuno sotto un proprio capo, con eserciti stagionali di giovani reclutati per singole campagne e poi rimandati ai campi. Nessuno controllava un territorio più esteso di qualche decina di chilometri di raggio.
Il Natal costiero, con piogge estive regolari e pascoli erbosi, aveva sostenuto per generazioni una crescita demografica lenta ma continua, e all’inizio del secolo la disponibilità di buone terre di pascolo si era fatta più scarsa rispetto al numero di capi di bestiame e di bocche da sfamare: è un’ipotesi, non un dato misurato, ma alcuni storici la ritengono una concausa plausibile dell’inasprirsi dei conflitti per il controllo delle terre migliori, forse aggravata da una fase di siccità negli anni immediatamente precedenti al 1820. Nessuna delle due letture è quantificabile con precisione sulle fonti disponibili, e vanno trattate come fattori di sfondo plausibili, non come cause dimostrate. A questo si sommava un fattore commerciale meno noto: dalla fine del Settecento i mercanti portoghesi di Delagoa Bay, poco a nord, scambiavano avorio e persone ridotte in schiavitù con l’interno, e la domanda crescente di manodopera coatta alimentava già prima di Shaka un clima di razzie fra i clan nguni settentrionali. Fu in questo contesto di risorse contese che il piccolo clan zulu, poche migliaia di persone sotto il capo Senzangakhona, confinava con due formazioni più grandi e già in espansione, il Mthethwa di Dingiswayo e il Ndwandwe di Zwide.
Svolgimento
Shaka, figlio di Senzangakhona nato attorno al 1787, crebbe in esilio presso il Mthethwa e vi prestò servizio militare sotto il capo Dingiswayo, che nel 1816, alla morte di Senzangakhona, lo sostenne nella successione al piccolo trono zulu. Da subito riorganizzò l’esercito ereditato secondo principi sperimentati presso i Mthethwa, portandoli a un grado di sistematicità nuovo per la regione.
Sostituì il giavellotto da lancio, l’arma tradizionale nguni che si scagliava a distanza e si perdeva a ogni combattimento, con l’assagai a lama corta, pensato per il corpo a corpo: obbligava il guerriero a restare a distanza ravvicinata dal nemico, trasformando lo scontro in una battaglia decisa dalla tenuta della linea. Introdusse la formazione tattica “a corna di bufalo” (impondo): un corpo centrale che fissava il nemico frontalmente mentre due ali mobili, le “corna”, lo accerchiavano ai fianchi, con una riserva tenuta indietro come rincalzo. Fece combattere i guerrieri scalzi per abituarli a percorrere lunghe distanze di corsa, e organizzò l’esercito per classi di età (amabutho): reggimenti che vivevano in caserme regie, restavano celibi fino all’autorizzazione del re e dovevano a Shaka una lealtà diretta, non mediata dai capi locali. Sul piano politico il tratto più importante fu il sistema di incorporazione: i gruppi sconfitti non venivano sterminati né dispersi, ma i loro giovani uomini erano arruolati negli stessi reggimenti zulu, mescolati per classe d’età e non per provenienza. Il regno cresceva assorbendo, non solo sottomettendo, ed era questa capacità a renderlo più efficace del semplice saccheggio praticato dai vicini.
Il momento decisivo arrivò nel 1818-1819, quando Shaka sconfisse il potente Zwide e i Ndwandwe nella battaglia del fiume Mhlatuze. Negli anni seguenti il regno zulu si estese rapidamente su gran parte dell’attuale KwaZulu-Natal, imponendo tributo a decine di clan nguni. Shaka fondò la nuova capitale reale, il kraal di kwaBulawayo nella valle del Mhlathuze, e mantenne un controllo diretto e centralizzato senza precedenti: un solo esercito permanente al servizio di un solo sovrano, invece della miriade di eserciti locali di pochi anni prima.
L’espansione zulu produsse un effetto a catena ben oltre i confini del regno: i clan sconfitti che sceglievano la fuga premevano a loro volta su popolazioni più lontane, spingendole a spostarsi o a organizzarsi militarmente sul modello zulu per sopravvivere, in un’onda che nel giro di un decennio interessò un’area di centinaia di chilometri di raggio. Fra i fuggiaschi più noti c’era Mzilikazi, ex-generale zulu che ruppe con Shaka attorno al 1821-22 e guidò il proprio seguito, gli Ndebele, in una lunga migrazione verso nord-ovest attraverso l’altopiano del Transvaal, fino a stabilirsi, negli anni Trenta, nell’attuale Matabeleland, nello Zimbabwe sud-occidentale, dove fondò un regno sul modello militare zulu. Altri gruppi in fuga, come i Ngwane di Sobhuza, posero le basi del futuro Swaziland; altri, spinti verso l’altopiano interno, innescarono guerre fra Sotho e Tswana, dove nel 1824 Moshoeshoe iniziò a costruire, in parte come risposta a quell’instabilità, il nucleo del futuro Lesotho.
Shaka fu assassinato nel 1828 dal fratellastro Dingane, che gli succedette e l’anno seguente costruì la propria capitale, uMgungundlovu. Il regno zulu restò una potenza regionale organizzata per decenni, fino alla sconfitta contro i coloni boeri a Blood River nel 1838 e alla successiva annessione britannica del Natal nel 1843. Il periodo di massimo sconvolgimento regionale si può considerare concluso attorno al 1840, quando i principali nuovi regni nati dalla dispersione — zulu, ndebele, swazi, sotho — avevano ormai confini relativamente stabili.
Conseguenze
Nel breve periodo il mfecane produsse spopolamento reale in alcune aree dell’altopiano interno, dove intere comunità abbandonarono i villaggi per sfuggire alle razzie o per unirsi a formazioni più forti, e favorì la nascita di nuovi regni organizzati sul modello militare zulu — ndebele, swazi, sotho — dove prima dominava la frammentazione in piccoli clan.
Nel lungo periodo, l’eredità più duratura fu istituzionale: il regno zulu rimase, per tutto l’Ottocento, uno degli stati africani meglio organizzati militarmente a sud dello Zambesi, capace di infliggere ai britannici, a Isandhlwana nel 1879, una delle più gravi sconfitte subite da un esercito coloniale europeo in Africa, prima di essere infine sopraffatto. La memoria del mfecane ebbe però anche una conseguenza politica distinta dai fatti stessi: la storiografia sudafricana coloniale e poi d’apartheid usò l’immagine di un’Africa australe “svuotata” dalle guerre zulu per sostenere che i coloni afrikaner, spingendosi verso l’interno con il Grande Trek, avessero occupato terre in gran parte disabitate, e non terre i cui abitanti erano stati cacciati dalla colonizzazione stessa: un uso politico del passato discusso più avanti.
Nel frattempo altrove
- 1810Le indipendenze latinoamericane — Americhe
- 1815Il congresso di Vienna — Europa
- 1825La ferrovia — Europa
- 1839Le guerre dell'oppio — Asia orientale
- 1840Il trattato di Waitangi — Oceania
- 1857La rivolta dei sepoy — Asia meridionale
- 1869Il canale di Suez — Medio Oriente
Come lo sappiamo
Le fonti sono in gran parte esterne e tarde. Non esistono testi scritti in lingua zulu contemporanei a Shaka: la tradizione orale fu raccolta da missionari e funzionari britannici a partire dagli anni 1880, mezzo secolo dopo i fatti, e attraverso intermediari come James Stuart. I resoconti dei primi commercianti europei sulla costa del Natal negli anni 1820, come Henry Francis Fynn e Nathaniel Isaacs, sono le uniche fonti scritte coeve, ma interessate: Isaacs scrisse per un pubblico britannico con l’intento dichiarato di giustificare l’annessione coloniale del Natal, e dipinse Shaka come un despota sanguinario in misura che gli storici oggi considerano esagerata.
Restano aperti almeno tre nodi. Il primo riguarda la scala demografica del mfecane: le stime di milioni di morti e di vaste aree “spopolate” dell’altopiano interno, a lungo ripetute nei manuali, sono oggi considerate una sopravvalutazione dalla storiografia revisionista, non un dato solido. Il secondo riguarda le cause: la lettura tradizionale, che identifica quasi per intero nell’espansione militare zulu la causa dello sconvolgimento regionale, è stata messa in discussione dagli anni Ottanta da Julian Cobbing, che in un articolo del 1988 sostenne che una parte rilevante della violenza derivasse dalla domanda di manodopera coatta dei mercanti portoghesi di Delagoa Bay e dei coloni del Capo, non dalle sole guerre zulu. Parte della storiografia successiva, fra cui Elizabeth Eldredge, ha giudicato quella tesi eccessiva nell’attribuire alla tratta un peso quasi esclusivo, proponendo di considerare espansione zulu, pressione sulle risorse e domanda esterna di schiavi come cause concorrenti, non alternative. Il terzo nodo è storiografico più che fattuale: l’immagine di un’Africa australe “vuota” prima dei coloni bianchi, costruita anche sull’esagerazione della violenza del mfecane, servì durante e dopo l’apartheid a legittimare l’occupazione afrikaner e britannica delle terre dell’altopiano — per questo il dibattito su questo periodo non è mai stato un esercizio puramente accademico.
Approfondimenti
- John Laband, Rope of Sand (1995) — la ricostruzione più ampia del regno zulu ottocentesco, utile per seguire gli eventi militari e dinastici oltre la sola fase di Shaka.
- Julian Cobbing, The Mfecane as Alibi (1988) — l’articolo che ha aperto il dibattito revisionista: da leggere per capire da dove nasce la tesi della tratta come causa concorrente, e perché ha scandalizzato una generazione di storici sudafricani.
- Elizabeth A. Eldredge, Sources of Conflict in Southern Africa (1992) — la risposta più equilibrata a Cobbing, che integra la tesi della tratta senza farne la spiegazione unica.
- Dan Wylie, Myth of Iron (2006) — lo studio più accurato su cosa si sappia davvero, e cosa sia leggenda posteriore, della vita e del regno di Shaka.
- Carolyn Hamilton (a cura di), The Mfecane Aftermath (1995) — raccoglie voci diverse del dibattito storiografico, utile per vedere il disaccordo fra storici messo a confronto direttamente.