In breve
Nollywood è l’industria cinematografica nigeriana nata negli anni novanta attorno a un modello di produzione rapidissima e a bassissimo costo, girata prima in videocassetta e poi in VCD e DVD, venduta direttamente nei mercati invece che proiettata in sala. Il film che convenzionalmente segna la svolta è Living in Bondage, distribuito nel 1992, il primo successo commerciale su larga scala di questo formato. Nel giro di un paio di decenni l’industria ha raggiunto migliaia di titoli l’anno, seconda per numero di produzioni solo a Bollywood, con un pubblico che è innanzitutto nigeriano, africano e della diaspora, non occidentale.
Contesto
Prima degli anni novanta la Nigeria aveva già una tradizione cinematografica: sale di proiezione ereditate dal periodo coloniale, coproduzioni internazionali sporadiche e, soprattutto, un teatro popolare itinerante di lingua yoruba che dagli anni sessanta portava in tournée commedie e drammi morali con compagnie come quella di Hubert Ogunde. Ma produrre pellicola su celluloide era costoso, richiedeva laboratori di sviluppo che in Nigeria non esistevano più dopo la crisi economica degli anni ottanta, e le sale cominciarono a chiudere per l’insicurezza urbana e la concorrenza della televisione. Negli anni della crisi del petrolio e del programma di aggiustamento strutturale imposto dal Fondo Monetario Internazionale nel 1986, il cinema su pellicola divenne semplicemente insostenibile per produttori nigeriani.
Nello stesso periodo si diffondeva un’infrastruttura diversa: il videoregistratore domestico, importato in grandi quantità attraverso i mercati di Lagos, in particolare il mercato di Alaba, già hub regionale per l’elettronica di consumo. Copie pirata di film stranieri circolavano su cassetta VHS a prezzi bassissimi, e i commercianti che le importavano e duplicavano avevano già in mano la rete di distribuzione — negozi, bancarelle, noleggiatori di quartiere — che sarebbe servita a un prodotto locale. Mancava solo qualcuno disposto a scommettere che un film nigeriano, venduto come una videocassetta qualunque, potesse vendere quanto un film straniero.
Svolgimento
A scommetterci fu Kenneth Nnebue, un commerciante di elettronica che importava cassette vergini da Taiwan e cercava un modo per venderle riempite di contenuto invece che vuote. Il regista teatrale Okechukwu Ogunjiofor gli propose una sceneggiatura sul patto con forze occulte in cambio di ricchezza, un tema già familiare al pubblico del teatro popolare. Il risultato, Living in Bondage, diretto da Chris Obi Rapu e girato quasi interamente in lingua igbo con sottotitoli in inglese, uscì in due parti fra il 1992 e il 1993, prodotto con un budget minimo e distribuito direttamente su cassetta VHS attraverso i circuiti commerciali di Lagos e Onitsha. Vendette centinaia di migliaia di copie, una cifra senza precedenti per un prodotto locale, e dimostrò che il pubblico nigeriano avrebbe pagato per vedersi raccontato in un formato che poteva permettersi.
Il modello che ne seguì fu deliberatamente rapido e povero: un film si girava in una o due settimane, con budget che per gran parte degli anni novanta restavano nell’ordine di poche decine di migliaia di dollari, spesso recuperati vendendo diritti di distribuzione prima ancora di iniziare le riprese. Nel 1993 nacque il National Film and Video Censors Board, l’ente statale di censura e classificazione che regolamentò — e in parte legittimò — un settore nato interamente fuori dai circuiti ufficiali del cinema. Il termine “Nollywood” comparve sulla stampa internazionale attorno al 2002, in analogia scherzosa con Hollywood e Bollywood, e fu adottato dall’industria stessa nonostante le critiche di chi lo considerava un’etichetta imposta dall’esterno.
La crescita numerica fu rapidissima: un rapporto dell’Istituto di statistica dell’UNESCO, basato sui dati del 2006, calcolò 872 produzioni nigeriane in quell’anno contro le 485 di Hollywood, dietro solo alle 1.091 di Bollywood. Il passaggio dalla cassetta VHS al VCD e poi al DVD, nel corso degli anni duemila, abbassò ulteriormente i costi di duplicazione e allargò la distribuzione: nel 2003 la piattaforma satellitare sudafricana DStv lanciò il canale Africa Magic, dedicato quasi interamente a contenuti nigeriani, portando Nollywood in decine di paesi africani via satellite invece che via mercato informale. Dagli anni 2010 una fascia dell’industria, spesso definita “New Nollywood”, cominciò a produrre con budget più alti, distribuzione in sala nelle nuove catene di multiplex nigeriane e standard tecnici più vicini al cinema internazionale: The Wedding Party, uscito nel 2016, divenne il maggiore incasso della storia del box office nigeriano. Nel 2015 Netflix acquisì i diritti dei primi titoli nigeriani per il proprio catalogo, e nel 2018 distribuì Lionheart, diretto da Genevieve Nnaji, come sua prima produzione originale nigeriana.
Conseguenze
Nel breve periodo Nollywood creò un’industria che dava lavoro a decine di migliaia di persone — attori, tecnici, distributori, duplicatori di VCD, noleggiatori di quartiere — senza dipendere da un solo finanziatore statale o straniero: un settore informale, in gran parte non registrato fiscalmente, ma capace di autofinanziarsi attraverso le vendite dirette. Città come Lagos, Enugu e Asaba divennero poli di produzione, e attori come Genevieve Nnaji, Omotola Jalade-Ekeinde e Ramsey Nouah diventarono celebrità continentali, riconosciute in tutta l’Africa anglofona ben prima di qualunque riconoscimento internazionale.
Nel lungo periodo l’industria contribuì a diffondere l’inglese nigeriano e il pidgin come lingue di intrattenimento popolare in tutta l’Africa subsahariana, spostando l’asse culturale del continente lontano dai vecchi riferimenti francesi e britannici. La diaspora africana in Europa, Nordamerica e Caraibi divenne un mercato stabile, servito prima da negozi specializzati in quartieri come Peckham a Londra e poi dallo streaming. L’esperienza nigeriana ha inoltre offerto un modello — produzione rapida, distribuzione informale, contenuti pensati per il pubblico locale prima che per l’esportazione — ripreso in varianti locali da industrie video di Ghana, Kenya e altri paesi africani, un fenomeno che la critica cinematografica ha talvolta raggruppato sotto l’etichetta, contestata, di “Nollywood” applicata all’intero continente.
Nel frattempo altrove
- 1991La fine dell'URSS — Europa
- 1997Crisi asiatica e Hong Kong — Asia orientale
- 2001L'11 settembre — Americhe
- 2001La Cina nel WTO — Asia orientale
- 2011Le primavere arabe — Medio Oriente
- 2015Le isole e il livello del mare — Oceania
- 2023L'India più popolosa — Asia meridionale
Come lo sappiamo
La ricostruzione delle origini di Nollywood si basa soprattutto su interviste ai protagonisti — Nnebue, Ogunjiofor, i registi e i distributori della prima ora — raccolte a partire dagli anni duemila da studiosi come Jonathan Haynes e da giornalisti come Pierre Barrot, più che su documentazione d’archivio: un’industria nata fuori da ogni circuito ufficiale non ha lasciato contratti, bilanci o archivi di produzione paragonabili a quelli di uno studio hollywoodiano. Le cifre di vendita dei primi anni novanta, comprese quelle di Living in Bondage, sono stime dei protagonisti stessi, ripetute così spesso da diventare canoniche, ma non verificabili su registri di vendita che semplicemente non esistono per un mercato in gran parte informale.
Anche le statistiche più citate sono più fragili di quanto sembrino. Il dato UNESCO del 2009, che colloca la Nigeria al secondo posto mondiale per numero di film prodotti, è stato criticato da parte della stessa comunità accademica che se ne serve: conta come “film” anche produzioni video a bassissimo budget mai uscite in sala, un criterio che rende il confronto con l’industria di Hollywood, strutturata in modo del tutto diverso, poco più che simbolico. Resta inoltre dibattuto se il termine “Nollywood” designi un’unica industria coerente o etichetti insieme fenomeni molto diversi fra loro — il video igbo delle origini, il cinema yoruba con radici teatrali proprie, la produzione anglofona più recente orientata al cinema in sala — una distinzione su cui insiste in particolare Haynes, mentre la stampa internazionale tende a appiattire tutto sotto un solo nome.
Approfondimenti
- Jonathan Haynes, Nollywood: The Creation of Nigerian Film Genres (2016) — la ricostruzione più ampia e meglio documentata, generi per generi, di vent’anni di studio sul campo.
- Brian Larkin, Signal and Noise: Media, Infrastructure, and Urban Culture in Nigeria (2008) — colloca il video nigeriano dentro la storia più lunga delle infrastrutture mediali coloniali e postcoloniali.
- Pierre Barrot (a cura di), Nollywood: The Video Phenomenon in Nigeria (2008) — un’introduzione scritta con e da protagonisti dell’industria, utile per il punto di vista interno.