Salta al contenuto
Atlante della storia umana

OriginiIl mondo glaciale

Prima argilla cotta

A Dolní Věstonice si modellano e cuociono figurine di argilla molto prima dei vasi

contestato

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

Circa 26.000-29.000 anni fa, nell’insediamento gravettiano di Dolní Věstonice, in Moravia meridionale, cacciatori di mammut modellarono e cossero migliaia di piccoli oggetti di argilla: figurine di animali, forme astratte e almeno una figura umana femminile pressoché intatta, alta circa undici centimetri, portata alla luce nel 1925 e nota come Venere di Dolní Věstonice. Non erano vasi né contenitori: erano oggetti cotti in forni dedicati, separati dai focolari domestici, e la maggior parte di essi risultava frantumata in un modo che, secondo alcuni archeologi, fu voluto e non accidentale. Precedette di circa quindicimila anni la comparsa della ceramica funzionale, i vasi per cucinare e conservare, che sarebbe nata molto più tardi in Asia orientale.

Contesto

Circa ventisettemila anni fa la Moravia meridionale era una steppa fredda e aperta, punteggiata da mandrie di mammut, renne e cavalli selvatici, in un clima che si andava raffreddando verso il culmine glaciale che sarebbe arrivato solo qualche millennio più tardi. Gli alberi erano rari; il legname da ardere scarseggiava, e il combustibile principale per i fuochi era spesso osso di mammut, che bruciava più lentamente del legno ma richiedeva fuochi più grandi e sorvegliati per mantenersi acceso. In questo ambiente vivevano gruppi della cultura gravettiana, cacciatori specializzati in grande selvaggina che costruivano abitazioni con ossa di mammut e occupavano stagionalmente le terrazze sopra la confluenza di piccoli corsi d’acqua, dove i depositi di loess offrivano un’argilla fine e abbondante.

In tutta l’Europa gravettiana circolava una tradizione di piccole figure femminili, le cosiddette “veneri”: ad Willendorf, in Austria, se ne intagliò una nel calcare; altre, poco più a nord e a est, furono ricavate da avorio di mammut o da osso. A Dolní Věstonice la stessa tradizione iconografica prese però una strada tecnica diversa e, per quanto oggi si sappia, isolata: invece di intagliare un materiale solido, gli artigiani impastarono argilla locale, la modellarono e la cossero al fuoco. Fu, nei limiti di quanto la ricerca ha finora accertato, la prima volta nella storia umana in cui qualcuno trasformò deliberatamente la materia con il calore per fissarne una forma.

Svolgimento

Karel Absolon, che dirigeva gli scavi del sito dal 1924, portò alla luce nel 1925 la figurina che sarebbe diventata la più celebre: una statuetta femminile stilizzata, alta circa undici centimetri, con seni e fianchi pronunciati e un volto appena accennato da un solco orizzontale. Fu chiamata Venere di Dolní Věstonice ed è, allo stato attuale delle conoscenze, la più antica rappresentazione conosciuta del corpo umano in un materiale ceramico.

Attorno alla statuetta, e nei decenni di scavo successivi condotti soprattutto da Bohuslav Klíma negli anni Cinquanta, emerse qualcosa di più sorprendente della singola Venere: oltre diecimila frammenti di argilla cotta, in gran parte scarti, insieme a un numero minore di figurine relativamente integre — orsi, leoni, cavalli, una civetta, una volpe, forme che non corrispondevano a nessun animale riconoscibile. Gli scavi identificarono anche due strutture a forma di forno, scavate nel pendio a una certa distanza dalle capanne di ossa di mammut in cui si abitava: camere chiuse, capaci di raggiungere e mantenere temperature fra i 500 e gli 800 gradi, senza tracce di resti alimentari o di cottura di cibo al loro interno. Non erano focolari domestici: erano impianti costruiti e usati specificamente per cuocere argilla, il che implicava raccogliere e sorvegliare combustibile — osso animale soprattutto, in un ambiente povero di legna — per ore, per ottenere non un pasto ma un oggetto.

Fu lo studio tecnico pubblicato nel 1989 su Science da Pamela Vandiver e colleghi a rivelare il tratto più insolito del sito: la maggioranza dei frammenti mostrava superfici di frattura tipiche di uno shock termico, non di una rottura accidentale successiva al ritrovamento. Gli esperimenti di archeologia sperimentale condotti dal gruppo, riproducendo l’argilla locale con diversi tenori di umidità e cuocendola a velocità diverse, dimostrarono che un impasto troppo umido, se riscaldato troppo in fretta, si spaccava per lo shock termico. Chi modellava quegli oggetti, secondo questa lettura, sapeva già quale impasto si sarebbe frantumato.

Conseguenze

Nell’immediato, a Dolní Věstonice, quella tecnologia non generò continuità: non ci sono prove che il sito abbia sviluppato, nei secoli successivi, contenitori di argilla cotta per uso quotidiano. La cottura restò legata a piccoli oggetti figurativi, prodotti in un luogo separato dall’abitato e apparentemente consumati — nel senso letterale di distrutti — nell’atto stesso della loro produzione. Se l’ipotesi della frantumazione intenzionale è corretta, l’effetto a breve termine fu la creazione ripetuta di un evento: il momento in cui un pezzo esplodeva nel fuoco, non l’oggetto finito, era ciò che contava.

Sul lungo periodo la scoperta ha un peso soprattutto storiografico. Mostra che la tecnologia per cuocere l’argilla — impastarla, modellarla, portarla ad alta temperatura in un ambiente controllato — comparve autonomamente almeno due volte nella preistoria umana, con scopi opposti: qui, quindicimila anni prima della ceramica funzionale dell’Asia orientale (i vasi di Xianrendong, in Cina, usati per cuocere e conservare cibo), per produrre oggetti simbolici destinati a un consumo rituale o a una distruzione voluta; più tardi, altrove, per fabbricare recipienti pensati per durare. La ceramica non ha quindi un’unica storia delle origini che porta dritta al vaso: la prima cottura dell’argilla al mondo non produsse contenitori, e questo basta a correggere qualunque racconto lineare della tecnologia.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il quadro materiale poggia su tre tipi di prove: la stratigrafia del sito, scavato a più riprese fra il 1924 e gli anni Ottanta; le datazioni al radiocarbonio ottenute su carbone e su ossa di mammut associate ai livelli con argilla cotta; e l’analisi di laboratorio dei frammenti stessi — composizione dell’impasto, temperature di cottura, superfici di frattura — condotta da Vandiver e colleghi.

Su questa base restano due questioni aperte, ed è la ragione per cui la datazione qui è segnata come contestata. La prima riguarda la cronologia: le date pubblicate per i livelli con attività ceramica oscillano fra i 26.000 e i 29.000 anni fa a seconda del metodo di calibrazione e del campione datato, e la convenzione usata in questa scheda — il valore più citato nella letteratura di sintesi — non va confusa con una data puntuale attestata.

La seconda questione è più importante e non si risolve con nuove analisi di laboratorio, perché riguarda l’interpretazione, non la misura. Vandiver, Soffer, Klíma e Svoboda, nello studio del 1989, sostennero che la frantumazione sistematica dei pezzi fosse intenzionale: gli artigiani, con l’esperienza accumulata nel maneggiare l’argilla locale, avrebbero saputo quale impasto si sarebbe rotto sotto shock termico, e avrebbero prodotto deliberatamente oggetti “condannati a esplodere” per uno scopo che resta ignoto — forse un rito di passaggio, forse una forma di divinazione legata al comportamento imprevedibile del fuoco. Letture più caute considerano invece la frantumazione un sottoprodotto non voluto di una tecnologia agli inizi: chi imparava a cuocere l’argilla senza una tradizione precedente da cui attingere avrebbe semplicemente fallito più spesso di quanto riuscisse, e il numero enorme di scarti rispetto alle poche figurine integre rifletterebbe uno scarto di lavorazione, non un rito. Nessuna delle due letture può, allo stato attuale, essere esclusa sui soli dati materiali: la distribuzione delle fratture è compatibile con entrambe, e la questione resta genuinamente irrisolta.

Approfondimenti

  • Pamela B. Vandiver e altri, “The Origins of Ceramic Technology at Dolní Věstonice, Czechoslovakia” (Science, 1989) — lo studio tecnico che per primo formulò, su base sperimentale, l’ipotesi della frantumazione intenzionale.
  • Jiří A. Svoboda, Vojen Ložek, Emanuel Vlček, Hunters between East and West: The Paleolithic of Moravia (1996) — la sintesi archeologica che colloca Dolní Věstonice nel sistema di insediamenti gravettiani della regione, utile per capire il sito oltre la singola statuetta.
  • Jill Cook, Ice Age Art: The Arrival of the Modern Mind (2013) — mette la Venere di Dolní Věstonice a confronto con le altre veneri paleolitiche scolpite in pietra e avorio: utile per vedere quanto fosse isolata, nel suo tempo, la scelta di cuocere l’argilla invece di intagliarla.

Riferimenti

  • Pamela B. Vandiver e altri, The Origins of Ceramic Technology at Dolní Věstonice, Czechoslovakia, 1989, Science
  • Jiří A. Svoboda e altri, Hunters between East and West: The Paleolithic of Moravia, 1996, Plenum Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.