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Atlante della storia umana

Età del bronzoImperi fluviali

Il codice di Hammurabi

Babilonia incide su pietra un sistema di pene e tariffe:

esatto

3.300 a.C.Età del bronzo1.200 a.C.

In breve

Intorno al 1790 a.C., a Babilonia, il re Hammurabi fece incidere su una stele di basalto alta circa 2,25 metri quasi trecento disposizioni giuridiche ed economiche, incorniciate da un prologo e un epilogo che lo proclamavano re giusto. Il testo fissava pene, ma anche salari, affitti, prezzi e responsabilità per i canali d’irrigazione, in forma casistica del tipo “se… allora”. Il talione, il celebre “occhio per occhio”, non valeva uguale per tutti: era graduato secondo la condizione sociale della vittima e del colpevole. Non era il primo testo del genere in Mesopotamia, e probabilmente non era un codice vincolante nel senso moderno, ma una dichiarazione della giustizia del sovrano. La stele è oggi al Louvre, portata via come bottino di guerra e ritrovata lontano da Babilonia.

Contesto

Babilonia era una città della bassa Mesopotamia, sull’Eufrate, in una pianura alluvionale dove non pioveva abbastanza per coltivare: l’orzo e i datteri dipendevano dall’acqua portata nei campi attraverso canali, e la manutenzione degli argini era una questione di sopravvivenza collettiva. Chi lasciava rompere una diga allagava il raccolto del vicino, e questo spiega perché un testo che parla di re e di dèi dedichi paragrafi precisi alla responsabilità per l’irrigazione. Scavare e ripulire i canali richiedeva il lavoro coordinato di molte braccia, spesso imposto come obbligo collettivo, e il calendario dell’orzo scandiva i tempi del resto: la semina in autunno, la mietitura in primavera, i debiti che si saldavano al raccolto. La città faceva parte di un mondo di lingua accadica e di scrittura cuneiforme su argilla, con una fitta pratica di contratti, prestiti e registrazioni amministrative già da secoli. Anche l’idea di un sovrano che emanava disposizioni non nasceva con Hammurabi: lo precedevano le leggi di Ur-Nammu, re di Ur intorno al 2100 a.C., e quelle di Lipit-Ishtar di Isin. All’inizio del suo regno Babilonia era solo uno dei tanti regni rivali dell’epoca detta paleobabilonese; la Mesopotamia era divisa fra città-stato come Larsa, Mari ed Eshnunna, e nessuna dominava le altre.

Svolgimento

Secondo la cronologia media, quella più usata per convenzione, Hammurabi regnò dal 1792 al 1750 a.C. circa. Per gran parte del regno Babilonia restò una potenza media; solo negli ultimi anni Hammurabi sconfisse Larsa, Mari ed Eshnunna e unificò gran parte della Mesopotamia. La stele fu incisa nella parte finale del regno, verso il 1790 secondo la datazione tradizionale del testo, quando il re poteva presentarsi come garante dell’ordine su un territorio ampio. In cima al monumento un rilievo mostra il re in piedi davanti al dio solare Shamash, signore della giustizia; sotto corrono, in cuneiforme accadico, circa 282 disposizioni. La struttura è casistica: si enuncia un caso e la sua soluzione. “Se un uomo ha cavato l’occhio a un altro uomo, gli si caverà l’occhio.” Ma bastava scorrere i paragrafi per vedere che l’uguaglianza era apparente. La società era divisa in almeno tre condizioni: gli awilum, uomini liberi di pieno diritto; i mushkenum, di rango inferiore; i wardum, schiavi. Il talione pieno valeva fra pari. Se un awilum accecava un mushkenum, pagava una somma d’argento; se accecava lo schiavo di un altro, ne rimborsava metà del valore al padrone. La vita di uno schiavo era un danno economico, non un occhio da rendere. Accanto alle pene, il testo tariffava l’economia: il salario di un bracciante, l’affitto di un bue, la parcella del medico (più alta per curare un awilum che un mushkenum), la responsabilità del costruttore la cui casa crollava, e appunto le pene per chi trascurava un canale e allagava i campi altrui. Dopo la morte di Hammurabi il regno si indebolì. Secoli dopo, intorno al 1150 a.C., un re elamita razziò Babilonia e portò via la stele come bottino nella sua capitale, Susa, nell’attuale Iran sud-occidentale. Là, una spedizione archeologica francese la ritrovò nel 1901, spezzata in tre pezzi.

Conseguenze

Nell’immediato l’effetto fu soprattutto ideologico: la stele fissava per iscritto l’immagine di Hammurabi come re che aveva reso giustizia ai deboli, ed era esposta perché fosse vista, più che consultata come un codice da tribunale. Sul lungo periodo il testo ebbe una vita che il suo autore non poteva prevedere. Fu copiato su tavolette d’argilla per oltre un millennio nelle scuole scribali mesopotamiche, ben dopo che Babilonia aveva cessato di applicarlo: divenne un classico da ricopiare, un modello di lingua e di forma giuridica. La sua eredità più discussa è quella indiretta. Il principio del talione ricompare in tradizioni giuridiche successive, comprese quelle bibliche, ma dedurre una derivazione diretta è rischioso: la formula “se… allora” e le pene proporzionate erano un patrimonio comune del Vicino Oriente antico, non un’invenzione babilonese trasmessa in linea retta. Vale la pena non far discendere il diritto occidentale da questa singola stele. La sua conseguenza più concreta oggi è documentaria: è una delle fonti più ricche che abbiamo sui prezzi, i salari e i rapporti sociali di una società agricola irrigua di quasi quattromila anni fa. Le tariffe di un affitto o di una giornata di lavoro dicono, sulla vita di quei campi, più di quanto direbbe qualsiasi elogio del re.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La fonte principale è l’oggetto stesso: la stele del Louvre, il cui testo è integrato dalle numerose copie su tavolette che gli scribi mesopotamici continuarono a produrre per secoli, e che permettono di ricostruire i paragrafi cancellati dalla rasura elamita. Il testo si legge accanto ad altre raccolte simili, riunite e tradotte da Martha Roth, che lo collocano in una serie che parte da Ur-Nammu: così si vede che Hammurabi ereditava un genere, non lo fondava. Resta aperta la domanda più importante, ed è giusto dichiararla invece di sceglierla in silenzio: la stele era legge applicata o monumento? La maggioranza degli assiriologi, e in particolare la lettura sostenuta da Marc Van De Mieroop, propende per il monumento ideologico. L’argomento è che nei numerosi documenti giudiziari paleobabilonesi che ci sono arrivati i giudici quasi mai citano la stele, e alcune sentenze reali se ne discostano; il testo funzionerebbe quindi come dichiarazione della giustizia regale più che come codice vincolante. Non è una certezza, ma è la posizione che questa voce adotta. Incerta è anche la data. Il regno di Hammurabi si colloca fra il 1792 e il 1750 a.C. solo secondo la cosiddetta cronologia media; le cronologie breve e lunga spostano queste cifre di alcuni decenni, perché l’ancoraggio dipende da osservazioni astronomiche antiche e da sincronismi che ammettono più soluzioni. L’anno “1790” è dunque una convenzione, non una misura.

Approfondimenti

  • Marc Van De Mieroop, King Hammurabi of Babylon: A Biography (2005) — ricostruisce l’uomo e il regno, e argomenta la lettura della stele come monumento più che come codice.
  • Martha T. Roth, Law Collections from Mesopotamia and Asia Minor (1997) — traduce il testo accanto alle altre raccolte del Vicino Oriente: il modo migliore per vedere che Hammurabi ereditava un genere.
  • Codex Hammurabi (fonte primaria) — il testo stesso, con prologo ed epilogo: va letto come un’autorappresentazione del re, non come un verbale di tribunale.

Riferimenti

  • Marc Van De Mieroop, King Hammurabi of Babylon: A Biography, 2005, Blackwell
  • Martha T. Roth, Law Collections from Mesopotamia and Asia Minor, 1997, Scholars Press
  • Codex Hammurabi

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