In breve
Nel 1491 il manikongo (il sovrano) del regno del Kongo, Nzinga a Nkuwu, si fece battezzare a Mbanza Kongo insieme a parte della sua corte, assumendo il nome cristiano di João I. L’evento aprì più di un secolo di rapporti diretti fra la corte del Kongo, quella del Portogallo e la Santa Sede: ambasciate, lettere reali, e — una generazione dopo — un figlio del re successivo consacrato vescovo cattolico a Roma. Non era la storia di un popolo che subisce un contatto: era quella di una monarchia africana centralizzata che sceglieva di aprirlo, ne negoziava i termini, e che nel giro di due generazioni dovette misurarsi con l’espansione della tratta degli schiavi che quello stesso contatto aveva reso possibile.
Contesto
Alla fine del XV secolo il regno del Kongo si estendeva dalla costa atlantica, a sud della foce del fiume Congo, fino alle colline dell’attuale Angola settentrionale e dell’ovest dell’attuale Repubblica Democratica del Congo. La capitale, Mbanza Kongo, sorgeva su un altopiano a circa 600 metri, in una posizione più salubre e difendibile della costa umida sottostante. Il regno era organizzato come una confederazione di province — sei entro la fine del secolo — affidate spesso a parenti del sovrano e legate al centro da tributi in beni e in manodopera.
L’economia poggiava su un’agricoltura di sussistenza — sorgo, miglio, banane, palma da olio — e su tre produzioni che funzionavano anche da moneta e da misura di prestigio: i tessuti di raffia intrecciati nella provincia meridionale di Mbata, che circolavano in tutta l’Africa centrale come unità di valore; il rame delle miniere settentrionali; e soprattutto le conchiglie nzimbu, raccolte sull’isola di Luanda sotto monopolio della corona e usate come moneta corrente negli scambi interni. Il potere del manikongo si reggeva su queste reti commerciali fra costa e interno prima ancora che su un esercito: era un regno mercantile, non solo guerriero. La successione al trono, inoltre, non era ereditaria in linea diretta ma riservata a un numero ristretto di lignaggi nobili fra cui un collegio di grandi sceglieva: un meccanismo che alla morte di ogni sovrano apriva regolarmente una competizione aperta, come accadde nel 1509.
Dall’altra sponda dell’Atlantico, il Portogallo di Giovanni II stava completando un progetto di esplorazione sistematica della costa occidentale africana avviato decenni prima: ogni tappa era segnata da un padrão, una colonna di pietra con lo stemma reale, che serviva a rivendicare diritti commerciali esclusivi di fronte alle altre potenze europee — non a occupare un territorio già intensamente popolato e amministrato. Nel 1483 le caravelle del navigatore Diogo Cão raggiunsero la foce del Congo: era il primo contatto diretto fra le due corti.
Svolgimento
Cão non incontrò subito il manikongo. Secondo l’uso diplomatico portoghese del tempo, lasciò sul posto alcuni uomini e portò con sé alcuni notabili del Kongo, perché imparassero il portoghese e la fede cristiana a Lisbona con la promessa di essere poi ricondotti in patria. Tornò nel 1485 con gli ex ostaggi, ora battezzati e in grado di fare da interpreti, insieme a missionari e artigiani: da quel momento lo scambio divenne continuo e sostenuto da entrambe le corti, non un episodio isolato.
Nel 1491 arrivò a Mbanza Kongo una missione più ampia, con sacerdoti, soldati e maestranze inviati da Giovanni II. Il manikongo Nzinga a Nkuwu si fece battezzare con il nome di João I; con lui la madre, alcuni notabili e il figlio designato come erede, Mvemba a Nzinga, che prese il nome di Afonso. Si costruì a Mbanza Kongo una prima chiesa. La conversione del sovrano non era un atto di sola devozione: gli aprì un canale diretto con una corte europea, diede accesso a tecnologie — l’aratro di ferro, la scrittura latina, le armi da fuoco — e mise a disposizione un vocabolario di legittimità, fatto di corone e titoli nobiliari, utile a rafforzare l’autorità sulle province. Nzinga a Nkuwu, secondo le fonti missionarie, tornò in seguito a pratiche precedenti come la poligamia, incrinando il rapporto con i religiosi; suo figlio Afonso restò invece cristiano per il resto della vita.
Alla morte di Nzinga a Nkuwu, nel 1509, la successione si decise con le armi: Afonso dovette affrontare il fratellastro Mpanzu a Kitima, sostenuto da chi voleva un ritorno alle pratiche religiose precedenti. Vinse, e la vittoria — che le cronache di corte, di parte cristiana, descrivevano come favorita da un segno miracoloso — consolidò al potere il partito filocristiano. Da re, Afonso I (la cui morte è convenzionalmente collocata nel 1542 o nel 1543) intensificò gli scambi: assegnò ai governatori delle province titoli nobiliari di foggia portoghese — duca, marchese, conte — corrispondeva in portoghese con la corte di Lisbona e inviò più ambascerie a Roma. Mandò inoltre il figlio Henrique a studiare a Lisbona; ordinato sacerdote, nel 1518 papa Leone X lo consacrò vescovo titolare di Utica, primo vescovo cattolico dell’Africa subsahariana, per quanto privo di una piena giurisdizione ordinaria sul proprio regno. Henrique rientrò in Kongo pochi anni dopo e morì agli inizi degli anni trenta del secolo.
Nel 1526 Afonso scrisse al nuovo re del Portogallo, Giovanni III, una serie di lettere che denunciavano gli effetti del commercio degli schiavi sul proprio regno: mercanti e agenti portoghesi, scrisse, rapivano o compravano illegalmente sudditi liberi e persino membri della nobiltà, aggirando il sistema che avrebbe dovuto riservare la schiavitù ai soli prigionieri di guerra e ai condannati, e chiedeva che il commercio fosse limitato e sorvegliato. Erano un atto di governo, non un lamento privato: Afonso non contestava il principio del commercio, che il suo stesso regno praticava e da cui traeva profitto, ma la sua deregolamentazione. La risposta portoghese restò tiepida: il flusso di persone verso le piantagioni di canna da zucchero dell’isola di São Tomé, a poche centinaia di chilometri dalla costa del Kongo, e poi verso le Americhe, continuò a crescere per tutto il secolo.
Conseguenze
Nel breve periodo la conversione cristianizzò la classe dirigente del Kongo, non l’intera società: era un’adesione elitaria, negoziata dall’alto, e non una sostituzione improvvisa di sistemi di credenza. L’iconografia cristiana della croce si sovrapponeva, secondo la ricerca sulla religione kongo, a un simbolo cosmologico preesistente che rappresentava il ciclo fra il mondo dei vivi e quello dei morti: un’affinità che facilitò l’adesione e che i missionari lessero come conversione piena, ma che fu, almeno inizialmente, anche una reinterpretazione secondo categorie proprie. I rapporti con Roma proseguirono per oltre un secolo: nel 1608 un ambasciatore del Kongo, Antonio Manuel ne Vunda, raggiunse la città e vi morì pochi giorni dopo l’arrivo; papa Paolo V gli fece erigere un monumento nella basilica di Santa Maria Maggiore, dove si trova ancora oggi.
Nel lungo periodo prevalse invece la traiettoria opposta. La domanda portoghese di manodopera per le piantagioni atlantiche cresceva oltre quanto il sistema kongo di schiavitù giudiziaria e bellica poteva fornire in modo regolare, e spingeva verso il rapimento e la guerra predatoria contro le province interne. Era esattamente ciò che le lettere di Afonso denunciavano nel 1526, senza riuscire a fermarlo: nei decenni successivi l’autorità della corona centrale sulla propria periferia si allentò, e nel secolo seguente il regno attraversò guerre civili ricorrenti legate proprio al controllo di quel commercio.
Nel frattempo altrove
- 1405Le flotte di Zheng He — Asia orientale
- 1492Lo scambio colombiano — Americhe
- 1498Vasco da Gama — Asia meridionale
- 1517La Riforma — Europa
- 1519La caduta degli imperi americani — Americhe
- 1520Solimano — Medio Oriente
- 1521Magellano attraversa il Pacifico — Oceania
Come lo sappiamo
Le fonti su questi decenni erano quasi interamente di origine portoghese o romana, e questo squilibrio andava dichiarato invece che ignorato. Il Kongo affidava la propria memoria a una tradizione orale, non a una scrittura propria; non aveva lasciato una documentazione scritta indipendente per questo periodo, e quanto sappiamo arriva attraverso mani europee. Anche le lettere firmate da Afonso I, conservate in archivi portoghesi e vaticani, furono materialmente redatte da segretari portoghesi o formati alla scuola portoghese al suo servizio: esprimevano le sue posizioni politiche, attestate anche da fonti indipendenti, ma la loro formulazione retorica non era necessariamente la sua voce. Quanto questo comprometta l’attribuzione diretta dei contenuti resta discusso fra gli specialisti.
La fonte più ricca sulla società e sull’economia del Kongo in questa fase, la Relatione del Reame di Congo pubblicata a Roma nel 1591, era a sua volta un testo mediato due volte: la compilò Filippo Pigafetta sulla base dei resoconti orali di Duarte Lopes, un mercante che aveva vissuto anni a Mbanza Kongo, e la pubblicò per un pubblico romano interessato a mostrare un regno africano cristiano, ordinato e degno di essere trattato come pari — un intento che orientava cosa veniva raccontato e cosa no.
Sulla cronologia dei primi contatti restava un margine di incertezza che non conveniva nascondere: alcune ricostruzioni collocavano l’arrivo di Diogo Cão alla foce del Congo nel 1482 anziché nel 1483, e il suo ritorno con gli ex ostaggi nel 1484 anziché nel 1485, perché le cronache portoghesi coeve erano in parte andate perdute e la sequenza fu ricostruita solo decenni dopo dallo storico di corte João de Barros. Sul piano materiale, l’archeologia della capitale — Mbanza Kongo, iscritta dal 2017 nel patrimonio mondiale UNESCO — era ancora agli inizi rispetto alla mole della documentazione scritta, e potrebbe in futuro correggere o confermare quadri finora basati quasi solo su testi europei.
Approfondimenti
- Filippo Pigafetta, Relatione del Reame di Congo (1591) — la descrizione più ricca del Cinquecento sul regno, ma filtrata da un editore romano con un interesse preciso: mostrare un partner cristiano e legittimo.
- John K. Thornton, Africa and Africans in the Making of the Atlantic World, 1400-1800 (1998) — colloca il Kongo dentro la storia atlantica come attore, non come sfondo.
- John K. Thornton, The Kingdom of Kongo: Civil War and Transition, 1641-1718 (1983) — per seguire dove porta, un secolo e mezzo dopo, la traiettoria aperta da questa voce.